Il
prospetto della deflazione ossessiona l'establishment
politico ed economico delle democrazie occidentali
e, a giudicare dal punto di vista economico,
tali paure sono più che giustificate.
Per analizzare la situazione, è necessario
tenere conto delle tre seguenti osservazioni:
1.
Sia la quantità di denaro che il
livello dei prezzi sono irrilevanti per
la ricchezza della nazione. Le imprese e
le famiglie possono produrre beni di consumo
qualsivoglia siano la quantità nominale
di denaro a disposizione e il livello generale
dei prezzi. Le fonti del benessere sono
il risparmio, la tecnologia e l'imprenditoria,
non l'offerta di denaro o il livello dei
prezzi.
2.
Mentre una modifica dell'offerta di denaro
non influisce sulla ricchezza di una nazione
a livello aggregato, essa cambia la distribuzione
di risorse fra i membri della società.
Nel caso di un incremento dell'offerta di
denaro, ad esempio, i primi che ricevono
la nuova quantità di denaro, ne beneficiano
a scapito di tutti gli altri. Notare che
quest'effetto ridistribuzione non solo avviene
in occasione di variazioni della quantità
di denaro, ma accade anche a seguito di
mutamenti nell'offerta di qualsiasi bene.
Esiste una significativa differenza fra
il denaro e tutti gli altri beni solo in
un regime di fiat-money (moneta non convertibile).
3.
Un regime di moneta non convertibile "favorisce"
notevolmente la ridistribuzione di risorse
all'interno della società. Permette
ai produttori di questa moneta, e ai loro
alleati politici ed economici, di arricchirsi
più velocemente e ad un costo molto
più basso di qualsiasi altro produttore
di qualsiasi altro settore. Questo spiega
il perché i governi per secoli hanno
cercato di stabilire una moneta cartacea
(paper money) e perché, dopo aver
raggiunto quest'obiettivo nel XX secolo,
i governi e le imprese loro alleate, si
contraddistinsero per una crescita economica
esponenziale. Il welfare state esplose nel
XX secolo, allo stesso tempo Wall Street
e il settore bancario si svilupparono più
velocemente di quasi ogni altro settore
economico. Questo non sarebbe stato possibile
in un mercato con moneta libera (free
money), perché nessuno avrebbe
accettato banconote il cui potere acquisitivo
dipende dal capriccio del suo produttore;
difatti la moneta cartacea non è
mai esistita in un mercato con valuta veramente
libera [1]. Si tratta di essenzialmente
di moneta non convertibile (il tipo di denaro
che un governo impone ai suoi cittadini).
La
moneta cartacea è protetta dalle
leggi sulla "moneta legale", il
che significa che siamo obbligati ad accettarla
come pagamento, anche quando stipuliamo
un contratto che prevede un pagamento in
altri beni di consumo. Inoltre, in molti
paesi, attraverso le normative fiscali,
la moneta cartacea è difesa dai suoi
concorrenti principali (moneta metallica,
ottenuta da metalli preziosi), ai quali
si applicano tasse di vendita e sulla rendita
da capitale, cui il denaro cartaceo è
esente. Insomma, la moneta cartacea è
moneta di monopolio, che arricchisce pochi
alle spese di tutti gli altri.
La fobia per la deflazione delle nostre
élite è perciò una
reazione razionale di coloro che beneficiano
dei privilegi che l'attuale regime inflazionista
gli conferisce e che rischiano di perdere
più di ogni altro se questo regime
venisse rovesciato da una ventata deflazionista.
Un regime d'inflazione perpetua è
basato sul monopolio dello stato sulla moneta,
mentre la deflazione porta la fresca ventata
del libero mercato. Una "veraélite"
accoglierebbe volentieri la deflazione perché,
dovendo la propria posizione dominante esclusivamente
al supporto volontario degli altri membri
della società, non avrebbe nulla
di che temere in caso di deflazione (una
contrazione dell'offerta di denaro), dato
che la sua leadership è basata sugli
utili servizi imprenditoriali che offre
ai cittadini, servizi che sussisterebbero
davanti a qualsiasi mutamento nell'offerta
di denaro o del livello dei prezzi.
Larga
parte delle élite d'oggi, invece,
sono "false élite" o meglio
detto "imprenditori politici",
che devono gran parte del loro reddito e
del loro potere decisionale a privilegi
legali che li protegge dalla concorrenza
e che li arricchisce a spese di tutti gli
altri. Le fortune di molti imprenditori
politici sono direttamente o indirettamente
attribuibili al monopolio sulla moneta posseduto
dal Federal Reserve System (FED). È
solo grazie a questo monopolio che la FED
potrebbe creare un'espansione dell'offerta
di denaro praticamente illimitata ed è
solo grazie a quest'inflazione che a sua
volta ha finanziato l'espansione pressoché
illimitata dei governi statali e federale,
e di coloro che, piuttosto che prosperare
grazie alla qualità di ciò
che producono, si servono dell'attività
di lobbying con la FED per raggiungere e
mantenere posizioni di potere.
Questi
imprenditori politici hanno perciò
ragione di temere la deflazione, perché
questa sottrae loro la fonte del loro reddito
illegittimo e li riporta allo stesso livello
di tutti gli altri membri della società,
i cui redditi sono basati sugli sforzi e
i servizi offerti in competizione con la
concorrenza.
Questi
privilegi possono sopravvivere solo grazie
ad una diffusa ignoranza circa il carattere
dell'inflazione [2]. Un'analisi approfondita
rivela che le ragioni contro la deflazione
poggiano nitidamente su una litania di miti
inflazionisti. Analiziamoli uno a uno.
Mito
1: Non è possibile guadagnarsi da
vivere e fare profitti quando il livello
dei prezzi è in caduta
La
maggior parte della nostra analisi avrà
a che fare con la deflazione nel senso di
contrazione dell'offerta di denaro. Si tratta
di un caso molto interessante dal punto
di vista politico, perché pochi economisti
e pochi profani sono disposti a riconoscere
in questo senso un beneficio nel processo
di deflazione. Ma prima d'entrare nel merito,
è necessario esaminare brevemente
le caratteristiche della deflazione dal
punto di vista di un declino del livello
generale dei prezzi. Questo tipo di deflazione
attira molte meno critiche dell'anteriore,
ma potrebbe essere utile analizzarlo in
preparazione della disamina successiva.
Non
è vero che non sia possibile guadagnarsi
da vivere e fare profitti quando il livello
dei prezzi è in caduta. Le imprese
di successo non dipendono dal "livello"
dei prezzi, ma dal "differenziale"
dei prezzi, ovvero la differenza fra il
costo di produzione e i prezzi di vendita.
Tale differenziale esiste indipendentemente
dal livello dei prezzi e segue esistendo
anche nell'ipotesi di un loro declino secolare.
La ragione essenziale è che gli imprenditori
possono anticipare un declino dei pezzi
esattamente come possono anticipare un loro
aumento. Anticipando un "futuro"
declino degli incassi, offriranno meno per
l'acquisto degli "attuali" fattori
di produzione, assicurando profittabilità
alla produzione ed il pagamento degli stipendi
a chiunque desideri lavorare.
Questo
è esattamente ciò che è
successo in quei periodi della storia moderna
nei quali la deflazione non era prevenuta
con contromisure inflazionistiche. Ad esempio,
sia Usa che Germania goderono di una solida
crescita economica alla fine del diciannovesimo
secolo, mentre il livello dei prezzi calava
(in entrambi i paesi per più di due
decadi). In quel periodo, il livello dei
salari rimase sostanzialmente stabile, mentre
i redditi aumentarono in termini reali perché
la stessa quantità di denaro permetteva
di comprare un numero crescente di beni
di consumo. Il beneficio nel periodo deflazionista
fu tale per le grandi masse che coincise
con la prima grande crisi della teoria socialista,
che aveva previsto la prospettiva contraria
per il capitalismo sfrenato. Eduard Bernstein
e altri revisionisti proposero allora il
caso per un socialismo alternativo. Anche
oggi abbiamo un tremendo bisogno di un certo
revisionismo: un revisionismo deflazionista.
Mito
2: mentre la discesa dei prezzi è
accettabile, la mancanza di domanda aggregata
è pericolosa
Anche
se i sostenitori di questo mito (che costituisce
sostanzialmente una variante di quello precedente)
riconoscono che prezzi più bassi
sono vantaggiosi per il consumatore, allo
stesso tempo questi sostengono che vi sono
svantaggi evidenti per i produttori. In
particolare, sarebbero limitati gli incentivi
ad investire in un contesto di contrazione
dei prezzi. Abbiamo gia criticato questa
posizione facendo notare che il livello
dei prezzi assoluti futuri è irrilevante
per la profittabilità di un'impresa.
Il fattore rilevante è la possibilità
di realizzare un differenziale fra prezzi
di vendita e costi di produzione, e quest'opportunità
esiste indipendentemente dalle variazioni
del livello dei prezzi.
Un'obbiezione
anti-deflazionista potrebbe essere la seguente:
un'impresa profittevole in un periodo di
caduta dei prezzi presuppone che l'imprenditore
possa offrire meno per l'acquisto dei fattori
di produzione. Se ciò non è
possibile, l'imprenditore rinuncerà
ad investire.
Tuttavia quest'argomento trascura il fatto
che in ogni momento tutte le risorse sono
impegnate per qualche fine. Perché
un imprenditore lungimirante non dovrebbe
essere in grado di offrire meno per i fattori
di produzione? Chiaramente o perché
i proprietari di questi non sono disposti
a cederli a prezzi più bassi o perché
altri imprenditori offrono di più.
Nel secondo caso non c'è mancanza
d'investimenti e attività produttiva,
i fattori in questione sono comprati e venduti,
sebbene ad un prezzo inferiore a quello
che sarebbe stato offerto in tempi d'inflazione.
Ma anche nel primo caso i fattori sono investiti:
sono investiti nelle scorte del proprietario
di questi fattori, e tale domanda di giacenze
adempie una funzione sociale utile tanto
quanto quella d'ogni altra forma di domanda.
Mito
3: non è possibile guadagnarsi da
vivere e fare profitti quando l'offerta
di denaro si contrae
Gli
esseri umani sono capaci di anticipare non
solo una caduta dei prezzi, ma anche le
conseguenze di una contrazione dell'offerta
di denaro. Tale anticipazione normalmente
accelera il processo deflazionista consentendo
alla contrazione di raggiungere velocemente
un fondo robusto per una stabile offerta
di denaro. Qui è necessario distinguere
due casi: (A) il caso di un sistema bancario
a riserva frazionaria operante in un contesto
di merce-denaro (commodity-money)
come l'oro o l'argento; (B) il caso della
moneta cartacea.
Nel
primo caso, l'offerta di oro (o di argento)
fisico non può ovviamente dissolversi
nell'aria e perciò stabilisce un
fondo robusto nel caso di deflazione delle
banconote del sistema a riserva frazionaria.
Tale deflazione generalmente inizia quando
un numero crescente di persone rifiuta d'accettare
tali note di pagamento, e termina normalmente
in una corsa alla banca (bank run),
nella quale gli stessi possessori dei biglietti
vogliono liberarsene e si precipitano alla
banca che li ha emessi per riscattarli in
oro o argento. Al termine di tale corsa,
l'offerta di denaro si è contratta
considerevolmente a causa della sparizione
di tutti i biglietti sostenuti dalla riserva
frazionaria. Tuttavia la riserva di denaro
metallico rimane e offre un fondo solido,
al di sotto del quale l'offerta di denaro
non può scendere. Non c'è
ragione perché questo processo deflazionista
non possa risolversi in poche ore o giorni.
Al termine, molte banche e molti imprenditori
saranno in bancarotta, nella misura in cui
avranno finanziato le loro imprese tramite
il debito invece che con mezzi propri (equity).
Questo naturalmente spiega perché
l'attuale establishment, finanziato col
debito, si oppone ferocemente alla deflazione;
ma questo non significa che la produzione
non potrebbe andare avanti senza di questi:
di fatto può farlo e lo farà
"sotto una nuova gestione".
Nel
secondo caso, non esiste alcun fondo solido
che assicuri l'arresto del processo deflazionista
all'offerta di moneta cartacea. Quando la
gente non gradisce più possedere
moneta di carta e comincia a venderla a
qualunque prezzo, ciò risulterà
in un declino ancor più pronunciato
del potere acquisitivo di questa moneta,
il che convincerà anche chi l'ha
appena comprata a liberarsene. Il risultato
è una spirale deflazionista che termina
quando la moneta svanisce dalla circolazione.
Notare che questo non significa che l'economia
retrocederà all'era del baratto.
In questi casi la gente comincia ad usare
altre monete come oro, argento o valute
straniere. La spirale deflazionista perciò
sottintende l'effetto benefico di sostituire
un tipo inferiore di moneta (inferiore dal
punto di vista di chi la usa) con una moneta
superiore. Ripetiamo, non vi è ragione
perché questo processo non possa
concludersi in pochi giorni e, parimenti,
non vi è ragione d'aspettarsi che
la produzione non riprenda altrettanto rapidamente
sotto una nuova gestione.
Mito
4: l'inflazione favorisce una crescita economica
più rapida della deflazione
Alcuni
sostenitori dell'inflazione ammettono che
la produzione possa proseguire dopo una
deflazione, e probabilmente anche durante,
ma allo stesso tempo sostengono che la crescita
economica sconterà seriamente gli
aggiustamenti necessari, fino al punto che
sarebbe preferibile combattere la deflazione
attraverso l'inflazione o, come si dice
in gergo, la "reflazione".
È
difficile confutare tale affermazione in
assenza di una definizione ampliamente accettata
di cosa s'intenda per crescita economica.
In ogni caso il problema di un aggiustamento
alla deflazione, nel senso di una contrazione
dell'offerta di denaro, è un problema
di breve periodo: si tratta di identificare
quegli investimenti che sono più
profittevoli (e che perciò più
giovano alla società) nelle nuove
circostanze create da uno scenario deflazionista.
In particolare, la deflazione, nel peggiore
dei casi, induce gli imprenditori e i proprietari
dei fattori di produzione ad indugiare nell'impiego
dei loro beni, per evitare di sperperarli
in un'iniziativa rischiosa. La deflazione,
quindi, implica un atteggiamento sobrio,
prudente e conservatore dal punto di vista
finanziario.
Al
contrario, l'inflazione incoraggia costantemente
ad impiegare il capitale in investimenti
che non incontrano i bisogni spontanei degli
altri membri della società ( capitalisti,
lavoratori e consumatori). Tali investimenti
sono possibili solamente ricorrendo al finanziamento
( diretto o indiretto) che si rende disponibile
grazie al nuovo denaro prodotto dalla macchina
di stampa. L'esempio più eclatante
di tale processo è il welfare state,
che può essere finanziato non dietro
la prospettiva di un qualche ritorno futuro
e non perché attrae un livello sufficiente
di donazioni volontarie, ma solo perché
è sostenuto da una crescente quota
di debito, che un giorno sarà ripianato
grazie all'ulteriore ricorso alla macchina
di stampa. Questa considerazione vale indipendentemente
dal fatto, sottolineato dagli economisti
austriaci, che l'inflazione può modificare,
a livello intertemporale, l'allocazione
spontanea del capitale.
Riprendendo
il problema di definire cosa intendiamo
per crescita economica, se con questa intendiamo
una qualunque nozione di crescita che enfatizzi
la scala di valori di ogni individuo che
partecipa nella società (piuttosto
che un qualche criterio arbitrario di giustizia
sociale), allora visti gli enormi sprechi
che si generano con l'inflazione, è
più credibile assumere che la deflazione
stimoli la crescita economica sia nel breve
che nel lungo periodo.
Mito
5: la deflazione è particolarmente
onerosa per le persone di basso reddito
Il
bene principale delle persone relativamente
povere è il loro lavoro, un bene
relativamente non specifico, nel senso che
può essere impiegato in qualsiasi
settore. Perciò se un lavoratore
non può più essere impiegato
nel suo posto di lavoro attuale, può
sempre trovare un nuovo impiego altrove,
sia pure ad un salario più basso.
Al contrario, gli individui più facoltosi
devono la massima parte del loro reddito
ad assetti finanziari che, in ultima analisi,
riguardano la proprietà di beni capitali,
beni altamente specifici che spesso non
possono essere utilizzati in altro modo.
Se questo uso cessa di essere profittevole
ne conseguirà un crollo più
o meno drammatico del loro valore di mercato,
spesso fino al valore di "rottamazione".
Di conseguenza la deflazione grava meno
sui gruppi a basso reddito che su quelli
ad alto reddito.
Mito
6: la deflazione distrugge i crediti dello
stato
Effettivamente
la deflazione (specialmente quella definita
come contrazione dell'offerta di denaro)
renderà impossibile al governo di
ripagare il debito pubblico e, almeno per
qualche tempo, di ottenere nuove entrate.
Ma credere che solo la deflazione può
portarci uno scenario simile è una
leggenda. I debiti pubblici sono legati
ad una traiettoria di crescita esponenziale,
e nessun funzionario parla di come ripagarli
nel futuro. Il fatto è che i governi
occidentali si trovano ormai in un pendio
scivoloso che porta inevitabilmente all'iperinflazione
o alla bancarotta dello stato. Si tratta
solo di attendere che distruggano da soli
la propria credibilità, la deflazione
accelererebbe semplicemente questo processo.
Permetteteci
inoltre di sottolineare gli effetti positivi
della bancarotta di uno stato: per finanziarsi
un governo sarebbe di nuovo costretto a
dipendere dalle sole entrate fiscali, cosa
che costituisce un freno salutare alla loro
espansione secolare.
Mito
7: la deflazione crea disoccupazione
L'inutilizzo
di un fattore di produzione avviene solo
in due circostanze: se il suo proprietario
non vuole affittarlo al prezzo che gli viene
offerto o se la legge gli proibisce di farlo.
Non è perciò vero che il calo
dei salari causa disoccupazione. Un disoccupato
è tale semplicemente perché
non accetta di lavorare alle condizioni
(economiche o meno) che gli sono offerte.
È chiaro che nessuno accetterebbe
di lavorare per un salario più basso
del livello di sussistenza, ma questo non
è il caso della deflazione. Ricordate
che in un contesto di caduta generalizzata
dei prezzi, il declino degli stipendi è
compensato da un declino parallelo del prezzo
dei beni di consumo. È vero che non
in tutti i casi avviene una riduzione esattamente
proporzionale di salari e prezzi, ma ogni
discrepanza sarà puramente temporanea
e può essere facilmente compensata
tramite l'assistenza della famiglia, di
amici o di un'istituzione caritatevole.
La
deflazione potrebbe causare disoccupazione
involontaria solo in uno scenario di leggi
che impongono un minimo salariale, che non
permettono di lavorare legalmente offrendo
i propri servizi ad un tasso inferiore al
limite di legge. Chiaramente questa disoccupazione
non è causata dalla deflazione, ma
da tali leggi, che violano la liberta di
associazione volontaria.
Mito
8: la deflazione implica disuguaglianza
e oneri arbitrari per i cittadini
La
deflazione comporta effettivamente gravi
oneri per molti individui. Considerate ad
esempio il fatto che oggi la maggioranza
delle famiglie hanno contratto debiti considerevoli,
spesso in forma di ipoteche sugli immobili.
Nel caso di una contrazione dell'offerta
di denaro, il reddito di una famiglia diminuirà
rendendo impossibile il pagamento delle
rate; alcuni potranno chiedere una ritrattazione
del loro mutuo ma altri non potranno fare
fronte ai pagamenti. È anche vero
che la deflazione porta conseguenze diseguali
fra i cittadini, perché, in un regime
deflazionista, alcuni prospereranno più
di quanto non avrebbero goduto in un regime
inflazionista. Infine è vero che
questa ridistribuzione è difficile
da inquadrare secondo il principio di cosa
sia giusto e cosa sia sbagliato.
Quindi
dove sarebbe il mito? Consiste nella credenza
che "solo" la deflazione implica
disuguaglianza e oneri arbitrari per i cittadini.
In realtà l'attuale regime inflazionista
è non meno ridistribuivo e arbitrario
di uno deflazionista. L'inflazione, infatti,
ridistribuisce reddito da coloro che offrono
servizi genuini a quelli che amano allearsi
politicamente con i signori della macchina
di stampa.
Anche nel caso che l'inflazione sia usata
"solo" per impedire la deflazione,
gli effetti arbitrari e disuguali non potranno
essere evitati. La conclusione che possiamo
trarre, quindi, è che la deflazione
non è certamente più ingiusta
dell'inflazione. Ma volendo approfondire
ulteriormente, vi sono addirittura benefici
tangibili nella deflazione, tanto da farla
preferire all'inflazione. Prima di affrontare
questo punto pero, è utile affrontare
un'altra considerazione.
Mito
9: ci vorranno decenni per risolvere le
dispute legali che scaturiscono dalla deflazione
Non
siamo stati troppo ottimisti nell'assumere
che la deflazione è una questione
di poche ore o, al più, di giorni?
Non è più verosimile che questa
sconvolgerà un gran numero di contratti
a lungo termine, da quelli ipotecari, alle
obbligazioni industriali ai mutui immobiliari?
E non è probabile che questo richiederà
alle corti giudiziarie un paio di decadi
di lavoro per risolvere tutte le denunce
e contro-denunce?
Effettivamente
mentre l'aggiustamento della struttura produttiva
alle nuove condizioni create dalla deflazione
può risolversi in brevissimo tempo
(sempre che l'intervento governativo non
rallenti questo processo spontaneo), la
risoluzione delle cause legali potrebbe
richiedere un periodo più lungo.
Ma l'evidenza empirica dimostra che è
un'esagerazione pensare che questo richiederebbe
più di qualche mese.
Considerate
la deflazione tedesca che avvenne dopo la
bancarotta della Darmstädter Bank
(13 luglio 1931), e che durò circa
due anni. La crisi mise rapidamente in pericolo
la liquidità, non solo del settore
bancario ma virtualmente in ogni ramo dell'economia
tedesca. Le relazioni contrattuali furono
largamente sconvolte, e la cosa non solo
causò fallimenti su una scala senza
precedenti ma procurò anche la revisione
dei contratti esistenti ( sia all'interno
che all'esterno delle corti giudiziarie)
e la moratoria di molti pagamenti. La disoccupazione
salì a quasi 7 milioni, la produzione
in molte aziende si bloccò, salari
e stipendi precipitarono, e lo stesso accadde
ai prezzi in generale. La caduta radicale
dei prezzi degli immobili mise a repentaglio
il mercato dei prestiti ipotecari come anche
quello dei titoli finanziari coperti da
ipoteca.
Come
furono gestiti tali problemi? Innanzitutto
la disoccupazione non fu gestita per niente,
dato che il governo aveva creato le condizioni
a causa delle quali la disoccupazione si
rese inevitabile: sussidi di disoccupazione
e leggi sui salari minimi. Il risultato
fu il disordine sociale e dodici anni di
Nazional-Socialismo.
Ma
i problemi legati alla soluzione delle dispute
legali furono regolati piuttosto velocemente
ed efficientemente, in parte perché
le corti tedesche, vista l'esperienza dell'iperinflazione
del 1923, avevano sviluppato una certa esperienza
nell'occuparsi di mutamenti drammatici del
potere d'acquisto della moneta. In un gran
numero di casi, le dispute non arrivarono
neppure al grado di giudizio finale, e si
risolsero tramite arbitrato in sede privata.
Le rimanenti si sentenziarono nelle corti
o si decisero grazie a quatto legislazioni
d'emergenza, l'ultima delle quali fu votata
in parlamento l'8 dicembre del 1931. Di
conseguenza, pochi mesi dopo che la deflazione
cominciò, tutti gli strumenti legali
e istituzionali essenziali erano al loro
posto e operavano discretamente bene.
Non
vi è ragione di supporre che le cose
oggi sarebbero gestite in modo meno efficiente
negli Stati Uniti, specialmente se gli studenti
di legge rivolgessero la loro attenzione
all'analisi dei problemi in oggetto. [3]
Mito
10: la deflazione non conferisce alcun beneficio
netto
Abbiamo
visto che all'ora di distribuire gli oneri
ai cittadini, una pesante contrazione dell'offerta
di moneta è esattamente identica
ad un suo aumento. Ma dato che l' economia
di oggi è ormai tarata per adattarsi
all'attuale scenario inflazionista, una
eventuale deflazione non richiederebbe una
nuovo riaggiustamento? Anche se questo aggiustamento
fosse solo una questione temporanea, comporterebbe
comunque un costo per ogni membro della
società. Quali sarebbero, insomma,
i benefici della deflazione che convincerebbero
un cittadino responsabile ad accettarla,
a parte l'incerta prospettiva di ritrovarsi,
nel gioco a somma zero del processo di ridistribuzione
che la deflazione comporta, dal lato di
quelli che ci guadagnano?
Prima
di tutto, la deflazione è un meccanismo
estremamente efficiente per accelerare l'aggiustamento
al risveglio da una grave crisi finanziaria.
La ragione di questo, come abbiamo visto,
è che la deflazione colpisce più
i prezzi dei fattori di produzione che quelli
dei beni di consumo, di conseguenza la deflazione
aumenta la forbice fra prezzo di vendita
e costo di produzione (in altre parole il
tasso d'interesse), creando quindi un vigoroso
incentivo al risparmio ed agli investimenti.
In
secondo luogo, ma non meno importante, la
deflazione è un processo temporaneo
che incapsula il potenziale per distruggere
quelle istituzioni che vivono solamente
grazie alla produzione di inflazione su
base "perenne": le banche a riserva
frazionaria e i fabbricanti di denaro-fiat
(le banche centrali). La distruzione di
queste istituzioni elimina il "vantaggio
al margine" goduto dal finanziamento
a debito rispetto all'auto-finanziamento.
In altre parole, il potere economico e sociale
viene sottratto alla FED e le banche, e
restituito nelle mani dei cittadini. In
questo scenario, le imprese opererebbero
sulla base di mezzi propri maggiori e le
famiglie risparmierebbero prima di comprare
una casa, almeno più di quanto non
farebbero oggi. Inoltre la distruzione della
macchina dell'inflazione eliminerebbe il
motore finanziario principale del welfare
state, forzando i governi a rastrellare
le risorse di cui necessitano esclusivamente
con la tassazione, un metodo maggiormente
soggetto al controllo sociale dell'ignobile
rapina attuata quando si ottengono le risorse
necessarie attraverso l'inflazione dell'offerta
di denaro.
Mito
11: permettere l'arrivo della deflazione
significa "passivismo"
Alla
luce degli argomenti trattati, risulta chiaro
che permettere l'arrivo di una deflazione
non significa un atteggiamento d'apatica
rassegnazione davanti al potere di forze
misteriose e ai ciechi meccanismi di mercato.
La deflazione può adempiere funzioni
sociali estremamente utili e coloro che
hanno a cuore le liberta individuali e la
santità della proprietà privata
stanno dalla parte giusta quando si battono
coscientemente perché non si ostacoli l'arrivo della deflazione. È piuttosto
"continuando a dare spazio all'inflazione" che si assume un atteggiamento
d'apatica rassegnazione; rassegnazione davanti
al potere di un monopolio della moneta che
prospera grazie all'ignoranza, e che beneficia
gli entourage politici a spese della società
civile capitalista.
Note
dell'autore:
[1] Si potrebbe obiettare che le banconote
della Banca di Inghilterra che circolarono
dal 1797 al 1821 rappresentano un'eccezione,
perché esse non erano moneta legale.
Ma quei biglietti non erano moneta cartacea,
bensì moneta creditizia. Durante
la vita di questo "pound cartaceo",
gli attori del mercato si aspettavano un'estinzione
da parte della Banca di Inghilterra in un
prossimo futuro. Per una distinzione fra
moneta di consumo, moneta creditizia e moneta
cartacea, vedere Mises,
Theory of Money and Credit, part
one, chap. 3, sect. 3.
[2] Chiaramente qui difendiamo solo la deflazione
caratteristica in un libero mercato, mentre
la deflazione confiscatoria non è
difendibile. Vedere Rothbard (Making
Economic Sense), e Salerno ("Taxonomy
of Deflation").
[3] Uno dei problemi attuali più
interessanti per l'accademia libertaria
in campo legale è lo sviluppo di
una "teoria legale della deflazione".
Nota
di traduzione:
Anche su può sembrare ridondante,
è utile sottolineare che per "inflazione"
gli economisti austriaci intendono l'aumento
della quantità di moneta (to inflate:
gonfiare; to inflate the money supply)
e non, come abitualmente si intende nel
gergo comune, l'aumento del livello generale
dei prezzi. Fanno bene gli austriaci a distinguere
attentamente fra questi due fenomeni che,
sebbene siano legati da una relazione causale,
non sono la stessa cosa.
Traduzione
a cura di Massimiliano Neri e Francesco
Cisternino