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Riserva
frazionaria ed etica imprenditoriale
di Carlo Zucchi
L'ennesima bancarotta fraudolenta viene a turbare le
sempre meno tranquille acque dell'imprenditoria italiana.
Cirio, Parmalat e ora Giacomelli. Ciò che sembra
essere una costante in questi crack finanziari è
una gestione imprenditoriale improntata alla crescita
delle dimensioni aziendali - sia in termini di gruppo
che di unità singole - piuttosto che alla redditività
di impresa. Benché ognuno sia libero fare ciò
che vuole della propria impresa, stabilendo quali scopi
perseguire soggettivamente, l'esperienza ci dice che
il mercato è solito premiare quelle imprese gestite
in base a criteri orientati al profitto. Fra la dimensione
e il conto profitti e perdite è meglio scegliere
il secondo.
Ebbene, da quanto raccontano le cronache* , Gabriella
Spada, manager del gruppo, da un negozio nel 1992 è
arrivata ad aprirne, dieci anni dopo, ben 171. Un ufficio
privato raggiungibile solo dopo aver varcato un plotone
di segretarie, tutto bianco, tende e cristalli e con
una vasca in pietra d'Istria dove scorreva continuamente
l'acqua. Dopo aver aperto un negozio dietro l'altro,
nel 2002 entra nel giro delle Star della Borsa (con
un aspetto fisico, tra l'altro, che nulla ha da invidiare
alle più belle Star di cinema e TV) e viene premiata
imprenditore dell'anno. Poi si appresta a scalare il
massimo concorrente della Giacomelli (Longoni Sport)
facendo il passo più lungo della gamba e scavandosi
in tal modo la fossa. Più che l'imprenditore
calcolatore di Max Weber, questo sembra un caso di imprenditoria
da jet-set, orientato a farsi spazio tra i fogli patinati
oltre che tra quelli economici.
Una volta avvenuto il patatrack tutti a ripetere che
l'avventuriero (in questo caso avventuriera) di turno
ha fatto il passo più lungo della gamba. Ma perché
ciò accade sempre più di frequente? Quali
condizioni consentono a imprenditori megalomani di anteporre
al perseguimento del profitto la soddisfazione di appetiti
che mal si conciliano con l'attività d'impresa?
Senz'altro prestiti bancari concessi con troppa faciloneria.
Se si va a vedere quanto accaduto in passato non è
davvero difficile scorgere esempi di tal fatta. Certo,
la gestione politicizzata delle banche ha fatto sì
che i finanziamenti siano stati accordati ad amici dei
padroni del vapore, ma nel caso di Giacomelli e di molte
altre imprese la politica non c'entra. Le smanie di
megalomania sono rese possibili dal sistema creditizio
oggi in voga, un sistema creditizio che, una volta abbandonato
il principio della riserva 100%, può creare credito
dal nulla senza attuare quella necessaria selezione
del credito che si addice a un'efficace ed efficiente
gestione bancaria.
In un regime con riserva al 100% (ossia non frazionaria)
le banche sarebbero costrette a non tollerare colpi
di testa di imprenditori megalomani e a premiare coloro
che fanno crescere le loro imprese al ritmo che il mercato
consente; imprenditori che magari fanno profitti non
esorbitanti, ma continuamente crescenti, che guardano
più ai bilanci che alle carte patinate. Invece,
il sistema attuale incoraggia le banche a finanziare
imprese di grosse dimensioni o che mirano ad espanderle
attraverso progetti faraonici, poiché le somme
prestate sono in questi casi sempre molto alte e più
alte sono più interessi fruttano. Ma l'altra
faccia della medaglia è che, data la considerevole
esposizione debitoria delle banche nei confronti di
dette aziende, una volta che queste ultime sono in difficoltà
(i progetti faraonici si tramutano il più delle
volte in tonfi clamorosi), farle fallire diviene un
affare troppo sconveniente per la banca in questione,
a causa della grandezza della somma prestata. Buon senso
vorrebbe, a questo punto, che venissero liquidate posizioni
così a rischio, ma grazie alla possibilità
di creare credito all'infinito, il denaro continua ad
arrivare, finanziando progetti sempre faraonici con
alti rapporti rischio/rendimento (si spera nel colpo
di fortuna) basati sul nulla come castelli in aria,
fino a che non sopraggiunge inevitabile la bancarotta,
spesso fraudolenta. Il sistema fiduciario a riserva
frazionaria, tra l'altro, non premia gli imprenditori
che cercano di espandere la propria impresa con le risorse
proprie e a ritmi compatibili con il risparmio volontario
accumulato, ma premia chi si indebita, facendo magari
fallire la propria azienda dopo aver messo al sicuro
quanto necessario per una vita da nababbi. E i debiti?
Verrebbe da dire: "Buona notte ai creditori".
Last but not least, questo si dimostra essere
il tipico caso di malinvestment nel quale viene alterato
il rapporto tra investimenti in beni di ordine superiore
e investimenti in beni di ordine inferiore. L'ingrandimento
ha portato con sé un sovrainvestimento in beni
capitali di ordine superiore - quali immobili, fabbricati
e spese di funzionamento - del tutto sproporzionato
alla domanda che il mercato esprimeva per beni di ordine
inferiore corrispondenti, quali gli articoli sportivi.
E, come si sa, la domanda di beni capitali di ordine
superiore (temporalmente più lontana dal momento
del consumo) deve sempre coordinarsi con quella di beni
di consumo di ordine inferiore al fine di generare profitti
nel medio-lungo periodo.
Come si può notare, l'abbandono di un sistema
di mercato quale era quello a riserva non frazionaria,
non soltanto ha prodotto inefficienze, ma, cosa ancor
più grave, ha favorito l'affermarsi di comportamenti
immorali. Certo, un sistema che garantisca la totale
assenza di fallimenti e di errori da parte delle banche
non esiste, così come si devono reclamare punizioni
esemplari per i bancarottieri (soprattutto se fraudolenti),
ma il regime a riserva non frazionaria risolverebbe
molti problemi alla radice, dato che il mercato costringerebbe
gli operatori, senza ricorrere alla coercizione, a operare
con meno leggerezza, a fare meno errori e a selezionare
i comportamenti più efficienti e moralmente più
consoni al buon funzionamento degli affari.
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