1. Nel suo libro (Time
and Money) lei presenta un modello grafico
che cattura l'essenza della macroeconomia
austriaca. La prima impressione è
che questo progetto dovrebbe incontrare
il plauso degli economisti austriaci, o
per spiegare la teoria del ciclo economico
in maniera più semplice (la tradizionale
letteratura austriaca non è una lettura
semplice) o per facilitare un dibattito
critico sull'uso della grafica in economia.
Come le venne in mente quest'idea?
L'approccio grafico mi venne
in mente mentre studiavo un dottorato in
economia durante il quale, confrontarmi
con l'analisi ISLM Keynesiana, realizzai
che gli Austriaci non proponevano un'alternativa
confrontabile. Non vi era maniera di porre
a confronto la macroeconomia Keynesiana
con quella Austriaca, perciò fin
dai primi momenti uno dei miei obbiettivi
fu di creare un modello grafico austriaco
che si potesse confrontare con le costruzioni
del mainstream. L'idea generale era che
per vincere un'insieme di grafici occorreva
un altro insieme di grafici.
All'inizio degli anni settanta
scrissi il mio primo pezzo grafico, che
venne pubblicato dall'Institute for Humane
Studies (nel 1978) come monografica intitolata
Austrian Macroeconomics. Era basato sull'interpretazione
classica di Mises, perciò era di
difficile comprensione per gli studenti
perchè non si presentava con il linguaggio
analitico che avevano imparato. Quel pezzo
fu accolto molto bene da molti austriaci,
anche quelli che non erano particolarmente
favorevoli all'analisi grafica per se. Murray
Rothbard, ad esempio, che non era certo
incline all'analisi analitica, s'innamorò
di quei grafici, affermando che vedeva in
quel pezzo "i Keynesiani battuti sul
loro stesso terreno".
In ogni caso credo che la
tecnica vada ben oltre questo. Adottare
una forma grafica è una buona maniera
per presentare in maniera coerente una teoria.
I grafici impongono una certa disciplina
nel modo di pensare, perchè occorre
allineare diagrammi e qualche volta ritoccare
la teoria affinchè tutto funzioni.
Questi aggiustamenti, normalmente, hanno
una base nella letteratura austriaca. Ad
esempio, pensate all'idea di spingere oltre
la frontiera delle possibilità di
produzione per rappresentare il "surriscaldamento"
di una economia: ponendo la teoria in forma
grafica si può notare il boom indotto
da un intervento politico; si vede chiaramente
che la gente investe di più "e"
consuma di più. Si tratta di qualcosa
che è stato notato raramente nella
letteratura austriaca. Si tratta di una
necessita logica, l'integrazione dei grafici
permette di evidenziare tutti gli aspetti
critici dell'argomento austriaco.
2. L'idea che i grafici
impongano disciplina ricorda un approccio
ingegneristico
Sono laureato in ingegneria
elettronica. Dopo la laurea partì
per il servizio militare, passando i successivi
tre anni nello stato di New York, in un
laboratorio di ricerca della Air Force come
ingegnere di sistema nelle contromisure
elettroniche. La guerra del Vietnam terminò
più o meno quando finivo il servizio
e in quel momento il mercato ingegneristico
stagnava. Le mie possibilità erano
permanere nell'elettronica di guerra, cosa
che non mi allettava, o lasciare l'ingegneria
cosa che feci a malincuore finendo a studiare
economia. Avendo studiato all'università
del Missouri, il cui programma di laurea
prevedeva di studiare un esame che copriva
sia microeconomia che macroeconomia, feci
un master in economia alla University of
Missouri-Kansas City. Quindi lavorai per
tre anni alla Federal Reserve prima di proseguire
con gli studi dottorali alla University
of Virginia.
3. Lei sostiene che parlare
di macroeconomia austriaca non è
una contraddizione nei termini. Nel suo
libro lei chiede agli austriaci di accettare
il fatto che il processo di mercato produce
conseguenze macroeconomiche di tipo aggregato.
Come hanno reagito gli austriaci?
Effettivamente la reazione
iniziale al mio lavoro è stata mista.
Molti austriaci s'indignarono, denunciando
come un sacrilegio a Mises l'uso di grandezze
aggregate e dell'esposizione grafica per
descrivere la teoria austriaca.
Quella fu la prima indicazione
di un'attitudine viscerale contro l'esposizione
grafica. Tuttavia non ho passato molto tempo
a difendere l'approccio, dato che sono maggiormente
interessato a parlare con gente che trova
utili i diagrammi piuttosto che confrontarmi
con persone che non li accettano. Mi ricordo
di uno studente, ad esempio, che nel mio
studio mi disse: "mi può mostrare
i grafici che vuole, mi può mostrare
anche un cavolfiore, per me significano
la stessa cosa".
Anche la microeconomia implica
aggregati, perchè se abbiamo la domanda
e l'offerta di mele, si trattano le mele
come fossero tutte uguali, si costruisce
la domanda aggregata di mele e così
via. Successivamente si dovrebbe disaggregare
se volessimo apprezzare le differenze di
prezzo fra diverse qualità di mele.
Il punto è avere un livello d'aggregazione
che sia coerente con la teoria e questo
è vero sia per la micro che per la
macro. Non vi è nulla di strano ad
usare aggregati nella macro.
4. Lei ha introdotto il
termine "macroeconomia basata sul capitale".
Potrebbe spiegarci le che innovazioni ha
portato nel campo?
Mi fa molto piacere vedere
usato il termine "macroeconomia basata
sul capitale", oggi è impiegato
come termine generico senza speciale riferimento
la mio lavoro. Lo spazio per le innovazioni
è orientato soprattutto agli studi
empirici, o meglio, storici, che in ogni
modo è l'interpretazione di empirico
secondo gli austriaci. Ben Powell, un dottore
della GMU che ora è docente alla
San Jose State in California, si è
mosso in questa direzione. Ha scritto un
articolo molto interessante che spiega la
recessione giapponese usando la teoria austriaca
e che è stato pubblicato sul Quarterly
Journal of Austrian Economics. Recentemente
mi ha spiegato che quell'articolo fu inspirato
da Time and Money. Inoltre c'è un
articolo del Fondo Monetario Internazionale
in cui Stefan Oppers si chiede se la teoria
austriaca può trovare applicabilità.
Sebbene le conclusioni sia miste e deboli,
m'incoraggia vedere l'FMI rivolgere maggiore
attenzione alla teoria austriaca del ciclo
economico.
5. Trova che la macroeconmia basata sul
capitale possa essere oggetto di ulteriori
miglioramenti o di ulteriore ricerca?
Credo che i miglioramenti
potrebbero esserci soprattutto sul lato
empirico, per analizzare nel dettaglio gli
eventi storici interpretati con la teoria
austriaca. L'obiettivo è trovare
aspetti storici che permettano una distinzione
chiara fra la versione Austriaca, quella
dei Monetaristi di Chicago e quella Keynesiana.
C'è un paper spesso citato di Charles
Wainhouse ("Emperical Evidence for
Hayek's Theory of Economic Fluctuations,"
in Money in Crisis: The Federal Reserve,
the Economy, and Monetary Reform, Barry
N. Siegel ed., Cambridge, MA: Ballinger
Publishing Co., 1984) che mostra che nel
periodo postbellico i movimenti degli aggregati
furono coerenti con la teoria austriaca
del ciclo. Bene, potranno anche esserlo
stati, ma potrebbero essere anche coerenti
con il Monetarismo o il Keynesianismo, perciò
abbiamo bisogno di qualcosa che ci permetta
di discriminare in maniera più convincente.
Altro ambito di ricerca è
quello relativo al problema di misurare
il capitale all'interno della struttura
produttiva. È difficile ottenere
dati che separano i diversi aspetti di una
struttura produttiva disaggregata. Questo
è così per due ragioni: primo,
nel dopoguerra i dati macroeconomici non
erano collezionati pensando alla teoria
austriaca. Simon Kuznets progettò
il sistema di collezione dati americano
pensando a Keynes. Richard Stone fece lo
stesso per il sistema inglese. La seconda
ragione è che il capitale non ha
una 'unità di conto' naturale. I
dati sugli investimenti di capitale, anche
se disaggregati per stadi di produzione,
come ad esempio iniziale, intermedia e finale,
sono registrati in termini di valore, il
quale che riflette il tasso d'interesse
di quel periodo. Dato che i tassi d'interesse
erano artificialmente bassi durante il boom,
la creazione di capitale scontata sulla
base di questi tassi artificialmente bassi
risulta artificialmente alta per essere
utilizzata nelle misurazioni.
Ci si trova sempre imbrigliati
in questi penosi problemi della teoria del
capitale. Negli anni trenta gran parte dei
dibattiti riguardavano la teoria del capitale
(Robinson, Sraffa, etc.). Una delle ragioni
dell'appeal della teoria di Keynes era che
si spingeva oltre, concentrandosi nella
disoccupazione e nelle politiche di stabilizzazione,
lasciandosi dietro i problemi legati al
capitale.
Per gli hayekiani moderni,
è una tentazione l'idea di tornare
indietro per trovare la prova di quei movimenti
di capitali fra i differenti stadi produttivi,
ma la nozione di stadio, come concepita
da Hayek, è essenzialmente uno strumento
pedagogico. Tali stadi non hanno controparti
prive di ambiguità nel mondo reale,
è per questo abbiamo bisogno di qualche
strumento empirico di ricerca innovativo,
per mettere mano alla dimensione temporale
della struttura produttiva.
6. Nel suo libro offre
un'interessante lettura della teoria Monetarista:
per certi versi rivale, per altri complementare
a quella Austriaca. Sono complementari nel
senso che analizzano differenti momenti
del ciclo economico: gli austriaci si concentrano
sulla dinamica di una crescita insostenibile
(boom), che precede un'inevitabile crisi
economica (bust), mentre i monetaristi studiano
la crisi e il conseguente recupero. La rivalità
consiste nel fatto che secondo Friedman
il ciclo economico è una sequenza
'bust-boom', piuttosto che 'boom-bust'.
Potrebbe spiegarci come nasce questa divergenza?
Ho avuto un interessante confronto
con Milton Friedman circa il suo "Pluckin
Model" e a riguardo c'è una
storia interessante che non è mai
stata raccontata. Nelgli anni 80 Walter
Block, al tempo co-direttore editoriale
della Review of Austrian Economics, propose
a Friedman di scrivere un articolo in cui
delineava le sue obbiezioni alla teoria
Austriaca, ma quest'ultimo rifiutò
rispondendo che già l'aveva fatto.
Block, persistente come di suo solito, replicò
che non era a conoscenza d'alcun lavoro
di questo genere, al che Friedman indicò
un rapporto preliminare pubblicato nel 1964
sul NBER (National Bureau of Economic Research),
nel quale per la prima volta menzionava
il suo Plucking Model. In una breve sezione
del rapporto Friedman sosteneva (senza menzionare
gli austriaci) che i dati mettono fortemente
in dubbio quelle teorie che identificano
le cause di una depressione economica negli
eccessi di una precedente espansione. L'evidenza
empirica, perciò, non suggerirebbe
episodi di "boom-bust", ma piuttosto
una sequenza di "bust-boom", che
vengono puntualmente descritti dal suo plucking
model.
Walter mi girò questa corrispondenza,
perchè stavo preparando in un articolo
intitolato: "Is Milton Friedman a Keynesian?".
In esso pero mi limitai solo ad un breve
accenno alla questione del plucking model,
perchè ritenevo "inappropriato"
puntare il dito su una posizione che Friedman
aveva preso in un angolo di un rapporto
preliminare del '64. In esso spiegai che
la teoria Austriaca fissa l'analisi ad un
livello d'aggregazione inferiore a quello
usato da Friedman; a tal livello i dati
storici non presentano alcuna contraddizione.
Nulla accade fino al 1992, quando in occasione
del suo ottantesimo compleanno, Friedman
fu invitato dalla Western Economics Association
a parlare di teoria monetaria, argomento
che non affrontava da anni. Per l'occasione
egli approfondì quella sezione del
rapporto preliminare e ne fece un articolo,
che venne poi pubblicato nella prima pagina
dell'Economic Enquiry, il periodico della
WEA. In tale articolo non apportava grandi
modifiche alla versione originale, eccetto
l'aggiunta di un'affermazione che riconosceva
esplicitamente Mises: "I dati smentiscono
la scuola di pensiero che sostiene la teoria
del boom-bust, la teoria di Mises".
Puntando il dito direttamente contro la
teoria Austriaca, Friedman mi premise di
delineare più approfonditamente i
miei commenti alla teoria Monetarista. Li
proposi a Friedman in una corrispondenza
privata che si trasformò in un confronto
sul livello dei tassi d'interesse negli
anni 20. Secondo lui il fatto che in quel
periodo non raggiunsero il livello minimo
era una dimostrazione che gli austriaci
si sbagliavano. Ma gli anni 20 si contraddistinsero
per una rapida innovazione tecnologica (automobili,
elettrodomestici, produzione alimentare).
La componente "artificiale" del
boom fu l'espansione creditizia architettata
dalla Fed, che mantenne i tassi d'interesse
al di sotto del livello reale di scarsità
del capitale per evitare una caduta dei
prezzi. Tale effetto fu definito da Hayek
"stabilizzazione artificiale del livello
dei prezzi". In tael corrispondenza,
sostenni che Friedman confondeva il recupero
economico con il "boom", e che
utilizzando un livello d'aggregazione dei
dati cosi alto, non si accorgeva dell'effetto
di una crescita promossa dall'espansione
creditizia. Tassi d'interesse artificialmente
bassi modificano la distribuzione del capitale
nella struttura produttiva, ma condensando
la produzione di tutti gli stadi produttivi
in un aggregato unico, a livello empirico
la sequenza austriaca di boom-bust lascia
una scia di bust-boom.
I miei commenti vennero pubblicati sull'Economic
Enquiry 3 anni dopo l'articolo di Friedman,
e furono la base per il capitolo 11 del
mio libro: "Monetary disequilibrium
theory".
7. Chi conosce il Mises
Institute, è al corrente della nuova
ondata di ricerca accademica che questo
sostiene. Lei rappresenta chiaramente uno
dei pilastri di questa rinascita degli austriaci,
perciò il fatto che le sia stata
assegnata la prima Hayek Chair della LSE
è un evento importante. Certamente,
questo è il luogo dove Hayek presentò
quelle teorie che 40 anni dopo gli valsero
il Nobel, pero non possiamo dimenticare
che esso rappresenta anche l'elite dell'economia
neoclassica europea. Come lo spiega?
La sponsorizzazione sorge
da una collaborazione fra la LSE e il Mises,
mentre la mia visita è stata organizzata
da Toby Baxindale, laureato della LSE e
uomo d'affari di grande successo a Londra.
Egli segue gli austriaci nelle sue letture
personali, è uno dei sostenitori
del Mises Institute ed è un associato
dell'Auburn University. Inoltre, al dipartimento
d'economia della LSE esiste una Lachmann
Chair (grande economista tedesco, discepolo
di Hayek alla LSE), che nell'anno 2000-2001
fu assegnata a Bruce Caldwell (editore dei
Collected Works of F. A. Hayek, University
of Chicago Press). C'è una certa
presenza qui, perciò l'idea di una
Hayek Chair alla LSE non è così
sorprendente.
8. Quali sono le priorita'
nel campo della ricerca della "Macroeconomia
basata sul capitale"?
In Time and Money l'esposizione
e' incentrata su una economia chiusa. Credo
che quello sia il punto di partenza, non
ho ancora provato a introdurre il fattore
internazionale nei grafici. Alcuni miei
studenti hanno provato ad applicarli ad
un contesto multi-economico. Credo sia possibile
e sarebbe molto interessante.
Altra direzione interessante e' quella di
John Cochran della Metropolitan State di
Denver (Colorado): ha applicato i grafici
di base per analizzare combinazioni di cambi
nelle preferenze temporali e reazioni alle
politiche economiche che io non trattato
nel mio libro.
9. Negli Stati Uniti stiamo
assistendo ad un'espansione creditizia senza
precedenti. Che cosa sta accedendo?
La Fed e l'amministrazione
Bush stanno semplicemente ostacolando lo
spontaneo aggiustamento del mercato agli
eccessi del boom precedente, ma così
facendo peggiorano le cose.
Una certa quantità di capitale è
stata investita in progetti che non hanno
dato risultati, ma i tassi d'interesse eccessivamente
bassi non incentivano a liquidare il capitale
malinvestito; perché liquidare se
i tassi permettono di prolungare l'agonia,
nella speranza di un futuro più roseo?
Inoltre tassi così bassi stimolano
il consumo. La gente ritratta i propri mutui
posponendo le scadenze e consuma il risparmio
che ne deriva. Quest'aumento delle vendite,
provocato da un'azione politica, viene percepito
come un'espansione economica, ma in realtà
si tratta semplicemente di un effetto generato
della FED, nel tentativo di frenare la dolorosa
ma necessaria riorganizzazione dell'economia
dopo il boom degli anni 90.
10. Il Professor Huerta
de Soto pensa che la FED stampera tutto
ciò che sarà necessario, indefinitamente.
Pensa che questo possa comportare un cambio
nel sistema monetario? Dovremmo preoccuparci
di una imminente crisi finanziaria apocalittica?
Alcuni parlanio di "giapponizzazione"
La FED sembra totalmente concentrata
nel prevenire la deflazione. Uno dei nuovi
governatori, Ben Bernanke, adotta la vecchia
visione di Irving Fisher conosciuta come
debt-deflation, che significa che se i prezzi
cadono quando i debiti sono alti, l'economia
è nei guai. Veramente negli anni
trenta Irvin Fisher era profondamente indebitato,
"lui" era nei guai. Randall Parker
ha recentemente pubblicato un libro intitolato
Reflections on the Great Depression, nel
quale intervista tutti i vecchi economisti
che erano gia nati durante la grande depressione
e gli ha chiesto perché è
successo. Bernake ha scritto la premessa.
È molto interessante e per certi
versi comico il modo di pensare di quei
tempi. Parker non ha completamente capito
nulla del punto di vista austriaco, l'ho
scritto una recensione sull' The Independent
Review.
In ogni modo, la FED sta chiaramente
combattendo le correzioni del mercato, ostacolando
la liquidazione del capitale male investito
e prolungando, in questo modo, il periodo
della liquidazione stessa. Naturalmente
si tratta di quello che più o meno
ha fatto la Banca del Giappone.
Cosa dovrebbe fare la FED?
Il lavoro che fece Hayek qui alla LSE negli
anni trenta suggerisce che quando arriva
una crisi, la banca centrale dovrebbe consentire
al tasso d'interesse di salire sufficientemente
per poter permettere la liquidazione, ma
non troppo per evitare che l'economia cada
in una spirale depressiva autosostenuta.
Naturalmente l'implementazione di tale politica
economica spinge l'arte della banca centrale
oltre i suoi limiti. In aggiunta, a peggiorare
la situazione, si aggiungono considerazioni
politiche di breve termine, che spingono
verso il lato di un basso tasso d'interesse.
Sono queste le circostanze che spingono
gli austriaci moderni (incluso Hayek, a
partire dal 1970) a preferire riforme volte
alla decentralizzazione del sistema bancario,
nel senso di lasciare che le forze competitive
del mercato lascino l'offerta di moneta
(e di credito) in linea con la domanda.
Traduzione
a cura di Massimiliano Neri e Carlo Zucchi