"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



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Edmund Burke
 

Edmund Burke (1729-1797), irlandese, ultimo grande esponente della tradizione Old Whig settecentesca, fu parlamentare di prestigio ed eminente pensatore. Pur di tradizione Whig, Burke rifuggiva dal radicalismo politico, e fu fortemente critico verso ogni politica fondata su princìpi astratti e incapace di ricollegarsi a valori e, perfino, pregiudizi della società.

Personaggio assai contraddittorio, figlio di genitori irlandesi (padre protestante e madre cattolica), Burke fu colui che più di ogni altro pensatore dette ai lineamenti metafisici della teoria dello stato di Locke quel contenuto sostanziale che ha posseduto fino ai giorni nostri. Fu lui a rendere consapevoli i politici che il governo fondato sui partiti è il principio essenziale di un sistema costituzionale rappresentativo.

Nel 1756 esce la sua prima opera A Vindication of Natural Society, seguita, due anni dopo, da Philosophical Enquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and the Beautiful. Nel 1759 si avvia alla carriera politica come segretario di Lord Hamilton, con il quale romperà il suo rapporto nel 1765, anno in cui diventerà prima segretario di Lord Rockingham, allora Primo Ministro, e poi deputato alla camera dei Comuni, nella quale si segnalerà per gli interventi nei dibattiti sulla questione americana. La sua fama è essenzialmente legata alla carriera parlamentare e agli scritti politici, il più importante dei quali, Reflections on the Revolution in France, viene considerato un vero e proprio spartiacque in merito alla collocazione "ideologica" di Burke.

Strenuo sostenitore dei diritti dei coloni d’oltreoceano, Burke si è sempre battuto affinchè venissero accolte le loro richieste di restaurare princìpi, tradizioni e fondamentali diritti inglesi, come pure i loro appelli in favore dell’applicazione della libertà come nella madrepatria. Si battè contro lo Stamp Act, che imponeva alle colonie una tassa diretta, ma senza contestare, in linea di principio, il diritto del governo inglese a tassare le colonie, il che sta a sottolineare come Burke criticasse gli abusi del potere, non il quadro istituzionale.

Il favore mostrato verso la Rivoluzione Americana fu dovuto al fatto che in essa si ritrovassero intatti tutti i valori che avevano animato la Gloriosa Rivoluzione del 1688, che vide sconfitta, allora come nel 1776, la prepotenza della Corona e la sua propensione a uscire dai suoi confini istituzionali e a "usurpare" i poteri del parlamento. Coerente con questa battaglia, Burke, nei suoi Thoughts on the Cause of the Present Discontents (1770), criticò gli abusi anticostituzionali degli "amici del Re", e si battè per l’emancipazione del Parlamento dall’influenza soverchiatrice del sovrano e della fazione di corte, ribadendo che i rapporti tra Re, ministri, Parlamento e popolo dovevano essere ripristinati secondo la costituzione e alla luce delle tradizioni inglesi. Burke, però, si opponeva a progetti di riforme radicali del sistema elettorale che estendessero il suffragio popolare, perché, pur invitando i politici a tener conto dell’opinione pubblica e pur essendo, per quei tempi, un "progressista", definiva il popolo come una "moltitudine suina".

Sotto l’aspetto economico, Burke era sostanzialmente sulle stesse posizioni di Adam Smith, come dimostra nei suoi Thoughts on Scarcity, in cui scrive che "provvedere per noi alle nostre necessità non è nelle possibilità del governo…". Secondo Burke i poveri non potevano migliorare affatto la propria sorte avversando i ricchi, che definiva come "i mandatari di quelli che lavorano"; mentre i loro "capitali sono le banche dei poveri". Ai poveri raccomandava "la pazienza, il lavoro, la sobrietà, la frugalità e la religione", sostenendo che nulla poteva essere fatto per mezzo dell’azione statale per migliorare le condizioni economiche delle classi lavoratrici. Ma Burke si spingeva oltre affermando quanto fosse poco saggio per un potere legislativo ignorante intervenire tra padrone e servitore, in quanto "i loro interessi sono sempre gli stessi ed è assolutamente impossibile che i loro liberi contratti siano onerosi per una delle due parti; è interesse del proprietario fondiario che il lavoro sia compiuto con efficacia e celerità, e ciò non può avvenire se il bracciante non è ben nutrito e comunque provvisto di tutte le cose necessarie alla vita animale, conformemente alle sue abitudini, in modo da conservare nel suo corpo tutta la sua forza e di mantenere il suo spirito gaio ed allegro".

Ma il contributo più importante offertoci da Burke riguarda la critica alla Rivoluzione francese; probabilmente la migliore che sia mai stata fatta. La descrisse come "la crisi più stupefacente mai avvenuta al mondo". Coerentemente con i suoi antichi princìpi le si oppose, mentre i suoi alleati di un tempo, coerenti o no con i loro, la sostennero. La sua posizione "antirivoluzionaria" lo "trasformò" in conservatore contro i suoi antichi princìpi al punto da immaginare che nel XIX secolo si sarebbe trovato più a suo agio nel partito dei Tories, che in quello dei Whigs ormai trasformato in partito liberale. Nella sua polemica contro la Rivoluzione, Burke elogia il sistema politico inglese perché "in giusta corrispondenza e simmetria con l’ordine del mondo", mentre la preoccupazione per il fanatismo della ragione, che potrebbe distruggere tutti i vincoli sociali, lo portò a voler difendere la religione statuita , perché si possa difendere la società statuita.

Le critiche di Burke, dunque, non sono indirizzate solo alla rivoluzione francese , ma alla rivoluzione in sé, che pretende di interrompere l’evoluzione della storia di una nazione; non solo al giacobinismo che dominava in Francia nell’anno II della repubblica, ma al giacobinismo come categoria politica.

Se ripercorriamo tutta l’opera di Burke scopriamo che egli non ha sconfessato quanto di liberale vi era nel suo pensiero per trasformarsi in reazionario, specie quando, professandosi Old Whigh, rivendicò di aver espresso nei riguardi della rivoluzione "le opinioni e i sentimenti predominanti in una nazione rinomata per la sua saggezza e celebrata in tutte le età per un retto e disciplinato amore per la libertà", esprimendo il sentimento degli inglesi che mai avrebbero accettato l’anarchia e il disordine contrari ad ogni ordine morale naturale". Da uomo del VIII secolo, egli fu permeato da quel clima culturale che nello studio dei problemi fa appello all’esperienza, a partire dalla quale la politica viene proposta come prassi per governare o riformare la società reale. Il consenso che si esprimeva alla Francia rivoluzionaria, che fondava il nuovo governo sui diritti dell’uomo e sulla felicità del popolo non poteva non preoccupare Burke. La Rivoluzione confermava le sue previsioni sullo sconvolgimento della proprietà o sulla diffusione dell’ateismo, così che anche parte dei radicali si ricredette sugli eventi francesi, mentre gran parte degli inglesi accettò, in nome della lotta al giacobinismo, restrizioni alle tanto vantate libertà.

In una rilettura revisionista della Rivoluzione francese, la requisitoria di Burke contro i pericoli di dispotismo insiti nei progetti che vogliono ricostruire l’uomo comincia ad apparire quanto mai profetica. Sarebbe un errore leggere Burke come un contemporaneo, ma accostarsi alla sua storia e al suo pensiero significa anche riflettere anche sulla realtà sociale, sul potere, sulla possibilità di riforme e di mutamenti radicali non ad opera di un soggetto astratto, ma di individui concreti.


 
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