"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



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Il federalismo nello Stato e nell'impresa
di Carlo Zucchi


I "favolosi" anni sessanta

Nel 1937, vinta la resistenza della Corte Suprema americana, le correnti di pensiero maggiormente stataliste presero il sopravvento definitivo anche negli Stati Uniti, sia nelle dispute teoriche, che nell'azione politica, con l'intensificarsi dell'azione del New deal. E la cosa continuò negli anni '60, con l'avvento della Great Society, concezione a cui erano legate le presidenze Kennedy e Johnson e che prevedeva un massiccio intervento del governo federale in termini di opere pubbliche, sia come erogatore della spesa, sia come decisore dell'indirizzo politico. L'equilibrio esistente fra i poteri dei singoli stati e quelli del governo federale diveniva sempre più precario, grazie anche al mutato indirizzo della Corte Suprema, presieduta dal giudice Warren, che, invece di arginare il già debordante attivismo federale, si faceva promotrice di una sempre maggior estensione dell'azione governativa. Il contributo dei giudici, unito a quello di governo e partiti, si incontrò con lo "spirito dei tempi" di cui erano impregnati gli intellettuali, allora autentici profeti della centralizzazione, intesa da loro come fase suprema del processo di modernizzazione.
Improvvisamente, la questione dei diritti civili, e segnatamente del processo di disgregazione negli stati del Sud, riallineò le posizioni sul federalismo. Militanti della New Left, guardia nazionale, Corte Suprema, Lyndon Johnson, governo federale e, naturalmente, le minoranze oppresse, si trovarono dalla stessa parte contro l'odiosa cricca dei bianchi del Sud. Buoni contro cattivi. E in questi ultimi, in un estremo tentativo di difendere i propri privilegi, innalzarono la bandiera del Decimo Emendamento, delle prerogative e dei diritti degli stati contro lo strapotere di Washington, e il fatto che il Ku Kux Klan si fosse messo alla testa del movimento politico di difesa del sistema federale americano, passava in giudicato la sentenza di morte che già nel 1939 Harold Laski aveva comminato al federalismo . In questo clima politico comparve, nel 1964, il celebre saggio di William Riker Federalism: Origins, Operations and Significance. La sconfortante conclusione di Riker era che credere nel federalismo significava essere razzisti. Un vero e proprio requiem .
Se le scienze economiche tendevano a seguire un indirizzo di tipo collettivistico, quelle giuridiche tendevano verso forme sempre più marcate di positivismo giuridico, mentre il pensiero politico era improntato ad un sempre maggior accentramento, sia politico che amministrativo.
Il panorama intellettuale, quanto a idee liberali, era, perciò, alquanto desolante, e fu così che anche l'innovazione organizzativa relativa alla "struttura multidivisionale", pur risalendo agli anni ' 20, ha cominciato a ricevere le prime attenzioni soltanto a partire dagli anni '60. Fino ad allora, i principali testi di direzione aziendale si erano focalizzati sui pregi della suddivisione in grandi dipartimenti e dei rapporti di autorità connessi alla struttura line and staff , ma gli aspetti relativi alla struttura multidivisionale passavano inosservati.
L'innovazione organizzativa operata dalle imprese sotto la spinta del mercato, iniziava, seppur timidamente, ad andare in direzione opposta a quella seguita dagli stati, come testimoniato dalla struttura multidivisionale e dalla forma conglomerata, analoga per molti aspetti a quella multidivisionale, ma la cui funzione era orientata verso politiche di diversificazione del prodotto.
Le prime valutazioni relative al conglomerato furono sfavorevoli e si ebbero da parte degli enti preposti all'osservanza della legislazione antimonopolistica. La Federal Trade Commission affermò:
"servendosi del potere economico che si assicura operando in molti campi diversi, il conglomerato può raggiungere una posizione quasi inespugnabile. Minacciato dalla concorrenza in una qualsiasi delle sue varie attività, esso può benissimo vendere sotto costo in quel campo e compensare le perdite grazie ai profitti realizzati negli altri". L'economia dello spauracchio divenne di moda e la Procter & Gamble venne più volte definita nell'aula di un tribunale come una "proliferazione onnipresente".
La forma conglomerata di organizzazione, comunque, è stata oggetto di varie interpretazioni:

Interpretazione in termini di mercato dei capitali:

Alfred P. Sloan Jr. e i suoi colleghi della General Motors furono fra i primi ad intuire i vantaggi derivanti dalla struttura di forma M, ma, nonostante avessero ben compreso e accuratamente realizzato la struttura divisionale, i dirigenti della General Motors si erano messi nell'ordine di idee di considerare la propria impresa un'impresa puramente automobilistica. Richard Burton e Arthur Kuhn sostennero che "il profondo e miope coinvolgimento della G. M. nel settore automobilistico dell'economia impedì di percepire le occasioni di diversificazione del prodotto che si presentavano in altre aree di mercato, persino in linee di produzione in cui la G. M. era già ben inserita" . Evidentemente, la forma organizzativa conglomerata consentiva all'impresa di diversificarsi consapevolmente alimentando le sue varie parti e richiedeva il verificarsi di un salto nella mentalità di Sloan e degli altri leader del mondo industriale post-bellico. Lo sviluppo naturale dei conglomerati divenne più rapido con il progressivo inasprirsi della legislazione antimonopolistica che faceva di tutto per ostacolare le fusioni orizzontali e verticali. la rapida crescita delle acquisizioni conglomerate fece sì che le fusioni conglomerate "pure", che nel periodo 1948-1953 costituivano appena il 3% delle risorse acquisite a mezzo di fusione, nel periodo 1973-1977 salissero al 49%. Ma il conglomerato può essere meglio spiegato se lo si considera una derivazione logica della forma M nell'organizzazione di affari economici complessi; infatti, una volta riconosciuti e assimilati i vantaggi della forma M relativi alla gestione di linee di affari separabili, benchè connesse (ad esempio una serie di divisioni di un'impresa automobilistica o chimica), divenne logico estenderne l'applicazione alla gestione di attività meno strettamente connesse. Ciò non significa che la gestione di una varietà di prodotti non comporti dei problemi, ma la logica fondamentale della forma M, che distingue le decisioni correnti da quelle strategiche, separandone le responsabilità, ne permise il superamento. I conglomerati organizzati secondo la forma M si possono convenientemente pensare come mercati interni dei capitali che assorbono i flussi di cassa provenienti dalle diverse fonti dirigendoli verso gli impieghi più remunerativi.

Interpretazione in termini di sostituzioni:

Con il termine forma M, si vogliono indicare quelle imprese strutturate in divisioni, la cui direzione generale è periodicamente impegnata a rivedere e riesaminare le decisioni, nonché a partecipare attivamente al processo di allocazione delle risorse interne. I flussi di cassa non sono automaticamente reinvestiti alla fonte, ma sono oggetto di una concorrenza interna finalizzata ad acquisire mezzi da investire. La logica organizzativa della forma M va molto in profondità, dal momento che è volta sia ad economizzare la razionalità limitata (l'interpretazione delle informazioni), sia alla salvaguardia del processo di allocazione delle risorse interne dai rischi di opportunismo (il contributo specifico della direzione generale). Il conglomerato di forma M si propone l'accrescimento dell'intensità a scapito dell'estensione e, come affermano Alchian e Demsetz, "l'efficiente produzione dipende, non già dal fatto di avere risorse migliori, bensì dal conoscere con maggior precisione i risultati ottenibili sul piano produttivo da ciascuna di quelle risorse" . È evidente che la diversificazione può divenire eccessiva, poichè, mano a mano che la capacità di provvedere con discernimento all'allocazione delle risorse interne raggiunge i suoi limiti, si presentano problemi di allocazione inefficiente e di opportunismo, così da rendere presumibile uno sfoltimento volontario delle attività delle imprese.





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