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Il
federalismo nello Stato e nell'impresa
di Carlo Zucchi
Lo sviluppo delle multinazionali
Dopo la seconda guerra mondiale, le imprese, specie
quelle americane, cominciarono a prendere seriamente
in considerazione le opportunità offerte dal
commercio internazionale e dagli investimenti diretti
all'estero, rivoluzionando le loro strategie, sia nei
settori manifatturieri, che in quelli dei servizi. Il
progresso registratosi nei mezzi di comunicazione rese
possibile l'abbattimento dei costi di trasporto su grande
distanza, così che le imprese, soprattutto quelle
di grandi dimensioni, iniziarono a considerare le implicazioni
strategiche relative al posizionamento geografico, in
termini di costi del lavoro, piuttosto che di disponibilità
di materie prime o di accesso ai mercati. Così,
in molti settori, i mercati nazionali diventarono semplicemente
segmenti di un più ampio mercato globale.
Il diffondersi dell'impresa multinazionale nel periodo
successivo alla seconda guerra mondiale ha dato luogo
a una notevole mole di analisi, causando qualche perplessità
e un certo tipo di allarme, anche perché, nel
cercare di valutare l'attività dell'impresa multinazionale,
si sono trascurati i problemi relativi alla riduzione
dei costi di transazione e alla forma organizzativa.
La forma organizzativa acquisì rilievo per quanto
concerne i tassi di investimento estero delle imprese
degli Stati Uniti rispetto a quello di imprese estere.
Dopo il 1953, i tassi di investimento estero delle prime
aumentò rapidamente, raggiungendo l'apice nel
1960, per poi livellarsi e continuare a diminuire, mentre
l'andamento dell'investimento estero diretto delle imprese
estere palesava un ritardo di circa un decennio rispetto
a quello delle imprese statunitensi.
Se il conglomerato utilizzava la struttura di forma
M per estendere la gestione delle risorse dalle linee
di commercio specializzate a quelle diversificate, l'impresa
multinazionale utilizzava la struttura di forma M per
estendere la gestione delle risorse dall'ambito nazionale
a quello estero. Infatti, l'impiego strategico della
forma M nell'ambito nazionale, utilizzato per la scomposizione
di strutture d'impresa complesse in unità operative
semiautonome, venne in seguito esteso alla gestione
delle consociate estere. La trasformazione dell'impresa
secondo i criteri della forma M avvenne prima negli
USA e poi in Europa, favorendo le imprese statunitensi
negli investimenti diretti all'estero. John Stopford
e Louis Wells riferiscono che, "mentre agli inizi
gli investimenti esteri assumevano solitamente la forma
organizzativa della consociata autonoma, al crescere
delle dimensioni e della complessità delle operazioni
condotte all'estero compariva invariabilmente lo status
divisionale nell'ambito di una struttura multidivisionale"
. Solo un contesto multidivisionale poteva consentire
di adottare una strategia globale o una prospettiva
mondiale, per effetto della quale la pianificazione
strategica e le principali decisioni di politica aziendale
(vendita dei propri prodotti negli altri mercati, o
investimenti diretti creando attività operative
in altri paesi) spettavano alla direzione centrale dell'impresa.
Secondo Stephen Hymer, l'investimento estero diretto
"consente alle imprese di trasferire capitali,
tecnologia e capacità organizzative da un paese
all'altro ed è anche uno strumento utilizzabile
per limitare la concorrenza fra le imprese di differenti
paesi" .
Nel dopoguerra, inoltre, si rivelò molto importante
la possibilità, per le imprese statunitensi,
di accedere alle risorse di altri paesi, specialmente
le materie prime come nel caso del petrolio. In seguito,
questo processo è sembrato rivolgersi più
verso l'acquisizione di conoscenze e di capacità
tecniche, come dimostrano i casi delle imprese elettroniche
europee e giapponesi, che hanno costituito unità
di ricerca nella Silicon Valley, mentre diverse imprese
manifatturiere statunitensi hanno creato studi di progettazione
in Italia.
Se la prima parte del XX secolo ha avuto nella sensibilità
nazionale il requisito chiave per il successo a livello
multinazionale, il dopoguerra ha premiato maggiormente
l'efficienza organizzativa che l'integrazione globale
assicurava alle imprese. Questa evoluzione era possibile,
soprattutto, in virtù della minor connotazione
nazionale delle preferenze individuali che spingeva
il mercato verso un processo di omogeneizzazione delle
preferenze e dei gusti a livello mondiale, favorendo
così le imprese che fabbricavano prodotti standardizzati
per il mercato globale che così potevano conseguire
economie di scala a livello di produzione, distribuzione
e marketing, riuscendo a coniugare una qualità
sufficientemente alta a prezzi bassi; cosa che i concorrenti
nazionali non erano in grado di fare. Oggi, le imprese
multinazionali sono chiamate ad abbinare una sempre
maggior efficienza (più integrazione globale)
con una maggior sensibilità locale, data la crescente
domanda di differenziazione da parte dei clienti che
spinge l'ottica di marketing ad orientarsi sempre più
verso il cliente (servizi personalizzati).
Concludendo, i due principali tipi di impresa che si
svilupparono nel 1920 erano quella funzionale (forma
ad U) e quella della holding (forma ad H). Entrambe,
al crescere delle dimensioni e della complessità
dell'impresa, si trovarono a convivere con distorsioni
dovute a inefficienze interne e al potere discrezionale
dei managers. Esaminando l'organizzazione interna nell'ottica
di un nesso contrattuale, si può notare come
i contratti impliciti risultassero troppo ingombranti
da un lato (nel caso della forma ad U) e troppo incompleti
dall'altro (nel caso della forma ad H). Dovendo quindi
fronteggiare l'esigenza di ridimensionare l'impresa
e sviluppare un nuovo insieme di relazioni contrattuali
interne, gli innovatori dell'organizzazione idearono
la struttura di forma ad M. Ne risultò una struttura
che ammetteva una sostanziale scomponibilità,
modificando, così, la condizione di ipercentralizzazione
dell'impresa di forma ad U. Inoltre, la forma ad M scisse
il processo decisionale amministrativo da quello strategico,
riservando quest'ultimo alla direzione generale. La
differenza contrattuale tra forma ad H e forma ad M
si manifesta nelle salvaguardie dall'opportunismo, maggiormente
sviluppate nella forma ad M, arrivando quindi a presumere
che gli investitori siano disposti a fornire capitale
a una grande impresa diversificata di forma ad M a condizioni
migliori rispetto a quelle alle quali lo fornirebbe
a un'impresa equivalente di forma ad H. Pertanto, l'innovazione
della forma ad M, introdotta da du Pont e dalla G. M.,
perseguiva finalità sia tecniche, sia di governo
interno, in quanto serviva ad economizzare la razionalità
limitata e ad attenuare l'opportunismo. In particolare,
il mancato rinvio al vertice delle decisioni correnti,
che erano risolte a livello divisionale, alleggeriva
il carico delle comunicazioni, mentre le decisioni strategiche
riservate alla direzione generale consentiva di ridurre
l'interferenza degli interessi di parte nel processo
di allocazione delle risorse. Inoltre, le tecniche di
revisione contabile e di controllo interni, di cui la
direzione generale poteva avvalersi, permettevano il
superamento delle situazioni di asimmetria informativa,
consentendo il regolamento capillare delle sezioni operative.
La struttura di forma ad M venne successivamente applicata
alla gestione di risorse specializzate (conglomerato)
e di investimenti diretti (impresa multinazionale).
Nel primo caso ciò ha comportato un processo
di estensione a scapito dell'intensità, dal momento
che l'impresa assume selettivamente al proprio interno
delle funzioni solitamente peculiari del mercato dei
capitali. Anche l'impresa multinazionale ha operato
selettivamente concentrandosi nelle industrie tecnologicamente
più progressive, nelle quali la "ricerca
e sviluppo" incide maggiormente e il trasferimento
di tecnologia crea presumibilmente maggiori difficoltà.
La proposizione fondamentale è questa:
"si deve prendere sul serio la forma dell'organizzazione".
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