| |
Medico e filosofo olandese di origine
francese, trascorse gran parte della sua vita in Inghilterra
dove pubblicò i propri scritti in cui combatteva
le convinzioni sociali e morali del tempo. In particolare,
egli sostenne che legoismo non deve essere represso,
in quanto perno attorno al quale si dispiegano le facoltà
umane atte a realizzare il progresso e la convivenza
sociale, ed è tramite appunto legoismo
che i vizi privati si convertono in pubblici benefici.
La sua opera fondamentale è "La Favola
delle Api", in cui esprime in modo radicale lopinione
secondo cui è linteresse personale a guidare
lazione economica e a rendere possibile il pubblico
beneficio. Incentrata sul poema allegorico dal titolo
"Lalveare scontento", venne pubblicata
per la prima volta nel 1703, ma acquisì notorietà,
grazie agli scandali che sollevò, nelle sue successive
edizioni del 1714 e del 1723, con un commentario dello
stesso autore con quello che sarà il titolo definitivo
dellopera, ossia "La Favola delle Api - vizi
privati e pubblici benefici". Allorigine
prospero e potente, questo "alveare" finisce
per diventare povero e spopolato nel momento in cui
i suoi abitanti mutano le proprie abitudini, divenendo
parchi, risparmiatori, nonché virtuosi cittadini,
da prodighi, orgogliosi e dediti a una vita lussuosa
quali erano in precedenza. E la diminuzione dei consumi
conseguente al mutamento dei costumi, finisce per provocare
disoccupazione, depressione, e, di conseguenza, impoverimento
generalizzato.
Questo rapporto che Mandeville individua tra consumi
e occupazione sembra indicarlo come un "keynesiano
ante-litteram", ma se ciò può essere
vero, altrettanto si può dire riguardo al filo
rosso che intercorre tra le tesi di Mandeville e quelle
dellacerrimo rivale di Keynes, ossia Friedrich
Von Hayek, la cui distinzione relativa alla logica che
regola la vita del piccolo gruppo e quella propria dellordine
esteso di mercato, ripercorre le tesi mandevilliane.
Lautore inglese ritiene che esistano due concezioni
differenti della società civile, una prima che
presuppone limmagine di una comunità piccola
, frugale e pacifica, retta dalla virtù e dallo
spirito pubblico dei cittadini, e una seconda che si
identifica con una società vasta e popolosa,
commerciale e militare, priva sia della capacità,
che del bisogno di suscitare la dedizione dei cittadini.
Il confronto tra queste due concezioni diviene in Mandeville
il fulcro di unintera idea sociale e morale.
Secondo Mandeville, un gruppo poco numeroso insediato
su un territorio limitato, arriva a creare una società
chiusa, pacifica ed egualitaria; frugale, senza commercio
e denaro, dove i consumi sono limitati ai prodotti naturali
del luogo. Una società, per dirla con Mandeville:
"di uomini buoni e pacifici, disposti a essere
poveri pur di stare tranquilli".
Allopposto, la società grande e popolosa,
resa militarmente forte ed espansiva da un esercito
permanente e professionale, controllata giuridicamente
e amministrativamente da un potere politico sovrano
e unitario, volta al commercio interno ed estero. I
bisogni crescenti di questa società provocano
la necessità di una moltiplicazione delle risorse
disponibili, del progresso delle scienze e delle arti,
mentre la sua prosperità e la sua potenza è
legata al numero degli abitanti. Lo spirito civico cessa
di essere il principio cardine della società,
come pure il senso di appartenenza ad una comunità
morale da parte dei suoi membri, la cui cooperazione
reciproca (ognuno realizza i suoi fini lavorando per
gli altri) è motivata unicamente dal proprio
interesse personale. Ciò comporta che la grande
società è una società commerciale,
cui ognuno partecipa attraverso lo scambio di beni e
servizi, rendendo così possibile la divisione
del lavoro, e quindi il progresso tecnico e scientifico,
ottenuto con la specializzazione, laccumulo e
la trasmissione dellesperienza. Di conseguenza,
listituzione del denaro diviene condizione per
lordine, leconomia e la stessa esistenza
della società civile.
Mandeville è stato interpretato in vari modi
dagli economisti moderni, chi ne ha fatto un epigono
del laissez-faire, chi lo ha considerato un vero e proprio
mercantilista, ma non si è lontani dal vero quando
si afferma che risentì delle idee di unepoca
di transizione dal mercantilismo al liberoscambismo.
Tra gli autori pre-classici, comunque, sembra essere
quello che più di ogni altro ha enfatizzato il
ruolo dellinteresse nella guida delle azioni individuali.
Secondo Mandeville, le azioni umane sono indotte da
considerazioni egoistiche sui propri desideri e passioni,
e sui modi più semplici per soddisfarli, dal
chè si evince che le relazioni degli uomini con
i loro bisogni materiali sono più importanti
delle relazioni degli uomini tra loro, e che gli uomini
vivono in società non perché la loro natura
sia fondamentalmente sociale, ma unicamente per soddisfare
i loro bisogni.
Contrariamente a quanto sosterrà un secolo più
tardi uno dei profeti del laissez-faire, Frederic Bastiat,
Mandeville non credeva che vi fosse unautomatica
armonia tra interessi sociali e individuali. Egli riteneva
che i vizi privati possono portare a pubblici benefìci
solo se linteresse egoistico è propriamente
indirizzato verso fini sociali dalla mano del governo
politico. Il governo, secondo Mandeville, deve assicurare
certi diritti fondamentali, promuovendo lo sviluppo
istituzionale adeguato a liberare le potenzialità
produttive dei cittadini ampliandone i bisogni e i desideri.
Allo stesso modo, passioni quali orgoglio e vanità
devono essere appropriatamente stimolate a perseguire
linteresse individuale, a patto che non si traducano
in crimini che interferiscano con la pace e il benessere
pubblico.
Poiché anche gli economisti classici delle generazioni
successive consideravano un quadro di istituzioni sociali
e legali come premessa per loperare efficiente
delleconomia di mercato, si può sostenere
che la forza con cui egli ha sottolineato il ruolo dellinteresse
personale e la capacità equilibrante del mercato,
avvicina Mandeville più alle posizioni liberali
che non a quelle mercantiliste.
È infine importante rilevare come in Mandeville
si intraveda un nuovo modo di concepire il rapporto
tra etica e ordine sociale. Se da un punto di vista
etico le azioni virtuose sono quelle che intenzionalmente
conducono al bene pubblico, le azioni effettivamente
intraprese dagli individui riguardano il loro proprio
interesse, mentre il benessere collettivo dipende da
azioni che non sono consapevolmente rivolte a tale scopo.
Dopo la religione, con Mandeville, anche la morale viene
espulsa dalla considerazione degli affari umani, il
che ci porta a considerare Mandeville come un autore
"di transizione", che opera una cesura tra
sistema etico da un lato, nel quale lordine sociale
dipende da regole morali che si riferiscono alla società
intera, e sistema economico dallaltro, le cui
regole dipendono dalle motivazioni individuali.
|
|