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Consumo
di capitale
di Carlo Zucchi
Ebbene, come non riconoscere in queste poche righe
un ritratto quantomai fedele dell'Italia di oggi?
Riguardo "all'eccessiva differenza tra i prezzi
al dettaglio e i prezzi all'ingrosso o riguardo ai costi
di produzione in generale", è emblematico
quanto sta accadendo al mercato ortofrutticolo italiano,
i cui prezzi al dettaglio di diversi generi sono schizzati
alle stelle nonostante i prezzi alla produzione non
abbiano registrato aumenti considerevoli. E se è
vero che le perturbazioni legate all'Euro hanno giocato
il loro ruolo, è altrettanto vero che le differenze
tra prezzi al dettaglio e prezzi all'ingrosso è
molto più marcata in Italia che in gran parte
dei paesi dell'area Euro. E come non notare che se questo
vale per i prodotti ortofrutticoli, altrettanto non
si può dire per la carne? Eppure è un
alimento primario anche questo. Il vero problema sta
nella rete di distribuzione inefficiente, tipica di
un paese corporativo in cui ogni "mestiere"
è sempre più o più protetto dagli
effetti della concorrenza, grazie alla quale può
compiersi quel processo di scoperta che porta gli imprenditori
a scoprire metodi più efficaci ed efficienti
per soddisfare il cliente a prezzi via via decrescenti.
Invece, in Italia, i produttori sono sempre protetti
da qualche leggina ad hoc che consente loro di far profitti
comodamente a danno del consumatore, senza dar via a
quel processo di scoperta tipicamente concorrenziale
che permette di accrescere efficienza e competenze,
così da mantenere, ed eventualmente accrescere,
il capitale di un paese.
Non è inoltre casuale che questi aumenti di prezzo
riguardino in particolare il settore dei beni più
vicini al consumo. Hayek fa l'esempio di "beni
alimentari come la birra, le industrie del tabacco,
dello spettacolo, ecc.,". Se sostituiamo la pasta
alla birra (il che non inficia il nostro esempio), è
dell'inizio di agosto un'intervista sul Quotidiano Nazionale
dell'industriale Divella che dice come il suo settore
non sembri conoscere crisi, dato che, per quanto più
poveri, gli italiani un piatto al giorno di pasta possono
sempre consumarlo senza che la borsa della spesa ne
risenta. Le sigarette vanno sempre via che è
un piacere, nonostante i consigli e i divieti del Ministro
Sirchia, mentre per quanto concerne gli spettacoli,
il circo barnum del calcio, pur con una gestione un
po' più oculata e con scandalini e scandaletti
vari, riesce sempre a far allargare i cordoni della
borsa in modo consistente all'italiano medio, che così
dimentica i problemi quotidiani creandosi ulcere da
stadio. E non ingannino le schizofreniche attenzioni
alle vicende calcistiche. Gli aumenti del reddito in
spese voluttuarie che solitamente si accompagnano a
un aumento di reddito, in tal caso sono il sintomo di
mancanza di prospettive. L'orizzonte massimo, sia in
termini temporale che in termini culturali è
lo stadio. Non si vede più in la della domenica
seguente (almeno per chi non ha la squadra impegnata
nelle coppe).
Ciò che preoccupa ancor di più è
la crescente deindustrializzazione che perdura dall'inizio
degli anni '90 e sembra non arrestarsi. Sempre più
imprese trasferiscono baracca e burattini in paesi dove
il costo del lavoro è più basso, senza
che altre iniziative prendano il loro posto. Ciò
che viene trasferito sono i processi produttivi a più
basso valore aggiunto, per i quali l'unica variabile
che conta è il costo del lavoro, non solo più
basso "nella busta del lavoratore", ma anche
meno gravato di oneri tributari e previdenziali. Ma
questo è solo l'inizio, poichè questo
crea competenze in paesi che prima non ne avevano, paesi
i quali, man mano che "imparano il giochino",
finiranno per farci concorrenza anche in stadi della
produzione via via più avanzati tecnologicamente
e con valore aggiunto sempre maggiore. Il tutto mentre,
nel frattempo, l'Italia è sempre meno capace
di dotarsi di quelle risorse umane qualificate che la
possano collocare nell'ambito di quei paesi "creatori"
di competenze tecnologicamente avanzate e ad alto valore
aggiunto, grazie a un sistema scolastico i cui problemi
sembrano essere solo la sistemazioni di precari sulla
base di graduatorie da pubblico impiego (i colloqui
per capire se uno ha attitudine a insegnare sono roba
da marziani!) e le occupazioni organizzate dagli studenti
di sinistra, che ogni anno ci affliggono periodicamente
un po' come i mali di stagione. Lo studente, insomma,
è l'ultimo dei problemi. E il capitale umano
va a farsi benedire, consumato tra occupazioni e professori
che peggio insegnano e più fanno soldi con le
lezioni private, tanto paga lo Stato (non le lezioni
private) e licenziarli non si può. E, last, but
not least, che dire della fuga di cervelli che da anni
il nostro paese subisce per via del fatto che in Italia
non trovano l'ambiente adeguato alle loro legittime
aspirazioni? Anche in questo caso, è tutto capitale
umano che viene e mancare.
Per quanto riguarda il risparmio, chi mette via qualcosa
(a meno che non lo metta all'estero), se lo vede portare
via da un fisco talmente vorace che si accanisce persino
sui conti correnti, ossia su denaro prelevabile a vista!
Se poi qualcuno ha degli immobili, fa prima a presentarsi
al commissariato di zona più vicino, magari con
i suoi "risparmi", possibilmente in contanti,
perché per cambiare un assegno bisogna andare
in banca e ciò costa fatica.
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