"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



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Bernard Mandeville (1670-1733)
 

Medico e filosofo olandese di origine francese, trascorse gran parte della sua vita in Inghilterra dove pubblicò i propri scritti in cui combatteva le convinzioni sociali e morali del tempo. In particolare, egli sostenne che l’egoismo non deve essere represso, in quanto perno attorno al quale si dispiegano le facoltà umane atte a realizzare il progresso e la convivenza sociale, ed è tramite appunto l’egoismo che i vizi privati si convertono in pubblici benefici.

La sua opera fondamentale è "La Favola delle Api", in cui esprime in modo radicale l’opinione secondo cui è l’interesse personale a guidare l’azione economica e a rendere possibile il pubblico beneficio. Incentrata sul poema allegorico dal titolo "L’alveare scontento", venne pubblicata per la prima volta nel 1703, ma acquisì notorietà, grazie agli scandali che sollevò, nelle sue successive edizioni del 1714 e del 1723, con un commentario dello stesso autore con quello che sarà il titolo definitivo dell’opera, ossia "La Favola delle Api - vizi privati e pubblici benefici". All’origine prospero e potente, questo "alveare" finisce per diventare povero e spopolato nel momento in cui i suoi abitanti mutano le proprie abitudini, divenendo parchi, risparmiatori, nonché virtuosi cittadini, da prodighi, orgogliosi e dediti a una vita lussuosa quali erano in precedenza. E la diminuzione dei consumi conseguente al mutamento dei costumi, finisce per provocare disoccupazione, depressione, e, di conseguenza, impoverimento generalizzato.

Questo rapporto che Mandeville individua tra consumi e occupazione sembra indicarlo come un "keynesiano ante-litteram", ma se ciò può essere vero, altrettanto si può dire riguardo al filo rosso che intercorre tra le tesi di Mandeville e quelle dell’acerrimo rivale di Keynes, ossia Friedrich Von Hayek, la cui distinzione relativa alla logica che regola la vita del piccolo gruppo e quella propria dell’ordine esteso di mercato, ripercorre le tesi mandevilliane. L’autore inglese ritiene che esistano due concezioni differenti della società civile, una prima che presuppone l’immagine di una comunità piccola , frugale e pacifica, retta dalla virtù e dallo spirito pubblico dei cittadini, e una seconda che si identifica con una società vasta e popolosa, commerciale e militare, priva sia della capacità, che del bisogno di suscitare la dedizione dei cittadini. Il confronto tra queste due concezioni diviene in Mandeville il fulcro di un’intera idea sociale e morale.

Secondo Mandeville, un gruppo poco numeroso insediato su un territorio limitato, arriva a creare una società chiusa, pacifica ed egualitaria; frugale, senza commercio e denaro, dove i consumi sono limitati ai prodotti naturali del luogo. Una società, per dirla con Mandeville: "di uomini buoni e pacifici, disposti a essere poveri pur di stare tranquilli".

All’opposto, la società grande e popolosa, resa militarmente forte ed espansiva da un esercito permanente e professionale, controllata giuridicamente e amministrativamente da un potere politico sovrano e unitario, volta al commercio interno ed estero. I bisogni crescenti di questa società provocano la necessità di una moltiplicazione delle risorse disponibili, del progresso delle scienze e delle arti, mentre la sua prosperità e la sua potenza è legata al numero degli abitanti. Lo spirito civico cessa di essere il principio cardine della società, come pure il senso di appartenenza ad una comunità morale da parte dei suoi membri, la cui cooperazione reciproca (ognuno realizza i suoi fini lavorando per gli altri) è motivata unicamente dal proprio interesse personale. Ciò comporta che la grande società è una società commerciale, cui ognuno partecipa attraverso lo scambio di beni e servizi, rendendo così possibile la divisione del lavoro, e quindi il progresso tecnico e scientifico, ottenuto con la specializzazione, l’accumulo e la trasmissione dell’esperienza. Di conseguenza, l’istituzione del denaro diviene condizione per l’ordine, l’economia e la stessa esistenza della società civile.

Mandeville è stato interpretato in vari modi dagli economisti moderni, chi ne ha fatto un epigono del laissez-faire, chi lo ha considerato un vero e proprio mercantilista, ma non si è lontani dal vero quando si afferma che risentì delle idee di un’epoca di transizione dal mercantilismo al liberoscambismo. Tra gli autori pre-classici, comunque, sembra essere quello che più di ogni altro ha enfatizzato il ruolo dell’interesse nella guida delle azioni individuali. Secondo Mandeville, le azioni umane sono indotte da considerazioni egoistiche sui propri desideri e passioni, e sui modi più semplici per soddisfarli, dal chè si evince che le relazioni degli uomini con i loro bisogni materiali sono più importanti delle relazioni degli uomini tra loro, e che gli uomini vivono in società non perché la loro natura sia fondamentalmente sociale, ma unicamente per soddisfare i loro bisogni.

Contrariamente a quanto sosterrà un secolo più tardi uno dei profeti del laissez-faire, Frederic Bastiat, Mandeville non credeva che vi fosse un’automatica armonia tra interessi sociali e individuali. Egli riteneva che i vizi privati possono portare a pubblici benefìci solo se l’interesse egoistico è propriamente indirizzato verso fini sociali dalla mano del governo politico. Il governo, secondo Mandeville, deve assicurare certi diritti fondamentali, promuovendo lo sviluppo istituzionale adeguato a liberare le potenzialità produttive dei cittadini ampliandone i bisogni e i desideri. Allo stesso modo, passioni quali orgoglio e vanità devono essere appropriatamente stimolate a perseguire l’interesse individuale, a patto che non si traducano in crimini che interferiscano con la pace e il benessere pubblico.

Poiché anche gli economisti classici delle generazioni successive consideravano un quadro di istituzioni sociali e legali come premessa per l’operare efficiente dell’economia di mercato, si può sostenere che la forza con cui egli ha sottolineato il ruolo dell’interesse personale e la capacità equilibrante del mercato, avvicina Mandeville più alle posizioni liberali che non a quelle mercantiliste.

È infine importante rilevare come in Mandeville si intraveda un nuovo modo di concepire il rapporto tra etica e ordine sociale. Se da un punto di vista etico le azioni virtuose sono quelle che intenzionalmente conducono al bene pubblico, le azioni effettivamente intraprese dagli individui riguardano il loro proprio interesse, mentre il benessere collettivo dipende da azioni che non sono consapevolmente rivolte a tale scopo. Dopo la religione, con Mandeville, anche la morale viene espulsa dalla considerazione degli affari umani, il che ci porta a considerare Mandeville come un autore "di transizione", che opera una cesura tra sistema etico da un lato, nel quale l’ordine sociale dipende da regole morali che si riferiscono alla società intera, e sistema economico dall’altro, le cui regole dipendono dalle motivazioni individuali.


 
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