"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



Questo sito e' in
versione provvisoria

Milton Friedman
 

Nato il 31 luglio 1912 a Brooklyn da una famiglia ebrea poverissima, emigrata dall’Europa orientale alla fine del secolo scorso. Uno dei membri più autorevoli (forse il membro più autorevole) della Scuola di Chicago, nel 1947 fonda, assieme a F. A. Von Hayek, L. Von Mises, K. Popper e altri, la Mont Pèlerin Society, associazione composta dai più eminenti esponenti liberali del mondo con funzione di "Roccaforte del Liberalismo" in un periodo dominato da idee per lo più stataliste. Premio Nobel per l’economia nel 1974, fu ispiratore di quel progetto politico che, a partire dagli anni ’60, porterà Ronald Reagan, prima al Governatorato della California nel 1968, e poi alla Presidenza degli Stati Uniti nel 1980.

Economista monetarista quantitativo, ed empirista nel metodo di indagine, a seguito di pazienti ricerche empiriche, nel 1963 dà alle stampe, assieme ad Anna Schwartz, The Monetary History of the United States – 1867-1960. Le oltre 2000 pagine di questi tre volumi, che fanno parte di un unico progetto di ricerca, costituiscono il più importante studio di storia monetaria mai realizzato, anche secondo chi, come Paul Samuelson e James Tobin, ha sempre espresso opinioni opposte sia in economia che in politica. Un celebre capitolo di quest’opera è dedicato alla crisi del 1929, evento cruciale per l’evoluzione delle idee in senso statalista che hanno dominato questo secolo.

L’analisi di Friedman & Schwartz furono rivolte a confutare le tesi keynesiane che descrivevano tale crisi come un fallimento del mercato. Ebbene, Friedman dimostra, dati empirici alla mano, che in realtà quella crisi non fu l’effetto di una carenza del mercato, bensì di un errore ben preciso commesso dalla Banca Centrale americana. I keynesiani avevano sempre sostenuto che il crollo della borsa nel ’29 aveva minato la fiducia degli investitori, e la conseguente diminuzione della loro propensione ad investire aveva determinato una forte contrazione della spesa aggregata con connessa disoccupazione; il tutto nonostante la politica monetaria espansiva della Banca Centrale americana, il cui provvedimento di riduzione dei tassi d’interesse non si rivelò sufficiente a stimolare una ripresa degli investimenti, dato il diffuso pessimismo degli operatori. Secondo Friedman, invece, la concatenazione degli eventi fu opposta. La contrazione dell’attività economica, ad esempio, iniziò nell’agosto del 1929; ben prima del 24 ottobre, per cui le cause del crollo andrebbero ricercate in tempi antecedenti a tale data. La causa prima della recessione fu una politica in realtà restrittiva della Banca Centrale americana, che a partire dalla seconda metà del 1928 praticò una politica monetaria quasi uniformemente deflazionistica. La quantità di moneta non solo non crebbe, ma addirittura diminuì, anche se in misura modesta, durante quasi tutta la fase di espansione ciclica del periodo novembre 1927 - agosto 1929; un fatto questo che non si era mai verificato in periodi precedenti di crescita e mai più si è verificato. La caduta del mercato azionario scosse senza dubbio la fiducia degli investitori, determinò pessimismo, ma non panico.

Dall’agosto del 1929 (quindi, prima del crollo in borsa) all’ottobre del 1930 la quantità di moneta in circolazione diminuì del 2,6%, il che avvenne soltanto in quattro occasioni precedenti (ed in nessuna successiva), ed in tutti i quattro i casi tali restrizioni hanno determinato recessioni eccezionalmente pronunciate. Invece di una politica monetaria espansiva, quanto mai necessaria in quel momento, la Banca Centrale americana, praticò in realtà una politica monetaria restrittiva, così, quella che era una normale crisi ciclica, per colpa di un ente di governo (monetario in questo caso), si trasformò nella più grave depressione economica dell’era capitalistica.

Strenuo sostenitore del capitalismo, anche in anni statalismo diffuso, Friedman fu un implacabile accusatore del Welfare State, autentica forma di assistenzialismo di stato di derivazione bismarckiana, che costa più di quanto rende. Seconda tale concezione paternalistica della povertà, lo stato (e non la persona) individua alcuni bisogni ritenuti "essenziali" e si assume di offrire, spesso in condizioni di monopolio, i relativi servizi all’intera collettività. Tale modo di affrontare la povertà fondato sulla redistribuzione in natura si rivela inefficiente, dato che, violando la libertà di scelta dei beneficiari, ottiene, a parità di costo, un risultato inferiore dal punto di vista del benessere di questi ultimi.

Se a questo si aggiunge, sia che il costo dell’assistenzialismo grava su tutti (anche sui poveri), mentre i benefici vanno spesso a chi non ne ha bisogno, sia il fatto che i servizi resi sono spesso assai insoddisfacenti, invece di ritrovarci garantita una "uguaglianza di accesso" a servizi pubblici essenziali, ci ritroviamo in presenza di una "ineguaglianza di uscita" dall’inefficienza pubblica: solo i benestanti, infatti, possono permettersi di pagare due volte gli stessi servizi, optando per la fornitura privata. Ma si sa che il vero scopo del Welfare State non è quello di aiutare i meno abbienti, ma quello di "ingrassare" politici, burocrati, sindacalisti e profittatori assortiti che vivono alle spalle dell’industria dell’assistenza pubblica.

Tra le idee alternative al Welfare State (idea peraltro assai discutibile) Friedman ha proposto l’imposta negativa (1962). Secondo tale idea, si individua un break-even point, in corrispondenza del quale non si pagano imposte. Invece che non pagare nulla al di sotto di tale cifra, Friedman propone che ai percettori di redditi inferiori a detta cifra lo stato assegni una somma equivalente a una percentuale della differenza esistente fra reddito minimo e reddito percepito*.

Tale redistribuzione in moneta, anziché in natura, farebbe salva la libertà di scelta dei beneficiari: lo stato non tratterebbe più i poveri come se fossero degli incapaci che non sono in grado di valutare da sé i propri bisogni, ma come individui responsabili. Inoltre, il sistema sarebbe immune dagli effetti regressivi attuali e, soprattutto, vedrebbe sottoposta alla disciplina del mercato e alla concorrenza la fornitura di quei servizi sociali di cui i cittadini hanno maggior bisogno.

Esponente della tradizione liberale classica, Friedman è criticato , oltre che dai keynesiani, dagli esponenti più radicali dell’anarco-capitalismo americano come suo figlio David, che si è preso anche la licenza di dargli del "socialista", il che, per il principale (anche se non sempre ascoltato) consigliere di Ronald Reagan appare quantomeno beffardo.

Uno dei maggiori terreni di scontro con gli anarco-capitalisti riguarda la proposta del voucher (buono-scuola). Friedman è convinto che l’istruzione sia in "bene pubblico", nel senso che conferisce benefìci che non sono limitati al soggetto destinatario dell’istruzione, mentre per quanto riguarda i problemi connessi al finanziamento dell’istruzione, sostiene che il finanziamento e la gestione del servizio scolastico siano due aspetti che vadano scissi. I governi potrebbero imporre un livello minimo di scolarità concedendo ai genitori dei titoli di credito non negoziabili da spendere per l’acquisto di servizi scolastici (e non per altri scopi!) in un istituto di propria scelta, ma "approvato" in base a criteri minimi di serietà e scolarizzazione, dalle pubbliche autorità. Detto sistema restituirebbe libertà di scelta alle famiglie, che potrebbero decidere a quale scuola mandare i propri figli sulla base dei propri valori, e allo stesso tempo garantirebbe quella varietà, diversità e pluralità di valori che sono essenziali in una democrazia libera, evitando la possibilità di indottrinamento di massa basato sull’imposizione di un’ideologia uniforme, uguale per tutti, anche se rifiutata dalle famiglie.

Liberale, liberista (come si usa dire in Italia), antiproibizionista, Friedman è anche un monetarista. Non necessariamente un monetarista e un liberista coincidono; Mises e Hayek, ad esempio, propendevano per la denazionalizzazione della moneta e per la concorrenza fra monete. Friedman è semplicemente un economista che predilige lo strumento monetario alla politica di bilancio, e se la sua predilezione per una politica monetaria non discrezionale, ma vincolata da regole imparziali, è certamente in linea con la sua filosofia politica, non è in base ad essa che ne afferma la desiderabilità; tutt’al più possiamo dire Friedman preferisce un sistema di regole rispetto ad un sistema fondato sull’arbitrio dell’autorità.

Egli suggerisce l’adozione di un tasso di crescita costante della quantità di moneta nel tempo, il cui valore assoluto venga deciso in base a considerazioni di stabilità di lungo periodo e che venga mantenuto per lunghi periodi di tempo. Proposta, questa, che non garantirebbe una perfetta stabilità, ma impedirebbe il formarsi di ampie fluttuazioni. Una politica monetaria discrezionale finalizzata alla stabilità anche nel breve periodo, avrebbe gli stessi limiti di una politica di bilancio discrezionale, così, per evitare fluttuazioni minori tentando di fare di più di quanto è nelle possibilità umane (le fluttuazioni di breve periodo sono per loro natura non controllabili), c’è il rischio di innestare nel mercato fattori di disturbo che potrebbero accrescere, anziché diminuire l’instabilità.

Le cose da dire si Friedman sarebbero ancora tante, ma basti dire che le sue opere sono state tradotte persino in cinese! In altri termini, nessun economista, dai tempi di Keynes, ha goduto, come Milton Friedman, di una così vasta popolarità fra l’opinione pubblica persino al di fuori del mondo accademico. Tutto ciò non vale, naturalmente, per l’Italia, paese in cui se nomini Friedman ti senti rispondere: "Chi Alan…?". E se ne vedono pure le conseguenze!

* Es. Dato un break-even point di 10, un reddito percepito di 2 e una percentuale stabilita nell’ordine del 50 %, si avrebbe una restituzione dello stato al cittadino in questione di 4. Vediamo come: 10 – 2 = 8 (differenza esistente fra reddito minimo e reddito percepito); 50 % di 8 = 4.


 
Copyright © Liberanimus 1995-2004
Liberanimus e' un organizazzione non-profit
Sito realizzato da