"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



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Michael Novak
 

Michael Novak, cattolico, americano, studioso del tomismo e convinto fautore della conciliazione tra l’etica cattolica e lo spirito del capitalismo fu, assieme a Wegel e Neuhaus, uno dei giovani ideologi che negli anni ’80 saldarono "l’alleanza" tra la presidenza Reagan e il papato di Giovanni Paolo II, di cui è ancor oggi consigliere fidato.

Elemento centrale dei suoi studi, è la diffidenza che la Chiesa e gli intellettuali cattolici nutrono e hanno nutrito verso il libero mercato. Nel suo "L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo", ripercorre l’ultimo secolo di storia pontificia, da Leone XIII a Giovanni Paolo II, fissando la sua attenzione sull’evoluzione delle idee della Chiesa sul capitalismo. Se Leone XIII, nella sua Rerum Novarum del 1891, accompagnava la sua condanna del socialismo alla forte critica dei sistemi di mercato, Giovanni Paolo II, nella sua Centesimus Annus del 1991 (di cui la Rerum Novarum costituisce la premessa), propone l’economia di mercato come modello per l’Europa dell’est e per il Terzo mondo.

Riguardo gli intellettuali cattolici, Novak sostiene che, all’inizio del novecento, sotto l’influsso de "L’etica protestante e lo spirito del capitalismo" di Max Weber, molti di essi si formarono idee sbagliate sul capitalismo, giudicandolo come caratterizzato da un individualismo spietato e calcolatore tipico della cultura calvinista.

Secondo Novak, la tesi di Max Weber che fa derivare lo spirito capitalistico dall’etica protestante sarebbe errata, in quanto trascura gli aspetti legati alla creatività, l’inventiva, l’iniziativa e la cooperazione sociale, sebbene riconosca allo storico tedesco il merito di aver individuato in un aspetto di tipo spirituale l’elemento peculiare del capitalismo.

Novak si definisce un "Cattolico-Whig", in quanto fonda le sue idee sui dettami della religione cattolica e sul pensiero illuminista scozzese dell’ateo David Hume e del presbiteriano Adam Smith, e sugli Whigs scrive: "Danno un profondo valore a ciò che la razza umana ha appreso e rappresentato, spesso in maniera tacita, nelle abitudini, nelle istituzioni e nelle tradizioni attuali. Non credono che i loro antenati fossero meno saggi. Fanno molti più sforzi per imparare dal passato cercando di tradurre in parole la sua saggezza spesso silenziosa. Si considerano parte di una tradizione che vive, e sono perciò altrettanto rispettosi del passato, quanto orientati verso il futuro. Sospettano dell’ideologia, che considerano una forma di razionalismo non disciplinato dall’esperienza. Non hanno paura di sognare, e allo stesso tempo hanno un’attenzione speciale per le cose che sono sperimentate, controllate e riscontrate vere. Ritengono sia sciocco non apprendere dalle lezioni del passato imparate a caro prezzo, e altrettanto sciocco ignorare i nuovi bisogni dell’umano pellegrinaggio, a malapena visibili nel prossimo futuro.

A questo proposito, la visione whig classica trae radici dal cauto ottimismo che nasce dalla riflessione sull’esperienza umana alla luce del peccato originale. La cautela degli Whigs fa sì che per gli utopisti, essi sembrino troppo pessimisti. Il loro ottimismo li rende troppo visionari per i tradizionalisti. Ciononostante, la saggezza Whig rappresenta piuttosto bene la saggezza dell’ebraismo e del cristianesimo e quanto vi era di meglio, tra i Greci e i Romani, a proposito della natura umana e del peccato dell’uomo. Gli Whigs sostengono che ogni essere umano, a volte, pecca; dunque a nessun uomo può essere affidato il potere totale. Al tempo stesso affermano che la maggior parte degli uomini, il più delle volte (ma non sempre) agisce con generosità, moderazione, pietà e creatività. La prima di queste convinzioni rende necessari controlli e contrappesi; la seconda rende possibile un realistico progresso dell’uomo".

La tradizione cattolico-liberale da cui attinge Novak è quella alimentata dal pensiero di San Tommaso d’Aquino (definito da Lord Acton il "Primo Whig"), dei gesuiti di Salamanca, nonché di Tocqueville e Lord Acton nell’800 e, nel nostro secolo, di Don Luigi Sturzo, Jacques Maritain, Yves R. Simon, il gesuita Courtney Murray, Friedrich Von Hayek, Wilhelm Ropke, l’ex cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il suo ministro delle finanze Ludwig Erhard.

Ma cosa intende Novak per libertà? Egli distingue tra la concezione europea, risalente alla tradizione del diritto romano (e del codice napoleonico) e quella anglosassone, i cui principi affondano nel diritto consuetudinario (Common Law). Secondo la concezione europea, la parola libertà sembrerebbe definire "tutto ciò che non è proibito". All’interno di tale concezione, libertà e legge sono considerate come termini antitetici, poiché da una parte vi sono le cose proibite o a cui si è costretti, dall’altra quelle non regolate dalla legge e nelle quali si è liberi. L’idea angloamericana, invece, considera la libertà come lo spirito interno alla legge, poiché l’intelligibilità del libero agire deriva dalla ragione, dal diritto, dal dovere e da una coscienza correttamente regolata.

Frutto di una profonda riflessione religiosa, tale concezione consente agli aspetti morali di tipo religioso di penetrare la sfera economica, facendo sì che le "scelte razionali" degli uomini non si ispirino a criteri del tutto utilitaristici o materialisti. Lord Acton predicava: "La ragione regni sopra la ragione, non la volontà sopra la volontà", oppure "La ragione prima della volontà". Da tali definizioni si evince il concetto di libertà sotto la legge e non di libertà dalla legge. La libertà è libertà di fare quello che dobbiamo e non quello che vogliamo. Ciò significa una libertà regolata da un saldo spirito di autocontrollo e di rispetto degli altri membri della comunità.

Michael Novak si dice favorevole, in linea di principio, "a vincoli politici e morali alle attività economiche" e a interventi "meditati e moderati" da parte dello Stato, ma sostiene "l’opportunità di una versione molto modificata" dello Stato assistenziale. E ritiene che un’economia dinamica, creativa e ricca d’inventiva rappresenti la migliore speranza di cambiare le condizioni dei poveri. La grave "crisi spirituale" dello Stato assistenziale e la nefasta azione corruttrice di benefici statali troppo attraenti e troppo facili da ottenere, comportano due conseguenze: "Il senso soggettivo di responsabilità personale lentamente si atrofizza; e l’amministrazione statale lentamente ingloba la maggior parte delle funzioni tradizionalmente svolte dalla società civile". La prima vittima di tutto questo è la famiglia, cui Novak attribuisce un ruolo importantissimo nella formazione dell’individuo.

Ma bersaglio del teologo americano è anche quella cultura antagonista che negli anni ’50, ’60 e ’70 ha diffuso le proprie idee denigratorie nei confronti delle tradizioni morali che dal settecento in poi hanno permesso all’occidente quel progresso morale e materiale che è sotto gli occhi di tutti. Sebbene questa cultura abbia subito duri colpi in questi anni (specie dopo la caduta del muro di Berlino), sfruttando la presenza dei suoi membri in luoghi strategici del panorama culturale e mediatico occidentale, come le università, le principali testate giornalistiche, Hollywood, il mondo della musica Rock, dell’arte e della letteratura, continua a diffondere i suoi messaggi contro i valori culturali e religiosi su cui si fonda la nostra civiltà e, in maniera subdola, contro il capitalismo. Gli intellettuali artefici di tutto questo (guarda che strano!) finiscono sempre per invocare un maggior potere per il Principe dei giorni nostri, ossia lo Stato, e non è quindi un caso che Novak ci metta in guardia da due forme di nostalgia, da sinistra e da destra, per lo Stato assistenziale: la prima consiste nel rimpianto di una mitica età dell’oro; la seconda nel "desiderio di riesumare una famiglia tradizionale che non c’è mai stata".

Ma il contributo più importante, e per certi versi provocatorio, che Novak ci offre consiste nel considerare il capitalismo non come un sistema soltanto economico, ma come un sistema soprattutto morale. La combinazione tra un sistema politico democratico, un sistema economico fondato sul libero mercato e un sistema morale e culturale incentrato sul pluralismo presuppone una rettitudine morale a cui non facciamo nemmeno più caso, ma che nei paesi a tradizione socialista o precapitalistica manca. Non è un caso che solo con la comparsa del capitalismo ci si ponga il problema della povertà, prima considerata come qualcosa di naturale ed ineluttabile. Solo verso la fine del ‘700 si comincia ad entrare nell’ordine di idee di poterla ridurre e sconfiggere; l’impresa, considerata folle dai conservatori di allora, si è oggi quasi del tutto realizzata laddove il capitalismo si è imposto, nonostante le folli idee "Welfaristiche" del ‘900. Ora si tratta di portarla in quelle zone del Sudamerica, dell’Asia e dell’Africa dove vigono ancora tradizioni precapitalistiche, e nell’Europa dell’est, dove hanno troppo a lungo sperimentato l’inferno comunista.

 
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