"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



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John Locke
 

Nato nel 1632 a Wrington (Somersetshire) da famiglia puritana. Nel 1646 è ammesso al prestigioso collegio di Westminster; si iscrive poi nel 1652 al Christ Church college di Oxford, dove si laurea e insegna greco, retorica, e filosofia morale.

Capostipite dell’empirismo britannico, Locke dette origine alle indagini gnoseologiche che, successivamente sviluppate, approdarono alla concezione humeana. Fu il teorizzatore del liberalismo che si affermò nella Gran Bretagna alla fine del ‘600.

Di salute cagionevole, Locke si trasferisce in Francia nel 1675, dove vi resterà fino al 1679, ed è qui che subisce l’influsso delle idee di Cartesio, particolarmente riscontrabile sia quando attribuisce all’intuizione chiara e distinta il valore di criterio fondamentale di verità, sia quando riconosce la grande importanza della matematica.

Secondo Locke, non esistono idee innate. Le idee derivano "dall’esperienza nella quale è fondata tutta la nostra conoscenza e dalla quale essa, in ultima analisi, deriva". Fonti dell’esperienza sono la sensazione - o senso esterno - , con cui si percepiscono gli oggetti esterni, e la riflessione - o senso interno - che è la "percezione delle operazioni del nostro spirito dentro di noi, quando è impiegato intorno alle idee che ha ottenuto". La riflessione elabora, per mezzo della memoria, le idee dovute alla sensazione. Le idee possono essere semplici, come quelle che provengono direttamente dalla sensazione e dalla riflessione, come colori, odori e suoni (provenienti da un solo senso, mentre quella di spazio e forma proviene da più sensi), o complesse, che sono formate da una composizione di idee semplici effettuata dall’intelletto. Questo, una volta fornito di idee semplici (Locke considera le idee semplici gli elementi primi di ogni conoscenza e l’intelletto umano non può né crearle, né distruggerle), diviene attivo e "ha il potere di ripeterle, paragonarle e unirle, in una varietà di modi che si può dire quasi infinita, e così può produrre a piacere nuove idee complesse". Pur infinite nel numero, le idee complesse possono essere a loro volta raggruppate in tre categorie fondamentali: modi, che "sono considerate come idee di cose che dipendono da sostanze o da affezioni di sostanze" (es. idee di numero, di spazio e di tempo), sostanze, che constano di combinazioni di idee semplici, sussistenti per sé stesse, e si distinguono in singole (es. una mucca, possibilmente intelligente) e collettive (mandria), e relazioni, che consistono nella considerazione e nella comparazione di un’idea con un’altra (es. idea di identità e di causalità).

Riguardo la conoscenza, Locke considera l’esperienza come il proprio fondamento necessario, ma non identifica la seconda con la prima. Secondo Locke, la conoscenza "è la percezione del legame e dell’accordo (o del disaccordo) e dell’incompatibilità tra nostre idee qualsiasi". In mancanza di questa percezione, ci potrà essere immaginazione, o congettura, ma non conoscenza. I tre gradi di conoscenza sono: intuizione, che è la percezione immediata dell’accordo (o disaccordo) tra due idee, per via diretta, senza l’intervento diretto di nessuna altra idea; essa costituisce la forma più chiara ed evidente e si esemplifica negli assiomi matematici, dimostrazione, che è la percezione non immediata ottenuta per via indiretta, ricorrendo all’intervento di altre idee, che sono chiamate prove; certa, ma meno chiara dell’intuizione, può essere esemplificata dalla conoscenza dell’esistenza di Dio e dalla dimostrazione di molte proposizioni matematiche, e sensazione, che riguarda "l’esistenza di oggetti particolari esterni, sulla base della percezione e della coscienza che abbiamo dell’ingresso effettivo delle idee che derivano da essi"; la loro conoscenza è meno chiara delle precedenti ed è esemplificata dalla certezza dell’esistenza degli oggetti esterni, che è appunto limitata dalla sensazione, al cessare della quale, si ha la sostituzione della certezza con la probabilità.

Riguardo agli aspetti religiosi, Locke concentrò la propria attenzione sui temi relativi al rapporto tra ragione e messaggio cristiano. Locke cerca di comprendere direttamente l’insegnamento di Gesù Cristo attingendo unicamente dalle pagine della sacra Scrittura. Tenta di individuare le dottrine fondamentali del cristianesimo andando a leggere direttamente che cosa effettivamente Gesù predicò (così come appare nei racconti evangelici) e che cosa annunciarono al mondo i suoi apostoli dopo la pentecoste (così come appare dalla narrazione degli Atti degli Apostoli). Secondo Locke, l’annuncio della salvezza, presente nella scrittura, è rivolto a tutti gli uomini e deve essere espresso in modo concepibile a tutti, e ciò porta Locke a respingere ogni interpretazione della sacra Scrittura di tipo allegorico o mistico. Dalla lettura dei quattro Vangeli, e degli Atti degli Apostoli Locke trae la tesi fondamentale della "Ragionevolezza del Cristianesimo" (1695): che l’unico articolo di fede richiesto espressamente da Cristo e dagli apostoli per diventare cristiani è quello della messianicità di Gesù di Nazareth, e che l’intera opera e predicazione di Cristo e degli apostoli fu diretta a quella manifestazione e a quell’annuncio. È questo il nucleo essenziale della rivelazione cristiana: quel nucleo di verità di facile comprensione, di cui parlavano e su cui indagavano i teologi dell’epoca, quel nucleo di verità che, essendo condiviso da tutti i cristiani, avrebbe permesso l’avvento della concordia religiosa.

È, inoltre, in quel clima di intolleranza religiosa che nel 1683 Locke si vide costretto a rifugiarsi in esilio in Olanda, dove vi resterà per 6 anni e dove scriverà, tra il 1685 e il 1686, "La Lettera sulla Tolleranza". In questa opera Locke, oltre ad affermare la necessità che lo Stato riconosca a tutti i cittadini l’uguaglianza dei diritti in materia di religione, ritiene che sia suo dovere anche quello di tutelare e conciliare le aspirazioni di ogni uomo alla vita, alla libertà, all’integrità fisica e morale, e al mantenimento dei beni esteriori onestamente acquisiti.

Dal punto di vista politico, Locke può essere considerato il padre del liberalismo. Come Hobbes, parte esaminando lo stato di natura, definendolo "uno stato di libertà perfetta di ordinare le proprie azioni, di disporre delle proprietà e delle persone come meglio si ritiene, entro i limiti della legge di natura, senza chiedere il permesso a nessuno e senza dipendere dalla volontà di nessuno". Diversamente da Hobbes, Locke non pensava che lo stato di natura fosse fondato sull’anarchia, bensì che fosse retto dalla legge naturale, che ha il potere di vincolare tutti gli uomini e che ha alla propria base la ragione. Secondo tale legge, la libertà assoluta incontra il proprio limite nell’arrecare danno alla libertà altrui. Tra i diritti fondamentali dell’uomo, accanto a quello della libertà, vi sono quello della vita e quello della proprietà, la cui inalienabilità e irrinunciabilità sono dovute al fatto che si basano entrambe sulla ragione.

Lo stato di natura, però, comporta degli inconvenienti, per evitare i quali, gli uomini sono costretti a costituire lo Stato, mediante un contratto consensualmente stipulato.

Contrariamente a quanto affermava Hobbes, per Locke, la costituzione dello Stato non comporta che i cittadini rinuncino ai diritti dati loro dalla natura.

Esso ha proprio il compito di tutelare questi diritti, e l’autorità ne risponde di fronte alla comunità, ma esistono dei limiti ben precisi al potere legislativo e a quello esecutivo, che in ogni caso devono essere separati tra loro, e quando l’autorità esce da detti limiti, essa diviene tirannide, e, non rispondendo più ai fini per i quali è stata creata, il popolo ha il diritto di abbatterla.

L’interpretazione data da Locke al rapporto tra libertà e legge naturale parte dal presupposto che la libertà di agire secondo la propria volontà viene fondata sulla ragione umana (e quindi sulla legge naturale), in modo che la libertà non sia vista come l’ambito aperto alla scelta degli individui, una volta che siano stati tracciati i limiti della legge, bensì come l’esercizio moralmente e razionalmente appropriato alla loro capacità di azione. La libertà incontrollabile (da altri uomini) che ha l’uomo di disporre della sua persona e dei suoi beni è interiormente guidata dalla ragione (legge di natura) che prescrive a tutti gli uomini la conservazione propria e altrui, e i doveri ad essa connessi.

Riguardo al rapporto tra legge naturale e uguaglianza, quest’ultima consiste in un principio di reciprocità del potere e della giurisdizione degli individui, e tale principio prescrive che il potere esecutivo della legge di natura, se è attribuito a qualcuno, deve essere riconosciuto a tutti. Questa interpretazione formale dell’uguaglianza corrisponde alla prima interpretazione della libertà, infatti, la legge di natura prescrive, secondo la concezione liberale, la reciprocità dei diritti e dei poteri degli individui, considerati prima di ogni loro accordo. Ma Locke non considera l’uguaglianza naturale soltanto come un principio di trattamento equo, ma anche come un obbligo di amore e di carità, in una concezione basata sulla partecipazione degli uomini ad una comunità morale naturale fondata sul loro rapporto con Dio. Secondo Locke, gli uomini sono tutti opera di un creatore onnipotente e infinitamente saggio, e posti nel mondo per suo ordine e in vista dei suoi scopi, e quindi, sono di sua proprietà.

Locke colloca l’individualismo, il contrattualismo e il razionalismo, che orientano in senso liberale la sua politica, nel quadro più ampio dell’ordine dei doveri voluto da Dio e sviluppato nell’economia provvidenziale della natura. Il fondamento morale del liberalismo di Locke poggia, quindi, sulla volontà e sulla legge di Dio, che dispone di premi e punizioni e ha il potere di chiamare chiunque a rendergli conto. L’uomo è soggetto alla signoria di Dio, "che ha diritto e autorità su di lui e che ha espresso una volontà nei suoi confronti attraverso l’ordine e gli scopi del mondo".


 
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