"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek



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Benn testimone del tempo

Aristocratico, solitario, introverso, scienziato ed esteta.
Ritratto di un “collaborazionista” che non ha mai collaborato

Di Enrico Groppali

Di fronte all’enigma Gottfried Benn viene ancora una volta da chiedersi se il poeta deve essere considerato il più lucido e scomodo testimone del suo tempo o, al contrario, un profeta più demente che bizzarro che la società, spaventata dal suo empito, spoglia delle sue mitiche funzioni di guida spirituale e delle sue prerogative di veggente. In effetti chi ha scritto

profondo ormai in miti, in leggende

dorme il giardino sul mare;

rovina saranno fra breve

mare e giardino deserti

più che il risveglio delle coscienze annuncia desolato l’imminenza della catastrofe. E le scarne notizie biografiche che lo riguardano non fanno che confermare indirettamente questo aspetto. Il più acceso sostenitore di Nietzsche, il fiancheggiatore e poi la vittima del nazionalsocialismo, colui che aveva auspicato l’espansione unitaria del Reich (“mi dichiaro in modo del tutto personale a favore del nuovo Stato, perché qui è il mio popolo che si spiana la strada”, scriveva nel maggio del ’33 a Klaus Mann che gli rimproverava di essere rimasto in patria) e che il dopoguerra aveva privato della libertà di parola come e più del nazismo, è stato per tutta la vita un uomo solitario e introverso, pago della sua veste di medico, specializzato in venereologia, ligio all’aristocrazia della forma ovvero all’esercito, il solo modo elegante – come scrisse – di emigrare restando in patria. L’”enigma” semmai consisterà proprio nella Doppia vita (come recita uno dei suoi testi in prosa più famosi) che Benn stesso s’impose, eternamente in bilico tra due discipline: lo scienziato e l’esteta. A differenza di altri campioni della Mitteleuropa che utilizzarono a fini poetici una scienza come la psicoanalisi, il dermatologo Benn continua indefesso a studiare l’epidermide dei suoi simili che presto ai suoi occhi diventa la metafora della crosta del mondo, il luogo delle mutazioni dove la forza e la purezza dell’ariano presto trionferanno di qualsiasi avversità. Ma chi, basandosi su questi innegabili dati di fatto che lo scrittore pagò ritagliandosi uno spazio sempre più invalicabile, pensasse di ridurre una personalità come la sua nell’ambito irrazionale del nazionalismo fine a se stesso sbaglierebbe clamorosamente obiettivo. Prendiamo proprio il Romanzo del fenotipo che oggi Adelphi ripubblica nella nostra lingua. Che cos’è il fenotipo per Benn? E’ la bianca radice del libro-frutto, l’essenza vitale che, in un tutto armonico, collega tra loro le membra del nuovo organismo vivente (il “romanzo”) in via di definizione. Colui che studia le mutazioni genetiche del corpo, adesso vuole pazientemente inventariare i trasalimenti dell’anima. Romanzo del fenotipo sarà allora la puntuale redazione degli echi che la più banale delle azioni (sfogliare un libro dedicato alla bellezza femminile) comporta nella psicologia dell’individuo tradito dall’ebbrezza dei sensi che, in forma di parole simili a proiettili, si depositano fitti sulla pagina, sterminata pianura crivellata di tutti i concetti che abitano il mondo. “Veneri, Arianne, Galatee si sollevano dai guanciali, raccolgono frutti, fanno cadere viole, diffondono un sogno”, scrive Benn in apertura per proseguire, qualche riga più sotto, nella dolorosa constatazione che quelle bellissime immagini sono prive di vita in quanto “non riescono a superare la loro pallida carne arcuata”. L’immagine quindi si smentisce nel momento stesso in cui si manifesta. Tutto è doppio e tutti pensiamo diversamente da ciò che siamo, afferma perentorio l’autore. Caruso raggiunge il diapason dell’espressione musicale esercitandosi in cruciverba e giochi di pazienza, e che dire del doganiere Rousseau che nel suo ufficio disadorno incolla etichette sulle valigie dei viaggiatori e solo la domenica, libero dall’affanno, dipinge i suoi quadri folli che di quelle sbiadite etichette sono il frutto prezioso quanto inconsapevole?

Così, e non altrimenti, Benn è doppio. Condanna l’acceso nazionalismo delle camicie brune ma cade in estasi di fronte al mito guerriero di Giovanna D’Arco mentre l’eroe del capolavoro di Kleist, Il principe di Homburg, lo fa prorompere in un veemente atto di fede nei confronti dell’onore, della virtù e del coraggio. Che sono i presupposti della politica dell’espansione, e non escludono per difendere i più irrinunciabili principi né l’uso della violenza né il ricorso alla guerra. L’uomo Benn non assiste impassibile, come il clan dei Mann vorrebbe a torto far credere, ma la sola idea di diventare un punto sperso sulla tragica scacchiera dell’Europa, lo sgomenta. No, il suo destino è quello di rimanere e di registrare, dal suo osservatorio, le tempeste di differenziazione, gli assoli di individualismo, e magari l’ebbrezza di chi ha conquistato il potere. In un saggio di pochi anni prima intitolato Irrazionalismo e medicina moderna, che sembra scritto da Levy-Strauss, Benn paragona la scomparsa di una verruca divorata dalla forza dirompente del simbolo (su quel lembo di carne aveva disegnato una colomba che, negli antichi riti nipponici, è l’animale che divora il pisello come viene denominata la verruca in quel paese) alla caduta nel vortice infinito della specie dove il sangue si fa acqua mentre la parola diventa carne. Il corpo, e quindi l’uomo, non è un elemento stabile, dice il poeta, ma una serie di punti di fuga. A questo punto ci si chiede se abbiamo inteso bene la portata rivoluzionaria del suo pensiero, e se l’adesione iniziale al nazismo rappresenta ben più che una smodata infatuazione degli ideali pangermanici. La civiltà che si ricollega alla storia e al mito per organizzare su basi “poetiche” la missione di ergersi a guida, faro, punto focale delle convergenze come delle attrazioni, è infatti, nel suo esasperato romanticismo, il nucleo profondo del suo pensiero. “Io non possiedo il salvacondotto per lasciare questa città”, ci confida nella tessera più dolorosa e struggente di questa antologia, la novella Il pensatore Radar. Dalla sua apatia di recluso in patria, il poeta guarda vivere il mondo che l’ha costretto al ruolo passivo dell’osservatore. Nel decennio che lo separa dalla morte vede gli orgogliosi deputati della Germania di Adenauer incamminarsi alla volta dei congressi con lo stesso automatismo dei ragni che, le mattine d’autunno, si arrampicano lungo le condutture dell’acqua. E tuttavia i suoi inguaribili oppositori invano cercheranno la pagina dove, inneggiando alla superiorità della razza, il poeta autorizzi implicito il genocidio. Benn attraverso il suo portavoce, il medico Ronne che ci insegue da un libro all’altro, vive in un perpetuo stato di trance da cui emergono, desolate e intangibili, solo le immagini che la sua mano deciderà di calare, con un brusco tratto di penna, sulla carta. Cos’è il nichilismo ai suoi occhi se non la “perdita del centro” che, sulle orme di Nietzsche, scorge nell’indifferenza dei contemporanei, adombrati ieri nello Stato maggiore della Wehrmacht e oggi nell’imbelle orgoglio dei democristiani? Eppure, tra i detriti del passato, Benn ancora una volta riesce a cogliere un barlume dell’avvenire. Quando finalmente calerà un pietoso silenzio sugli articoli in terza pagina e le cronache delle crisi di governo, allora Nietzsche come un mistral scaccerà le nubi e gli eletti non avranno più bisogno di emigrare perché parleranno la lingua delle pietre e del cielo. L’amore deve essere offerto anche ai criminali, afferma Benn citando il Raskolnikov di Delitto e castigo e la vera vittima degli eventi è chi decide di restare, magari nell’orrore, ben oltre la fine del massacro, coperti da un cappotto militare e dalla carta da giornale come nelle fredde notti del gennaio 1945.

(Articolo comparso su ALBUM de “Il Giornale”, 29 Luglio 1998, pag. 25)


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