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Consumo
di capitale
di Carlo Zucchi
Da quando Silvio Berlusconi è diventato Presidente
del Consiglio l'Italia sembra godere di particolari
attenzioni per effetto dell'anomalia di un capo di governo
proprietario di tre reti televisive, che fa della sua
antipoliticità il suo cavallo di battaglia. Insomma,
si guarda all'Italia anche per guardare a una sorta
di insolito esperimento che vede un "non addetto
ai lavori" nella stanza dei bottoni. Tutto ciò
è bello e divertente per chi scrive, e forsanche
per un pubblico di lettori poco avvezzi a problemi complessi,
ma questo gossip politico o giudiziario (come il caso
dell'Economist quest'estate) è diventato decisamente
stucchevole e denota una sempre minor serietà
da parte di chi dovrebbe trattare la politica e l'economia
in modo autorevole e qualificato. A forza di gossip
e liti da cortile si sono purtroppo persi di vista i
veri problemi da cui è afflitta l'Italia, problemi
che vengono da lontanissimo, e che i governi targati
Ulivo e Casa delle Libertà si sono trovati a
gestire, ahinoi, con la consueta tattica del rinvio
a tempi migliori, che quand'anche arrivassero sarebbero
comunque troppo foschi. Gli anni '90 hanno visto l'Italia
perdere competitività in modo preoccupante rispetto
a gran parte degli altri paesi del globo, nonostante
i processi di globalizzazione abbiano consentito un
notevole ribasso dei tassi di interesse a livello internazionale,
fatto che per un paese iper-indebitato come il nostro
ha costituito un autentico "pieno" (altro
che boccata) di ossigeno. Quindi, contrariamente a quanto
certi commentatori vanno cianciando, l'Italia non è
stata vittima della globalizzazione, ma bensì
beneficiaria, sia per via dei tassi di interesse, sia
perché, grazie ad essa, i propri guai sono stati
messi a nudo e meglio compresi. In particolare, l'Italia
ha una brutta malattia chiamata "Consumo di capitale",
malattia le cui cause risalgono agli anni '70, con il
loro pieno di demagogia pseudo-anarcoide, e i cui effetti
si sono manifestati in maniera virulenta nel decennio
seguente con l'esplosione di un debito pubblico esorbitante
dovuto a una spesa sociale fuori controllo. Negli anni
'90 si è riusciti in qualche modo ad arrestare
tutto questo, ma più con provvedimenti tampone
che con misure risolutive, anche se dolorose nel breve
periodo, e oggi se ne vedono i risultati.
In merito ai paesi afflitti da consumo di capitale,
è sintomatico quanto scritto da Hayek nel capitolo
intitolato "Il consumo del capitale" di "Prezzi
e Produzione", opera datata 1931, quindi non certo
ispirata all'Italia del 2000, ma, anzi, quantomai profetica:
["Un altro fenomeno largamente diffuso in quasi
tutti i paesi che presumibilmente consumano il loro
capitale, sono le diffuse lamentele riguardo all'eccessiva
differenza tra i prezzi al dettaglio ed i prezzi all'ingrosso
o riguardo ai costi di produzione in generale. Un fenomeno
che ci dobbiamo aspettare che si verifichi durante un
processo di consumo del capitale è che il settore
dei beni di consumo sia relativamente più vantaggioso,
e che le industrie che producono beni alimentari come
la birra, le industrie del tabacco, dello spettacolo,
ecc., siano prospere. Tuttavia, la sola esistenza di
questa situazione naturalmente non basta a dimostrare
che un tale processo non sia in atto. La stessa situazione
potrebbe insorgere anche solo in seguito ad un netto
declino del saggio di risparmio non accompagnato da
un effettivo consumo del capitale. Ma l'emergere di
questo fenomeno fa nascere un forte sospetto che siano
realmente all'opera tendenze verso il consumo di capitale.
Esso infatti spesso si manifesta mentre la crescita
della popolazione sta diminuendo e simultaneamente la
disoccupazione continua ad aumentare."(1)]
1.
Cfr. Prezzi e Produzione, di F. A. Hayek, Edizioni Scientifiche
Italiane, Pag. 118
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