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Di fronte allenigma Gottfried Benn viene ancora
una volta da chiedersi se il poeta deve essere considerato
il più lucido e scomodo testimone del suo tempo
o, al contrario, un profeta più demente che bizzarro
che la società, spaventata dal suo empito, spoglia
delle sue mitiche funzioni di guida spirituale e delle
sue prerogative di veggente. In effetti chi ha scritto
profondo ormai in miti, in leggende
dorme il giardino sul mare;
rovina saranno fra breve
mare e giardino deserti
più che il risveglio delle coscienze annuncia
desolato limminenza della catastrofe. E le scarne
notizie biografiche che lo riguardano non fanno che
confermare indirettamente questo aspetto. Il più
acceso sostenitore di Nietzsche, il fiancheggiatore
e poi la vittima del nazionalsocialismo, colui che aveva
auspicato lespansione unitaria del Reich (mi
dichiaro in modo del tutto personale a favore del nuovo
Stato, perché qui è il mio popolo che
si spiana la strada, scriveva nel maggio del 33
a Klaus Mann che gli rimproverava di essere rimasto
in patria) e che il dopoguerra aveva privato della libertà
di parola come e più del nazismo, è stato
per tutta la vita un uomo solitario e introverso, pago
della sua veste di medico, specializzato in venereologia,
ligio allaristocrazia della forma ovvero allesercito,
il solo modo elegante come scrisse di
emigrare restando in patria. Lenigma
semmai consisterà proprio nella Doppia vita (come
recita uno dei suoi testi in prosa più famosi)
che Benn stesso simpose, eternamente in bilico
tra due discipline: lo scienziato e lesteta. A
differenza di altri campioni della Mitteleuropa che
utilizzarono a fini poetici una scienza come la psicoanalisi,
il dermatologo Benn continua indefesso a studiare lepidermide
dei suoi simili che presto ai suoi occhi diventa la
metafora della crosta del mondo, il luogo delle mutazioni
dove la forza e la purezza dellariano presto trionferanno
di qualsiasi avversità. Ma chi, basandosi su
questi innegabili dati di fatto che lo scrittore pagò
ritagliandosi uno spazio sempre più invalicabile,
pensasse di ridurre una personalità come la sua
nellambito irrazionale del nazionalismo fine a
se stesso sbaglierebbe clamorosamente obiettivo. Prendiamo
proprio il Romanzo del fenotipo che oggi Adelphi ripubblica
nella nostra lingua. Che cosè il fenotipo
per Benn? E la bianca radice del libro-frutto,
lessenza vitale che, in un tutto armonico, collega
tra loro le membra del nuovo organismo vivente (il romanzo)
in via di definizione. Colui che studia le mutazioni
genetiche del corpo, adesso vuole pazientemente inventariare
i trasalimenti dellanima. Romanzo del fenotipo
sarà allora la puntuale redazione degli echi
che la più banale delle azioni (sfogliare un
libro dedicato alla bellezza femminile) comporta nella
psicologia dellindividuo tradito dallebbrezza
dei sensi che, in forma di parole simili a proiettili,
si depositano fitti sulla pagina, sterminata pianura
crivellata di tutti i concetti che abitano il mondo.
Veneri, Arianne, Galatee si sollevano dai guanciali,
raccolgono frutti, fanno cadere viole, diffondono un
sogno, scrive Benn in apertura per proseguire,
qualche riga più sotto, nella dolorosa constatazione
che quelle bellissime immagini sono prive di vita in
quanto non riescono a superare la loro pallida
carne arcuata. Limmagine quindi si smentisce
nel momento stesso in cui si manifesta. Tutto è
doppio e tutti pensiamo diversamente da ciò che
siamo, afferma perentorio lautore. Caruso raggiunge
il diapason dellespressione musicale esercitandosi
in cruciverba e giochi di pazienza, e che dire del doganiere
Rousseau che nel suo ufficio disadorno incolla etichette
sulle valigie dei viaggiatori e solo la domenica, libero
dallaffanno, dipinge i suoi quadri folli che di
quelle sbiadite etichette sono il frutto prezioso quanto
inconsapevole?
Così, e non altrimenti, Benn è doppio.
Condanna lacceso nazionalismo delle camicie brune
ma cade in estasi di fronte al mito guerriero di Giovanna
DArco mentre leroe del capolavoro di Kleist,
Il principe di Homburg, lo fa prorompere in un veemente
atto di fede nei confronti dellonore, della virtù
e del coraggio. Che sono i presupposti della politica
dellespansione, e non escludono per difendere
i più irrinunciabili principi né luso
della violenza né il ricorso alla guerra. Luomo
Benn non assiste impassibile, come il clan dei Mann
vorrebbe a torto far credere, ma la sola idea di diventare
un punto sperso sulla tragica scacchiera dellEuropa,
lo sgomenta. No, il suo destino è quello di rimanere
e di registrare, dal suo osservatorio, le tempeste di
differenziazione, gli assoli di individualismo, e magari
lebbrezza di chi ha conquistato il potere. In
un saggio di pochi anni prima intitolato Irrazionalismo
e medicina moderna, che sembra scritto da Levy-Strauss,
Benn paragona la scomparsa di una verruca divorata dalla
forza dirompente del simbolo (su quel lembo di carne
aveva disegnato una colomba che, negli antichi riti
nipponici, è lanimale che divora il pisello
come viene denominata la verruca in quel paese) alla
caduta nel vortice infinito della specie dove il sangue
si fa acqua mentre la parola diventa carne. Il corpo,
e quindi luomo, non è un elemento stabile,
dice il poeta, ma una serie di punti di fuga. A questo
punto ci si chiede se abbiamo inteso bene la portata
rivoluzionaria del suo pensiero, e se ladesione
iniziale al nazismo rappresenta ben più che una
smodata infatuazione degli ideali pangermanici. La civiltà
che si ricollega alla storia e al mito per organizzare
su basi poetiche la missione di ergersi
a guida, faro, punto focale delle convergenze come delle
attrazioni, è infatti, nel suo esasperato romanticismo,
il nucleo profondo del suo pensiero. Io non possiedo
il salvacondotto per lasciare questa città,
ci confida nella tessera più dolorosa e struggente
di questa antologia, la novella Il pensatore Radar.
Dalla sua apatia di recluso in patria, il poeta guarda
vivere il mondo che lha costretto al ruolo passivo
dellosservatore. Nel decennio che lo separa dalla
morte vede gli orgogliosi deputati della Germania di
Adenauer incamminarsi alla volta dei congressi con lo
stesso automatismo dei ragni che, le mattine dautunno,
si arrampicano lungo le condutture dellacqua.
E tuttavia i suoi inguaribili oppositori invano cercheranno
la pagina dove, inneggiando alla superiorità
della razza, il poeta autorizzi implicito il genocidio.
Benn attraverso il suo portavoce, il medico Ronne che
ci insegue da un libro allaltro, vive in un perpetuo
stato di trance da cui emergono, desolate e intangibili,
solo le immagini che la sua mano deciderà di
calare, con un brusco tratto di penna, sulla carta.
Cosè il nichilismo ai suoi occhi se non
la perdita del centro che, sulle orme di
Nietzsche, scorge nellindifferenza dei contemporanei,
adombrati ieri nello Stato maggiore della Wehrmacht
e oggi nellimbelle orgoglio dei democristiani?
Eppure, tra i detriti del passato, Benn ancora una volta
riesce a cogliere un barlume dellavvenire. Quando
finalmente calerà un pietoso silenzio sugli articoli
in terza pagina e le cronache delle crisi di governo,
allora Nietzsche come un mistral scaccerà le
nubi e gli eletti non avranno più bisogno di
emigrare perché parleranno la lingua delle pietre
e del cielo. Lamore deve essere offerto anche
ai criminali, afferma Benn citando il Raskolnikov di
Delitto e castigo e la vera vittima degli eventi è
chi decide di restare, magari nellorrore, ben
oltre la fine del massacro, coperti da un cappotto militare
e dalla carta da giornale come nelle fredde notti del
gennaio 1945.
(Articolo comparso su ALBUM de Il Giornale,
29 Luglio 1998, pag. 25)
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