"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



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David Hume
 

Edimburgo, 26 aprile 1711 – 26 agosto 1776.

Uno dei massimi esponenti dell’illuminismo scozzese, sviluppa con la massima coerenza l’empirismo di Locke e Berkeley, conducendolo alle estreme conseguenze, criticando ogni tipo di razionalismo metafisico. Nonostante la famiglia volesse avviarlo all’avvocatura appena finito il college, nel 1726, la sua avversione verso tutto ciò che non fosse studio filosofico e cultura generale lo spinge a continuare da solo gli studi filosofici e letterari. Ateo, troverà sempre forti ostacoli nell’accedere alla carriera universitaria, a causa dell’opposizione della Chiesa presbiteriana scozzese e dei vari circoli di benpensanti e bigotti.

Al centro del pensiero di Hume è la “Scienza dell’uomo”, alla base della quale vengono poste l’esperienza e l’osservazione. Secondo il filosofo scozzese, la conoscenza consiste in un insieme di percezioni che si distinguono tra loro in impressioni e idee in base alla loro successione nella mente e alla loro forza e vivacità. Le impressioni, che penetrano il pensiero e la coscienza con maggior forza e violenza, sono formate dalle passioni e dalle emozioni nel momento in cui compaiono per la prima volta nell’animo umano, mentre le idee sono dotate di minore forza e vivacità rispetto alle impressioni; e così come il dolore può costituire un’impressione, il ricordo di tale dolore ne costituisce l’idea. Le idee, in quanto “copie sbiadite” delle impressioni, possono essere isolate, associate o connesse a piacimento dall’immaginazione, grazie a un “Principio di associazione”, tendente a far associare un’idea a un’altra in base a relazioni di somiglianza, contiguità nel tempo e nello spazio, e causa ed effetto. L’importanza di quest’ultima relazione si evince nel momento in cui Hume se ne serve per spiegare la natura dell’intelletto umano sulla base dell’esperienza e dell’osservazione.

Nell’ambito della conoscenza umana legata alla relazione causa-effetto, Hume distingue tra diversi gradi di certezza disponibile. In certi casi ci troviamo di fronte a conclusioni certe basate su relazioni che dipendono unicamente dalle idee e dai loro rapporti senza dover essere riferite all’esperienza e ai fatti reali, come quelle relative alla matematica e alla logica, la cui regolarità delle esperienze passate ci porta a ritenere di disporre di un’evidenza quasi coincidente con una prova. Ben diversa è la conoscenza riferita alle situazioni di fatto, nelle quali dobbiamo calcolare l’evento futuro più probabile attraverso un esame delle diverse regolarità riscontrate nell’esperienza passata, ricorrendo ragionamenti fondati sulla relazione causa-effetto.

Ma la relazione causa-effetto non può essere presa in esame al di là dei dati forniti dall’esperienza, come nel caso dei miracoli, la credenza dei quali dipende, secondo Hume, dall’accettabilità delle testimonianze a cui ci si richiama per suffragarli. Per quanto riguarda l’agire dell’Essere supremo, quindi, la ragione umana si deve fermare una volta giunta a questi confini.

Nella sua critica al principio di causalità, Hume sostiene che la ragione non può dimostrare che il corso della natura sarà sempre lo stesso, in quanto è da escludere che si possa prevedere a priori che un fatto B (effetto) segua necessariamente a un fatto A (causa), poiché tale previsione può aversi solo con l’esperienza. Ma l’esperienza ci indica soltanto la costanza della successione dei due fatti, non la necessità, e da ciò consegue che noi anticipiamo delle conclusioni in accordo con l’esperienza passata.

Ciò che ci fa supporre il futuro conforme al passato è solo l’abitudine, la quale, pur non costituendo un principio di giustificazione razionale, ci porta alla credenza che un fatto sia legato ad un altro dal principio di causa-effetto e che perciò il futuro si svolgerà in un certo modo.

Oltre all’intelletto umano, anche i principi della morale videro l’interesse di Hume fra i cui postulati più celebri c’è quello che dice che “Le regole della morale … non sono la conclusione della nostra ragione”. Secondo Hume, l’agire umano non scaturisce dalla sola ragione, ma trova i suoi fondamenti morali nel sentimento di approvazione o di disapprovazione generato da determinati atti, con quelli virtuosi che generano sentimenti di piacevolezza e quelli viziosi un senso di pena. Sul piano etico, Hume usa, come sentimento di distinzione, la simpatia “che uno sente quando è toccato profondamente dalla felicità di chi gli è estraneo.

Nella “Ricerca sui principi della morale” Hume cerca di evidenziare ciò che gli uomini hanno sempre lodato e trovato meritevole senza circoscrivere la sua analisi al solo mondo cristiano, ma tenendo conto anche dei pagani, degli antichi e della loro eredità nei tempi moderni, arrivando a riconoscere come fossero particolarmente accentuati, nella tradizione etica pagana, comportamenti virtuosi come il coraggio, l’equanimità e la pazienza.

Tra le principali virtù sociali Hume include la benevolenza e la giustizia. La benevolenza - generale o particolare - può essere del tutto disinteressata e si presenta come sentimento ultimo non ulteriormente analizzabile, ossia come una sorta di filantropia naturale rivolta a tutti gli uomini. E a quegli stessi principi a cui fa risalire ogni sorta di lode e apprezzamento morale Hume cerca di ricondurre la condotta mossa dall’amor di sé, poiché anche la lode mostrata a chi sembra spinto solo dall’amor di sé deriva dai quattro più generali principi della lode, ossia dalle qualità utili a sé stessi e agli altri e da quelle piacevoli a sé stessi e agli altri. Secondo Hume, la stima attribuita alle virtù sociali è da ricercarsi nell’utilità da esse arrecata alla vita collettiva, dato che il fine che esse tendono a promuovere ci risulta sotto qualche aspetto gradevole e fa presa su qualche nostra affezione naturale. Persino riguardo agli oggetti inanimati possiamo adottare tale criterio, come nel caso di un edificio in cui la porta fosse perfettamente quadrata, la qual cosa “offenderebbe l’occhio proprio per questa proporzione, in quanto mal si adatta alla figura umana, a servizio della quale fu ideata la costruzione”.

Ma una più compiuta considerazione dell’esperienza delle distinzioni morali mostra che lode e merito sono rivolte anche a qualità che non sono in quanto tali utili, ma piuttosto immediatamente piacevoli. Una qualità come l’allegria, con il buonumore che diffonde persino fra le persone più scontrose, se composta e moderata, procura a colui che ne è portatore approvazione e considerazione, senza che si sia prodigato in qualcosa di utile. Reazioni opposte genera invece la persona malinconica, anche se con il suo comportamento non arreca danno ad alcuno.

Fedele alla sua concezione della scienza morale come disciplina principalmente esplicativa e non direttamente normativa, Hume respinse le accuse di relativismo morale mossegli spiegando che la sua ricerca verteva sul tentativo di fissare criteri stabili e uniformi relativi alla condotta umana, riducendo a pochi principi più profondi le apparenti differenze nelle regole e nelle norme individuabili nella storia dell’etica.

Sotto l’aspetto religioso, Hume, per via del suo scetticismo, fa conseguire all’illusoria pretesa di trascendere l’esperienza, l’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, e ciò riguardo non soltanto alle religione positive, ma anche a quelle naturali concepite dai deisti.

Pur ateo, Hume non manca di fornirci il suo contributo riguardo la religione, le sue cause e le sue origini legate al politeismo. Secondo Hume, il politeismo non nacque “dalla contemplazione della natura, ma dall’interesse per gli eventi della vita, dalle speranze e dai timori incessanti che assediano lo spirito”. Il vivere costantemente in bilico tra la vita e la morte, la salute e la malattia e la ricchezza e la miseria, ignorando le cause che vi danno luogo, dà luogo a speranze, timori e passioni, alimentando un’ansiosa aspettativa degli eventi, che porta l’immaginazione a formarsi una certa idea dei poteri a cui gli uomini sarebbero sottoposti; poteri in mano a esseri superiori dalla volontà imperscrutabile. Poiché gli uomini tendono a concepire gli altri esseri come simili a loro stessi e a trasferire in ogni oggetto le qualità più familiari e più intimamente presenti nella loro coscienza, tendono ad attribuire malizie o buon volere ad ogni cosa che urti o piaccia loro, personificando montagne, fiumi, e persino la luna.

Ma man mano che progrediscono, gli uomini imparano ad osservare la natura, contemplandola nella sua totalità e scorgendovi l’opera creatrice e consapevole di un unico essere intelligente, così inizia a prendere corpo il passaggio dal politeismo al teismo. Pur denotando un avvenuto progresso nella civiltà, il monoteismo crea i presupposti per il manifestarsi di acute forme di intolleranza. La raffigurazione, presso i popoli politeisti, dei propri dei come semplici proiezioni di esseri umani, finiva per “umanizzare” gli dei stessi e l’estrema tolleranza religiosa delle società politeiste si manifestava, ad esempio, con l’accettazione, da parte dei popoli conquistatori, dei culti degli dei dei popoli conquistati, che, anziché essere eliminati, andavano ad aggiungersi ai culti degli dei già esistenti, mentre la concezione monoteista del proprio dio come un unico creatore universale fa sì che non ci sia spazio per altro dio all’infuori di quello del popolo che in Lui crede.

Massimo esponente dell’empirismo britannico e della tradizione whig settecentesca, Hume è stato punto di riferimento per autori a lui contemporanei come Adam Smith, e per i maggiori esponenti del liberalismo novecentesco come Friedrich Von Hayek, del cui individualismo metodologico è senz’altro debitore verso il grande filosofo scozzese e la sua “Scienza dell’uomo”.

 
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