"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek

 

REAGANOMICS ALLA PUTTANESCA

di Carlo Zucchi


L'ultima polemica scoppiata in seguito all'intervento del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha riguardato l'abbassamento delle aliquote IRPEF, autentico cavallo di battaglia del programma della Casa delle Libertà. La riforma fiscale, da attuare nel corso della legislatura corrente, prevede la sostituzione dell'attuale sistema con uno basato su una no tax area per i redditi fino a 25 milioni annui delle vecchie lire per le famiglie con coniuge e due figli a carico (22 mln per un pensionato con coniuge a carico e più di 75 ani di età) e due sole aliquote, una al 23% e l'altra, per le quote di reddito superiori ai 200 milioni, al 33% (al posto dell'aliquota massima attuale del 46%). Le polemiche, naturalmente, si sono sprecate. La sinistra è partita all'attacco, mentre i favorevoli erano tutti intenti a paragonare la proposta berlusconiana alla supply-side attuata negli anni Ottanta da Ronald Reagan con grande successo. I fan dell'esperienza reaganiana, hanno visto nel taglio delle aliquote fiscali l'elemento trainante per uno dei successi economici più spettacolari di sempre, con la creazione di oltre 20 milioni di posti di lavoro in meno di dieci anni. E se negli anni immediatamente successivi ai tagli fiscali il bilancio ha registrato forti passivi, nel medio-lungo termine ha beneficiato di entrate cospicue dovute alla crescita generata dai tagli fiscali di cui sopra. Ma il paragone tra il progetto di riforma fiscale della CdL e la supply-side di reaganiana memoria é appropriato? E, in caso contrario, quali sono le differenze? E, infine, la supply-side fu vera gloria?
Prima di tutto, l'Italia del dopo Maastricht, a differenza degli Stati Uniti, ha ceduto quote di sovranità nel momento in cui ha stipulato gli accordi relativi alla nascita della moneta comune europea e che prevedono, tra l'altro, che deficit e debito pubblico non debbano superare, rispettivamente, il 3% e il 60% del PIL. Poiché il debito pubblico italiano si aggirava attorno a una percentuale doppia rispetto al 60%, la partecipazione dell'Italia al club della moneta unica è stata subordinata al tacito accordo di non sgarrare nel rapporto deficit/PIL, patto a cui l'Italia si è attenuta, talvolta con sistemi di contabilità più o meno creativa, sia che al governo ci fosse il centro-sinistra, sia che ci fosse il centro-destra. Alla luce di questi vincoli imposti dalla partecipazione italiana alla moneta unica europea, i critici hanno buon gioco nel dire che a causa del nostro alto debito pubblico, una diminuzione delle imposte a cui non faccia fronte una corrispondente diminuzione della spesa statale non sarebbe tollerata dalle massime autorità europee, e che a nulla varrebbe l'obiezione che paesi come Francia e Germania abbiano chiuso il loro ultimo bilancio con un disavanzo superiore al 3% rispetto al PIL, in quanto il loro rapporto debito/PIL rientra nei parametri di Maastricht.
Ma se si avesse la certezza che nel medio-lungo termine l'Italia desse via a un ciclo virtuoso come gli Stati Uniti negli anni '80, le preoccupazioni degli scettici sarebbero del tutto campate in aria, ma basta una semplice riduzione delle aliquote fiscali a rendere credibile il paragone con gli Stati Uniti durante la presidenza Reagan? Ciò che differisce è il terreno su cui la riforma fiscale si andrebbe a innestare. Certo, gli Stati Uniti reduci dagli anni '70, e dal quadriennio Carter in particolare, non erano proprio un modello di liberismo, ma l'Italia di oggi è conciata assai peggio. Prima di tutto, l'Italia ha un mercato del lavoro alquanto rigido, e non è detto che a uno stimolo di carattere fiscale corrisponda una reazione altrettanto forte come quella che si innescò nel corso degli anni '80 negli USA. L'Italia è il paese dell'area OCSE che ha i maggiori oneri gravanti sui salari. Tra lo stipendio netto percepito dal dipendente e lo stipendio lordo erogato dal datore di lavoro la differenza è altissima, ogni 100 lire che il datore di lavoro eroga al dipendente, altrettante ne deve erogare fra oneri fiscali, previdenziali e contributivi, il che non favorisce l'assunzione di manodopera e incentiva la piaga del lavoro nero. Ancor prima di un alleggerimento dell'IRPEF occorrerebbe un alleggerimento del carico contributivo da parte del datore di lavoro, cosa del tutto impossibile se prima non si mette mano alla riforma previdenziale. Come si fa a ridurre gli oneri previdenziali in un paese nel quale continua a persistere lo scandalo delle pensioni di anzianità, con lavoratori che vanno in pensione a 57 anni (indipendentemente dagli anni lavorati) e il cui mantenimento è sanguinoso per le casse dell'erario?
Inoltre, l'impossibilità, di fatto, di licenziare i dipendenti improduttivi non stimola gli imprenditori ad assumere lavoratori con scarsa o nulla esperienza. La possibilità di interrompere unilateralmente il rapporto di lavoro nei primi due anni dello stesso consentirebbe agli imprenditori di potere assumere senza il rischio di trovarsi, vita natural durante, dipendenti incapaci e improduttivi, il che permetterebbe un più facile inserimento dei lavoratori nel mercato del lavoro. La riforma dell'articolo 18, che estendeva la possibilità del licenziamento senza giusta causa alle aziende con più di 15 dipendenti sarebbe stato un passo in avanti, ma grazie all'ottusità del sindacato e della sinistra, e alla debolezza della maggioranza, la cosa non si è fatta.
A differenza degli Stati Uniti, poi, l'Italia ha inserito nella costituzione diversi articoli relativi allo statuto dei lavoratori, un insieme di regole demagogiche e vetuste (già allora) risalenti agli anni '70. I provvedimenti relativi al mercato del lavoro approvati in quegli anni, in nome della pace sociale, hanno creato una struttura salariale egualitaria quantomai penalizzante per lavoratori e imprese. Le rivendicazioni che condussero all'egualitarismo retributivo erano figlie dell'organizzazione fordista esistente negli anni del miracolo economico. Essa era imperniata sulla grande impresa, con il suo esercito di lavoratori, mentre trascurava le imprese di piccole dimensioni, considerate, con poca lungimiranza, una specie in via di estinzione. Le riforme del mercato del lavoro vennero attuate in vista di un lavoro routinario, disumanizzante e anonimo, senza alcun riferimento alle caratteristiche di chi lo svolgeva. Il tutto, mentre quel modello di organizzazione stava cedendo il passo al modello incentrato sulla piccola-media impresa. Secondo il sindacato, a lavoro uguale doveva corrispondere egual salario. La conseguenza fu una struttura salariale con poche differenziazioni in classi e livelli. Come sostiene Mario Deaglio in "Liberista? Liberale": "La persistenza di numerosi livelli retributivi veniva intesa come strumento di discriminazione, attraverso il quale il "padrone" esercitava il proprio potere, promuovendo e facendo avanzare chi voleva, nell'intento di dividere il fronte dei lavoratori e tenere basso il salario medio". Anche l'istruzione venne modellata sull'organizzazione produttiva degli anni Sessanta. Prestazioni lavorative anonime e uniforme, standardizzate e parcellizzabili a ore, indussero a standardizzare l'istruzione, il cui ruolo principale divenne quello di fornire nozioni generali indispensabili, come leggere, scrivere e far di conto. Una scuola per futuri burocrati e per lavoratori adatti a operazioni ripetitive, e non una scuola capace di infondere spirito critico e l'elasticità necessaria per far fronte a situazioni impreviste. Esigenza che si riscontra spesso nelle piccole imprese, nelle quali il lavoro non era poi così disumanizzante e dove l'esperienza personale e la flessibilità mentale del lavoratore conservavano un ruolo essenziale. Piccole e grandi aziende ebbero quindi convenienza ad assumere lavoratori già forniti di esperienza e non giovani al primo impiego. Inoltre, la distanza fra le qualifiche alte e intermedie venne alquanto ridotta, mentre quella fra qualifiche basse e intermedie venne addirittura annullata, con la conseguenza che i salari di ingresso risultarono troppo alti, così da provocare una forte disoccupazione giovanile, mentre i salari di lavoratori qualificati con maggiore esperienza risultarono troppo bassi, così che mettere su famiglia divenne alquanto difficile, specie se si pensa che un lavoratore sposato guadagnava quanto uno non sposato, poiché il sindacato sacrificò gli assegni familiari rispetto ad altre voci più politicamente orientate a sinistra. Proprio l'eguaglianza della struttura salariale deve ascriversi tra le cause, tutt'altro che secondarie, dell'eccezionale caduta della natalità italiana, che ha portato il paese in pochi anni all'ultimo posto nella classifica mondiale della prolificità.
A differenza degli Stati Uniti, l'Italia non ha avuto, e non continua ad avere, un sindacato collaborativo, ma ha un sindacato, specie quello più grosso (la CGIL), ostile alle imprese e fortemente conflittuale. La conflittualità sindacale, unita a una struttura salariale imperniata su un mondo che non c'è più, alla composizione salariale più onerosa fra i paesi dell'OCSE e a un debito pubblico astronomico, seppur leggermente in discesa, fanno dell'Italia un paese nel quale la ricetta Reagan potrebbe non dare i frutti sperati.
E poi, furono tutti buoni i frutti della ricetta Reagan? Il ritmo di crescita forsennato di quegli anni, favorito da una politica creditizia folle, ha finito per rivelarsi insostenibile, con conseguenze fortemente negative sui valori di borsa, gonfiatisi a dismisura, tanto che, nel 1987, scoppiò una bolla speculativa i cui effetti si produssero fino al 1992. Altro fatto significativo, fu che il grosso della spesa pubblica americana degli anni Ottanta era costituita da spese militari, con una struttura produttiva basata sull'industria pesante, secondo le logiche di un'economia di guerra, ossia di quella guerra fredda che si concluse con la sconfitta sovietica. Una volta finita la guerra fredda, diminuire la spesa pubblica fu facile, bastò ridurre le spese militari, e il bilancio federale ne ricavò immediati benefici. In Italia, invece la spesa pubblica è costituta soprattutto da spesa corrente in baby-pensioni, pensioni fasulle e stipendi di dipendenti pubblici dal ruolo spesso parassitario che, se fossero licenziati, non troverebbero impiego data la loro impossibilità di misurarsi con il mercato. Ridurre la spesa pubblica improduttiva in queste condizioni è senz'altro più difficile, specie se si pensa che intere aree del paese (soprattutto nel meridione) vivono interamente di economia assistita. A tal uopo, sarebbe raccomandabile un blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, perché l'Italia non ha bisogno soltanto di maggior occupazione, ma anche di maggior occupazione produttiva.
Senza mettere mano alle riforme strutturali, come quella delle pensioni e del mercato del lavoro, è difficile che la cura Reagan faccia sentire i suoi effetti. Meglio sarebbe guardare all'esperienza dell'Inghilterra della Signora Thatcher, che accompagnò la riduzione delle aliquote a riforme sociali incisive quanto improcrastinabili, che incontrarono una forte resistenza sindacale. Ma il governo Thatcher seppe combattere per una politica liberista perché in essa credeva, ciò che non sembra notarsi nella maggioranza costituita dalla CdL. E lo stesso dicasi riguardo all'atteggiamento tenuto nei confronti di un'opposizione costituita da una sinistra giacobina e irresponsabile, nella quale hanno ripreso vigore comportamenti infantili e istinti massimalisti tipici di chi non riesce a sostituire il raziocinio all'ideologia. Inoltre, come dice Milton Friedman, le riforme importanti, come quella pensionistica, vanno fatte nei primi otto-nove mesi di governo, quando i difensori dello status quo sono più deboli. Dopo è molto più difficile, se non impossibile.
In ogni caso, un eventuale taglio delle imposte deve essere preceduto da tagli alla spesa pubblica, e deve avvenire sia per la fascia di reddito medio-basse, come chiedono AN e UDC, così da trasferire ricchezza dal settore pubblico a quello produttivo, sia per la fascia di reddito medio-alto, così da incentivare un maggior risparmio e un maggior investimento, necessario per creare le condizioni per un'eventuale ripresa. Nonostante il debito sia altissimo, qualora il Governo Berlusconi mettesse mano alla riforma pensionistica, l'Europa non avrebbe autorità alcuna a multare l'Italia, dato che lo sforamento, come nel caso di Francia e Germania, avverrebbe contestualmente all'avvio di riforme importanti che darebbero i propri frutti in un arco di tempo più lungo.
Un'eventualità altrettanto interessante, ipotizzata da Oscar Giannino, sarebbe quella secondo la quale, in seguito agli effetti dell'abbassamento delle aliquote, il deficit di bilancio diventerebbe tale che la necessità di riforme della spesa pubblica non potrebbero più essere procrastinabili, e così, come nella miglior tradizione italiana, si creerebbero quelle condizioni di "acqua alla gola" in presenza delle quali poter metter mano a riforme importanti in modo serio. Un'eventualità possibile, dato che in Italia, spesso le cose prendono una via tutta loro, ma la via maestra resta quella di ridurre prima la spesa statale e poi le tasse, così da trasferire risorse e libertà da una classe di burocrati sfruttatori alla classe di liberi produttori.

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