La
guerra "giusta"*
La
teoria della guerra secondo Michael Walzer
di
Carlo Zucchi
Realismo
e crimini di guerra
Sin dai tempi antichi,
l’analisi in termini di giustizia e ingiustizia ha sempre riempito
i discorsi relativi alla guerra. Il paradigma realista, ad esempio,
ha sempre ritenuto la guerra un ambito particolare in cui i giudizi
morali della vita quotidiana vengono sospesi in nome dello stato
di necessità e in cui vale il detto Inter arma silent leges:
in tempo di guerra tacciono le leggi. In nome della difesa della
propria vita e della conservazione della propria comunità l’uomo
riscopre i propri istinti primordiali e in lui prevale l’egoismo
più bieco. Morale e legge scompaiono. Ma se analizziamo meglio
il nostro linguaggio, scopriamo che termini quali massacro, crudeltà
e atrocità esprimono giudizi morali a cui ci richiamiamo anche
nell’accostarci alla guerra.
I giudizi relativi
alla realtà morale della guerra fanno riferimento alla distinzione
medievale tra jus ad bellum (giustizia della guerra)
che si occupa delle ragioni che muovono gli stati a combattere
rinviando ai concetti di aggressione e autodifesa, e jus in
bello (giustizia in guerra) che si occupa delle norme
positive e consuetudinarie del combattimento. Dare inizio a una
guerra, quindi, è un crimine, sia perché viene compiuta un’aggressione
deliberata, sia perché la guerra è un inferno in cui tanti
uomini vengono uccisi. Ma nel farci un’opinione sulla guerra,
in genere, non prescindiamo da chi sono le sue vittime e da come
vengono uccise; le brutalità perpetrate ai danni di civili, in
particolare su vecchi, donne e bambini contribuiscono spesso a
farci considerare la guerra come un crimine. Questa visione particolarmente
brutale della guerra fu fatta propria da Karl von Clausewitz,
secondo il quale “La guerra è un atto di forza, all’impiego della
quale non esistono limiti”. Poiché von Clausewitz ha influenzato a lungo
le concezioni dottrinali sulla guerra, la sua importanza non può
essere misconosciuta. Egli non poneva limiti alla condotta militare
e non esitava a bollare come “filantropici” quei codici morali
ad essa estrinseci, tanto da arrivare a dire che “Mai si potrà
introdurre un principio moderatore nell’essenza stessa della guerra,
senza commettere una vera assurdità”. Ogni atto, per quanto crudele
possa essere, viene ricondotto alla logica di guerra e l’aggressore
si deve far carico di ogni conseguenze derivanti dal conflitto
da lui avviato. Tutto ciò porta i belligeranti a imporsi legge
mutualmente, il chè da luogo a un’azione reciproca e a un escalation
inarrestabile che porta i contendenti a perdere ogni controllo
sul dispiegarsi del conflitto.
Ma descrivere la guerra
come mero atto di forza non ci fornisce alcun criterio utile a
distinguere cosa è guerra da cosa non lo è, e tale decisione spetta
in definitiva agli individui. Quasi mai si è arrivati al totale
dispiegamento delle forze in campo, e sia l’antropologia che la
storia ci dicono che gli individui hanno spesso deciso che la
guerra debba essere un’impresa limitata, dal cui contesto sono
state ricavate nozioni circa il ruolo del combattente, l’accettabilità
delle diverse tattiche, le possibili cause di interruzione del
conflitto e le prerogative del vincitore. Il concetto di guerra
limitata è sempre relativa a un dato periodo storico e a una data
cultura, ma questo vale anche per ogni forma di escalation,
persino quella al di là della quale la guerra si trasforma in
inferno.
Non tutte le guerre,
però, sono un inferno. In passato, il costume aristocratico rese
il combattimento alla stregua di un torneo. Si possono ritrovare
simili concezioni del combattimento in Africa, nella Grecia antica,
come in Giappone e nell’Europa feudale. John Ruskin ne fece il
proprio ideale: “La guerra creativa o fondante è quella nella
quale la naturale irrequietezza e l’amore per la contesa risultano
circoscritte entro i confini, consensualmente definiti, di un
gioco affascinante – anche se talvolta fatale…”. L’aspetto rilevante della guerra creativa,
non è quello di essere poco sanguinosa (sebbene certi tornei tipici
del costume aristocratico non fossero scevri di una certa brutalità),
bensì la partecipazione volontaria dei membri dell’aristocrazia
conflitto e la lloro accettazione delle regole e delle conseguenze.
Un altro elemento che è riuscito a circoscrivere le conseguenze
dei combattimenti era la presenza dei mercenari - reclutati da
grandi condottieri per motivi di ordine commerciale o politico
- molto attiva nell’Italia rinascimentale. L’impossibilità di
ricorrere alla coscrizione rendeva quantomai oneroso servirsi
degli eserciti mercenari a causa degli elevati costi finanziari
delle reclute, così la battaglia finiva per diventare per lo più
un’esibizione di manovre tattiche con rari scontri fisici e un
numero limitato di vittime. I mercenari erano soliti firmare contratti
a termine, il che, pur non rendendoli liberi di scegliere quali
tattiche adottare, li rendeva però in grado di determinare il
costo delle proprie prestazioni e di condizionare in tal modo
il comportamento dei propri comandanti.
Con la coscrizione
la natura della guerra si modifica, gli stati hanno la possibilità
di radunare un gran numero di uomini da buttare nella mischia.
La guerra diventa un inferno ogniqualvolta gli uomini vengono
costretti a combattere. Il fatto che negli stati democratici i
governi che decidono la guerra siano eletti dal popolo non cambia
il fatto che in un regime di coscrizione la partecipazione alla
guerra non sia il frutto di una libera scelta, bensì un obbligo
legale o un dovere patriottico. Come ha scritto T. H. Green, da
quel momento “Il potere statale comincia ad esigere il sacrificio
della vita da parte dei combattenti. E questo indipendentemente
dal fatto che l’esercito venga radunato ricorrendo all’arruolamento
volontario o alla coscrizione”. Con la coscrizione, i militari
vengono ridotti a strumenti politici che si limitano a eseguire
ordini che rispecchiano tattiche decise a più alti livelli. Inoltre,
per effetto della coscrizione, i soldati, una volta costosi, diventano
“economici”; le battaglie, fino ad allora evitate, vengono cercate,
e per quanto gravi potessero essere le perdite, venivano rapidamente
compensate pescando dal ruolino d’appello.
Si dice che Napoleone
si sia vantato di fronte a Metternich di poter perdere anche 30000
uomini al mese! Quel che colpisce, è la totale mancanza di necessità
di ottenere il consenso di coloro che vanno a morire in guerre
alle quali non vengono costretti dal nemico (come quelle difensive),
ma dai capi del proprio paese. Ed è proprio la mancanza del consenso
individuale a far sì che gli atti di forza perdano il loro fascino
per diventare oggetto di condanna morale, ed è sempre a causa
della mancanza di consenso che la brutalità della guerra tende
a superare i limiti che persone libere da lealtà e vincoli politici
sarebbero disposte a tollerare.
L’orrore della guerra
moderna ben si coglie in un aforisma pronunciato da Trotsky: “Tu
puoi anche non mostrare alcun interesse per la guerra, ma prima
o poi la guerra si interesserà sicuramente a te”. Quando diciamo
che la guerra è un inferno, pensiamo alle vittime del combattimento,
ma si presume che all’inferno si trovi chi in vita si sia reso
scientemente responsabile di attività meritevoli di punizione
divina, mentre la maggior parte delle vittime non fa che subire
una situazione di cui ha poco o punto responsabilità. A partire
dalla Prima guerra mondiale, non a caso definita come primo esempio
di “guerra democratica”, furono in gran parte civili coscritti
a patire sulla loro pelle la sofferenza della guerra moderna e
della vita di trincea. L’insubordinazione era spesso pagata con
la vita, così, spesso l’alternativa è scegliere tra morire per
mano nemica in battaglia e morire per mano dei tuoi compagni con
l’infame epiteto di traditore.
I soldati che scelgono
di combattere liberamente danno spesso vita, in modo spontaneo,
a consuetudini finalizzate a limitare il combattimento in virtù
del rispetto e del riconoscimento reciproci. Il codice militare
vigente nel tardo Medioevo era ampiamente condiviso e talvolta
onorato, e rifletteva la coscienza che i guerrieri aristocratici
avevano di sé come individui appartenenti a un’èlite, impegnati
in un’attività liberamente scelta. La funzione del codice della
cavalleria era quella di distinguere i cavalieri dalle semplici
canaglie, dai banditi e da chi, come i soldati di origine contadina,
combatteva per necessità. Oggigiorno, solo nel soldato di professione
sopravvive qualche flebile traccia del senso dell’onore militare
tipico della cavalleria, benchè il combattimento contemporaneo
lo releghi in un ruolo sempre più marginale.
La cavalleria e il
suo onore aristocratico non sono stati soppiantati dalla rivoluzione
democratica e dalla passione popolare, ma sono stati sviliti dalla
coscrizione. La democrazia concorre a sgretolare il costume cavalleresco
nella misura in cui conferisce legittimità allo Stato e al suo
potere coercitivo. La guerra non è trasformata in un gioco al
massacro dal cieco furore delle masse, ma dal fatto stesso che
le loro vite, essendo state nazionalizzate dallo stato moderno,
sono disponibili.
In ogni caso, la fine
della cavalleria non coincide con la fine di ogni giudizio morale.
I vincoli imposti dalla guerra moderna si modificano e il codice
militare viene riformulato, non più sulla libertà aristocratica,
bensì sulla servitù militare tipica del regime coscrizionale.
Le moderne norme di guerra si fondano su una sorta di cameratismo
astratto, e al rispetto cavalleresco si sostituiscono sentimenti
di rivalsa verso coloro contro cui si combatte e di odio verso
il nemico; un odio che, durante la Grande guerra, si impossessa
degli uomini costretti in trincea a tal punto da consentire che
i nemici feriti vengano abbandonati alla propria morte, nemmeno
fossero loro i responsabili primi del conflitto e delle sofferenze
che esso genera. La guerra moderna spersonalizza i rapporti tra
combattenti, in quanto con essa la relazione tra individui viene
sostituita da una relazione tra entità politiche di cui gli individui
non sono altro che strumenti. Ma questi strumenti, non sono più
membri di una stessa comunità di guerrieri, ma “poveri disgraziati
come me” invischiati in una guerra che hanno soltanto subito e
in virtù di ciò vanno riconosciuti come non-criminali. Vengono
autorizzati a uccidere non chiunque, bensì soltanto coloro che
sono individuati come vittime. Fintanto che i soldati combattono
volontariamente e si scelgono reciprocamente come nemici e decidono
le proprie battaglie, la guerra non è un crimine; nel momento
in cui si è costretti, la guerra non è un loro crimine.
In ambedue i casi la guerra è una dimensione governata da norme,
ma nel primo, tali norme si fondano sulla reciprocità e sul consenso,
nel secondo sulla condivisone di una comune condizione di servitù.
Il diritto che ogni
soldato ha di uccidere costituisce il principio fondante delle
regole di guerra, che specificano quando e come si possa uccidere
e chi sia lecito uccidere. Riguardo al come e quando poter uccidere,
le regole sono mutevoli a seconda dei momenti storici, dei cambiamenti
sociali e delle innovazioni tecnologiche, quindi possiamo solo
limitarci a dire che è ben accetta ogni norma diretta a limitare
la durata e l’intensità del combattimento, o la sofferenza dei
soldati. Riguardo a chi sia lecito uccidere, invece, le regole
non sembrano così suscettibili di mutamento, in quanto mirano
a mantenere fuori dal conflitto interi settori della popolazione,
la cui uccisione indiscriminata deve essere identificata come
crimine. Queste norme riflettono la concezione della guerra come
combattimento tra combattenti, concezione comunemente condivisa
sia dal punto di vista antropologico, sia dal punto di vista storico.
Nel Medioevo, ad esempio, si privilegiava il combattimento tra
singoli individui in base al principio “meglio che a morire sia
uno soltanto, piuttosto che l’intero esercito”. A coloro che erano ritenuti inadatti alla
guerra (donne, bambini, vecchi, preti) veniva accordata protezione.
Solitamente, però, si accordava protezione a quella parte della
popolazione composta da donne, vecchi e bambini e ogni altra categoria
di persone non coinvolte nella guerra. Per rendere conto in modo
soddisfacente della realtà morale della guerra non si può non
specificare il principio che tende a rimarcare la distinzione
tra combattenti e non combattenti.
La teoria
dell’aggressione
Per aggressione intendiamo
qualsiasi evento che pone fine a un periodo di pace (pace intesa
non come assenza di conflitto armato, bensì come condizione di
libertà e sicurezza caratterizzata dalla presenza di diritti e
dall’assenza di aggressione). Il torto dell’aggressore consiste
nel costringere uomini e donne a rischiare la vita per la difesa
dei propri diritti. L’aggressione è costituita da qualsiasi violazione
dell’integrità territoriale o della sovranità politica di uno
stato indipendente ed è
fisicamente e moralmente coercitiva. Secondo von Clausewitz, “Un
conquistatore si dichiara sempre un amante della pace (così soleva
dirsi Bonaparte); egli sarebbe ben lieto di fare il suo ingresso nel nostro stato
senza incontrare alcuna opposizione; per vietare che ciò accada
dobbiamo scegliere la guerra…”. A differenza dell’aggressione individuale,
l’aggressione da parte di uno stato straniero comporta conseguenze
diverse. Alla minaccia “O la borsa o la vita”, noi reagiamo consegnando
il denaro per evitare di diventare vittime di un omicidio, ma
l’invasione di un esercito nemico comporta la violazione di diritti
a cui solitamente attribuiamo un’importanza ben superiore. L’aggressione
a uno stato non comporta soltanto una minaccia alla sopravvivenza
dei propri membri, ma anche di quei valori espressi nella comunità
politica che i membri stessi hanno contribuito a creare. Il consenso
su cui si basano i diritti degli stati è dovuto alla condivisione
di valori ed esperienze spesso secolari, o comunque sufficientemente
consolidati nel tempo da costituire gli elemanti basilari della
vita comunitaria di un popolo. I diritti degli stati sono qualcosa
di più dei diritti dei singoli individui, e la loro protezione
non si limita a tutelare la vita e la libertà degli individui,
ma si estende alla comunità, ossia alla vita, alle libertà e ai
valori che i singoli condividono fra loro. La levatura morale
di ogni singolo stato si misura sulla base della realtà della
vita comunitaria che vuole proteggere e dal grado di accettazione
spontanea dei sacrifici che tale protezione richiede.
Quando diciamo che
gli stati hanno dei diritti, non intendiamo il concetto di diritto
nello stesso modo in cui lo intendiamo riguardo ai diritti delle
persone. Il riferimento all’aggressione come equivalente internazionale
della rapina a mano armata o dell’omicidio, e i paragoni tra casa
e nazione e tra libertà personale e indipendenza politica, si
fondano su quella che è stata definita l’analogia nazionale.
Ordine internazionale e ordine civile sono accomunati dal fatto
che in entrambi uomini e donne vivono (o cercano di vivere) in
pace, negoziando e contrattando con i propri vicini. L’ordine
internazionale, invece, differisce dall’ordine civile per il fatto
che è privo di un ente sovraordinato con compiti di polizia in
grado di far valere un sistema di regole condiviso e accettato.
La sua sovrastruttura si è andata delineando nel corso di conflitti,
scambi commerciali e adattamenti più o mano spontanei. Nella società
internazionale ogni conflitto rischia di sconvolgere dalle fondamenta
la sua struttura, e la mancanza di un’autorità di polizia rende
l’aggressione molto più pericolosa di quanto non lo sia il crimine
nella società civile. La risposta a un’aggressione trascende la
mera difesa dall’aggressore in quanto si propone di dissuadere
altri potenziali aggressori, il che acquisisce un’importanza basilare,
poiché i membri della società internazionale possono contare soltanto
su sé stessi e l’uno sull’altro. Partendo dall’analogia nazionale,
prende forma la teoria dell’aggressione, che si concretizza su
una sorta di paradigma giuridico rispecchiante le convenzioni
sociali basate sulla legge e l’ordine e può esser riassunta in
sei proposizioni:
Esiste una società
internazionale di stati indipendenti. I membri di questa società
non sono i singoli individui, bensì gli stati, e mancandone uno
universale, la difesa dei cittadini e la rappresentanza dei loro
interessi spetta ai rispettivi governi. I diritti degli individui,
pur essendo riconosciuti nella società internazionale, possono
essere fatti valere solo a patto che che sopravviva l’indipendenza
delle diverse comunità politiche.
Questa società
internazionale possiede un proprio codice che sancisce i diritti
dei suoi membri – primi fra tutti i diritti all’integrità territoriale
e alla sovranità politica. Sono quindi gli stati gli unici
depositari riconosciuti di una legge.
Il ricorso alla
forza di qualsivoglia specie, o la pressante minaccia del ricorso
ad essa da parte di uno stato nei confronti della sovranità politica
o all’integrità territoriale di un altro stato costituiscono altrettante
aggressioni e vanno perciò considerate criminali. L’ambito
del discorso, si restringe all’effettivo o imminente attraversamento
dei confini, ossia all’invasione e all’aggressione fisica.
L’aggressione giustifica
due diversi generi di risposta violenta: una guerra di autodifesa
da parte della vittima e una guerra di rivendicazione del diritto
violato da parte della vittima e da parte di ogni altro membro
della società internazionale.
Nulla
fuorché l’aggressione può giustificare la guerra.
Una volta che lo
stato aggressore sia stato respinto può anche essere punito.
La guerra come punizione risale a tempi molto antichi e si prefigge
essenzialmente di: esigere una riparazione, dissuadere altri stati
e reprimere o riformare quello incriminato.
Uno dei problemi relativi
ai conflitti è quello di identificare l’aggressore, ossia chi
ha sparato il primo colpo o chi ha varcato per primo il confine
dell’altro stato belligerante. Ma ci sono casi in cui uno stato
compie azioni che non si configurano come aggressioni, ma rappresentano
una minaccia per altri stati, specie quelli con cui confina. Fino
a che punto queste azioni sono a tal punto minacciose da giustificare
un attacco preventivo da parte di altri stati verso lo stato in
questione? Non certo minacce verbali e neppure preparativi militari.
Ciò che i giuristi chiamano “atti ostili che preludono alla guerra”
devono avere un’intenzione manifesta di arrecare un danno, un
certo grado di preparazione attiva che trasforma l’intento in
pericolo incombente e una situazione più generale in cui assumere
una posizione di attesa, o qualsiasi altra cosa fuorché combattere,
che accresce enormemente i rischi. Un esempio di guerra preventiva
è quello relativo all guerra dei Sei Giorni, in cui sraele ebbe
fondati motivi per ritenere minaccioso il comportamento tenuto
dall’Egitto.
I combattimenti veri
e propri tra Israele ed Egitto iniziarono il 5 giugno 1967, ed
il primo attacco venne sferrato da Israele, che ritenne che il
suo primo colpo fosse giustificato dagli eventi accaduti nelle
settimane precedenti. Gli egiziani ritenevano che la creazione
dello stato d’Israele nel 1948 fosse stata ingiusta e che lo stato
non avesse alcun legittimo diritto all’esistenza, e quindi che
sarebbe stato possibile attaccarlo in qualsiasi momento. Gli egiziani
ritenevano che tra i due paesi fosse in corso una guerra, in tal
modo giustificavano le manovre militari da essi svolte al confine
con Israele a partire dal maggio 1967. A metà maggio, ufficiali
sovietici diffusero alcuni rapporti (che gli osservatori dell’ONU
sul posto dimostrarono essere del tutto falsi) secondo cui Israele
stava ammassando truppe al confine con la Siria. Il 14 maggio,
il governo egiziano mise il suo esercito in “stato d’allerta”,
dando inizio a un graduale ammassamento di truppe nel Sinai ed
espellendo, 4 giorni dopo, le forze di sicurezza dell’ONU dal
Sinai e dalla striscia di Gaza, mentre a partire dal 22 maggio
dichiarò interdetti gli stretti di Tiran (riconosciuti nel 1956
come acque internazionali) al naviglio israeliano. La loro chiusura
avrebbe costituito un casus belli, e questo gli israeliani
lo avevano affermato in diverse occasioni, per cui la guerra può
considerarsi iniziata il 22 maggio e l’attacco del 5 giugno come
una sua logica conseguenza. In un importante discorso del 29 maggio,
poi, Nasser annunciò che, in caso di guerra, l’obiettivo egiziano
sarebbe stato la distruzione di Israele, mentre il 30 maggio Re
Hussein di Giordania volò al Cairo per firmare un trattato che
poneva l’esercito giordano sotto comando egiziano in caso di guerra,
così come aveva fatto in precedenza la Siria seguita a pochi giorni
di distanza dall’Iraq. Per Nasser, la chiusura degli stretti e
il mantenimento del suo esercito al confine con Israele avrebbe
significato una grande vittoria, mentre per Israele ne sarebbe
conseguita una situazione di tensione intollerabile. “Esisteva
una fondamentale asimmetria nell’equilibrio delle forze: gli egiziani
erano in grado di schierare … un nutrito esercito di regolari
a lunga ferma sul confine israeliano e tenerli lì a tempo indefinito;
gli israeliani potevano rispondere al loro spiegamento soltanto
con la mobilitazione delle formazioni della riserva, e i riservisti
non avrebbero potuto essere mantenuti in servizio molto a lungo
… L’Egitto poteva quindi permettersi di rimanere sulla difensiva,
mentre Israele sarebbe stato costretto ad attaccare a mano che
la crisi non fosse stata disinnescata per via diplomatica”.
Una vittoria egiziana
avrebbe esposto Israele all’eventualità di un attacco in qualsiasi
momento, sortendo l’effetto di erodere drasticamente i margini
di sicurezza dello stato israeliano, e questo soltanto un nemico
accanito può volerlo.
Convenzione
di guerra
Per convenzione di
guerra intendiamo quell’insieme di norme codificate, consuetudini,
codici professionali, precetti legali, principi filosofici e religiosi
e reciproci accordi sulla base dei quali esprimiamo i nostri giudizi
sulla condotta militare. I nostri giudizi trovano riscontro nel
diritto internazionale positivo, ossia l’opera di politici e legali
che agiscono in rappresentanza degli stati sovrani, e successivamente
dei giuristi che codificano i loro accordi e ne ricercano i fondamenti
logici. Il diritto internazionale si sviluppa, quindi, all’interno
di un sistema legislativo fortemente decentralizzato, privo di
un apparato giudiziario in grado di specificare i dettagli del
codice legale. Così, il diritto internazionale è un insieme di
norme consuetudinarie formatesi a partire da una casistica pratica.
Scopo della convenzione di guerra è stabilire quali siano gli
obblighi morali degli stati belligeranti e dei loro rispettivi
eserciti, indipendentemente dal carattere aggressivo o difensivo
delle guerre che combattono. Nel giudicare la convenzione di guerra,
l’analogia nazionale può essere di scarso aiuto. Prendendo ad
esempio una rapina a mano armata, se il rapinatore risponde al
fuoco delle forze dell’ordine non può accampare a motivi di legittima
difesa in quanto è lui stesso a dare inizio a un comportamento
contrario alla legge. Non così è per i soldati dell’esercito invasore.
Pur essendo l’aggressione un’attività criminale, il ruolo dei
suoi partecipanti è diverso. I membri di entrambi gli eserciti
non sono criminali, così si potrà dire di entrambi che hanno agito
per legittima difesa. Ciò che distingue il combattimento dal crimine
è l’esistenza, sul campo, di eguale dignità morale fra i combattenti.
Secondo il primo principio
della convenzione di guerra, una volta avviati i combattimenti,
i soldati possono venire attaccati in qualsiasi momento, a meno
che non siano feriti o prigionieri. Un determinato corso d’azione,
si dice “è necessario per costringere il nemico alla resa con
minor spesa possibile di tempo, vita e denaro”. Secondo la dottrina, ogni mezzo necessario
per vincere la guerra e per ridurre i rischi della sconfitta (o
per ridurre le perdite o le sue probabilità) è giustificato. Ma
la “ragion di guerra” giustifica soltanto l’uccisione di individui
che abbiamo ragione di ritenere suscettibili di poter essere uccisi.
I soldati sono addestrati per combattere e vengono dotati di armi
e la consapevolezza di essere in pericolo non rende loro la guerra
così sconvolgente come lo sarebbe per i civili. L’attacco che
subisce il soldato non è diretto a lui in quanto persona, bensì
in quanto combattente. Per questo, l’estensione dello status di
combattenti a chi non rientra nella classe dei soldati appare
quantomai discutibile. Anche la distinzione tra chi lavora per
l’economia di guerra e chi no appare poco rilevante, mentre può
acquisire importanza la distinzione tra chi lavora in settori
che producono ciò di cui i militari hanno bisogno (fabbriche d’armi)
e ciò di cui abbisognano al pari del resto della popolazione civile
(fabbriche di prodotti alimentari). Solo i primi possono venire
equiparati ai combattenti, e solo parzialmente, ossia quando sono
presenti all’interno della loro fabbrica in quanto produttori
di armi (attività che costituisce una minaccia e un pericolo per
il nemico), e non quando sono nelle loro case. Questi problemi
sono presenti soprattutto in un contesto di guerra di terra, mentre
in una guerra in mare (o nel deserto) operare questa distinzione
appare più semplice, dato che la presenza di civili coinvolti
è piuttosto rara. L’unico problema è rappresentato dal passaggio
di navi mercantili. Il codice navale, ad esempio, riconosceva
lo status di civili ai mercanti impegnati a trasportare forniture
militari, che godevano così del diritto di non essere attaccati,
dato che era possibile catturare la nave senza sparare un colpo.
Ma ogni qualvolta ciò non era possibile, il diritto decadeva.
Il secondo principio
della convenzione di guerra è che i non-combattenti non possono
mai essere attaccati e non possono essere oggetti o bersagli di
attività militare. Ma in un contesto di guerra, fino a che punto
ciò è possibile? E quali sono i costi per i soldati coinvolti?
Spesso, nel dubbio, molti innocenti perdono la vita. Quando si
ispezionavano le cantine, luoghi quantomai adatti per nascondigli
e imboscate, prima si lanciavano le bombe e solo dopo ci si guardava
attorno.
La dottrina morale
spesso invocata in tali casi è il principio del doppio effetto,
principio elaborato per la prima volta da un casista cattolico
nel Medioevo, che si propone di suggerire cosa dovremmo pensare
quando “un soldato, nello sparare a un nemico, prevede di colpire
qualche civile nelle vicinanze”. Con il doppio effetto, si tenta
di riconciliare il divieto assoluto di attaccare i civili con
la conduzione legittima dell’attività militare. In base a questa
dottrina, l’uccisione di non combattenti può avvenire a 4 condizioni:
1)
l’atto in sé è buono o almeno indifferente, il che vuol dire,
ai nostri fini, che è un atto legittimo di guerra
2)
l’effetto diretto è moralmente accettabile (uccisione di soldati
nemici, o distruzione di forniture militari)
3)
l’intenzione dell’attore è buona, cioè, egli mira soltanto all’effetto
accettabile; l’effetto cattivo non costituisce uno dei suoi fini,
né rappresenta un mezzo per raggiungere tali fini
4)
l’effetto buono lo è a sufficienza per compensare il fatto di
aver provocato l’effetto cattivo.
Particolarmente significativo
si presenta il terzo punto, alla luce del quale, acquista importanza
porsi uno scopo in tempo di guerra e al tempo stesso restringere
adeguatamente gli obiettivi a cui puntare. Ciò che appare discutibile
in questa dottrina, riguarda le morti involontarie, seppur prevedibili;
difficilmente potrebbe importare ai civili sapere se chi uccide
sa in anticipo o meno che è probabile che vi siano molte vittime
innocenti. Inoltre, se nel Medioevo (quando questa dottrina fu
elaborata), il numero di morti involontarie era pressochè trascurabile,
con le guerre moderne e le tecnologie di distruzione di massa
che le accompagna il discorso cambia.
Guerriglia, Terrorismo e Rappresaglia
L’aspetto essenziale
che contraddistingue la guerriglia è la sorpresa; e perciò l’imboscata
è la classica tattica di guerriglia, oltre ad essere una delle
tante tattiche di guerra convenzionale consistente nel nascondersi
e nel mimetizzarsi. Rifiutata con sdegno da ufficiali e gentiluomini,
è divenuta con il tempo una pratica legittima di guerra convenzionale.
Esiste tuttavia un genere di imboscata che non è legittima nella
guerra convenzionale e che viene di fatto equiparata a un omicidio
puro e semplice. Ciò accade nei casi in cui lo stato occupato
accetta la resa, allora, le truppe di occupazione svolgno compiti
di polizia. In tale contesto, l’uccisione dei soldati nemici diviene
un caso di omicidio puro e semplice. I guerriglieri, solitamente,
non sovvertono direttamente la convenzione di guerra attaccando
i civili, ma stimolano i loro nemici a farlo. Secondo loro, la
popolazione non viene più difesa da un esercito,e poichè l’unico
esercito in campo è quello degli oppressori la gente deve difendersi
da sé. La guerriglia diventa così guerra di popolo. In realtà,
i guerriglieri riescono a mobilitare soltanto una piccola parte
della nazione e per mobilitare il resto contano sui contrattacchi
nemici nei confronti dei civili cercando di far ricadere sull’esercito
nemico l’onere della guerra indiscriminata. A differenza dei terrosristi,
i guerriglieri conoscono i propri nemici e sanno dove trovarli; combattono in piccoli gruppi, con armi leggere,
a distanza ravvicinata e i soldati contro cui combattono indossano
uniformi. Anche riguardo ai civili da uccidere, operano distinzioni
scegliendo funzionari pubblici, piuttosto che colaborazionisti.
I vantaggi che la guerriglia cerca dipendono dalgli scrupoli che
si fanno i suoi nemici; scrupoli la cui base morale ha anche una
valenza strategica. È infatti interesse delle forze antiguerriglia
operare la distinzione tra soldati e civili, anche quando i guerriglieri
agiscono in modo da rendere incerta la linea di demarcazione.
Principio base dei manuali di controinsurrezione è quello di isolare
i guerriglieri dal contesto civile, in modo da privarli della
protezione dei civili. Inoltre, al tempo stesso, si tengono i
civili lontano dalla battaglia. Nel caso non fosse possobile tale
isolamento, la guerra antiguerriglia non può più essere combattuta,
sia per le difficoltà di tipo strategico, sia, soprattuttoperchè
diventerebbe una guerra antisociale combattuta contro un intero
popolo in cui non sarebbe più possibile operare una distinzione
netta tra combattenti e non combattenti.
La parola terrorismo
viene solitamente usata per descrivere la violenza rivoluzionaria.
Scopo del terrorismo è quello di distruggere il morale di una
nazione (o di una classe), minandone la solidarietà, uccidendo
a caso gente innocente. La morte deve colpire a caso singole persone,
fintanto che non si sentano ineluttabilmente vulnerabili e non
chiedano ai propri governi di negoziare la propria sicurezza.
In guerra, il terrorismo rappresenta un modo di evitare lo scontro
con l’esercito nemico, tanto che numerosi soldati si rifiutano
di chiamarlo guerra. Terrorizzare la gente è prima di tutto l’opera
del tiranno domestico secondo Aristotele: “Primo scopo e fine
(dei tiranni) è spezzare il morale dei propri sudditi”. I tiranni
tramandarono il metodo ai soldati, e i soldati ai moderni rivoluzionari,
ma il terrorismo in senso stretto, è emerso successivamente alla
seconda guerra mondiale, soltanto dopo essersi affermato come
un aspetto della guerra convenzionale. In virtù dell’onore guerriero,
furono gli ufficiali di professione ad opporsi allo sviluppo del
terrorismo, ma la sua crescente diffusione avviene per opera dei
gruppi dell’estrema sinistra e dei movimenti nazionalisti, entrambi
fautori di una violenza che non disdegna l’uccisione alla cieca,
infischiandosene della linea di demarcazione tra combattenti e
non combattenti, distinguendosi in ciò persino dai “rivoluzionari
di professione” del secolo scorso.
La dottrina della
rappresaglia è ritenuta essere la parte della convenzione di guerra
più esposta all’abuso, in quanto legittima azioni che diversamente
definiremmo criminali, purchè vengano intraprese in risposta a
crimini precedentemente commessi dal nemico. Secondo il pacifista
G. Lowes Dickinson, “Rappresaglia significa fare ciò che ritieni
sia sbagliato con la scusa che qualcun altro l’ha fatto prima”,
il che darebbe origine a una catena di violenze al termine delle
quali ognuno può incolpare l’altro. Sebbene non sempre raggiunto,
scopo delle rappresaglie è spezzare la catena degli atti di aggressione;
come affermò il giurista francese del XIX secolo H. Brocher nel
1873: “Le rappresaglie sono un mezzo per impedire che la guerra
si trasformi in barbarie”. La tendenza corrente del diritto internazionale
mira a condannare la rappresaglia contro innocentiper il fatto
che le vittime sono indifese, il che esclude che le si possa scegliere
come bersaglio di un attacco militare. La convenzione di Ginevra
dichiarava immuni i prigionieri e quella del 1949 dichiarava immuni
i feriti, i malati, i naufraghi e i civili dei territori occupati.
L’unica classe di uomini non direttamente coinvolti contro cui
la rappresaglia è legalmente difendibile è quella dei civili del
paese nemico, che possono essere tenuti come ostaggi (sebbene
soltanto a distanza) al fine di ottenere la buona condotta del
loro governo e del loro esercito. Ogni rappresagli contro innocenti
deve comunque essere condannata, anche perché la violenza genere
violenza, e scopo della rappresaglia è appunto spezzare la catene
dela violenza stessa.
I dilemmi
della guerra
Riguardo alla discriminazione
tra soldati che combattono una guerra giusta e soldati che combattono
una guerra ingiusta, chi rivendica l’appartenenza al primo gruppo
sostiene che l’eguaglianza dei diritti dei combattenti è un criterio
puramente convenzionale e la verità sui diritti di guerra viene
meglio rappresentata in termini di scala di proporzionalità secondo
il principio maggiore la giustizia, maggiore il diritto.
Nella sua A Theory of Justice, John Rawls scrive qualcosa
di simile: “Anche in una guerra giusta, certe forme di violenza
sono assolutamente inammissibili; e, nel caso in cui il diritto
di un paese a muovere guerra sia discutibile o incerto, le restrizioni
sui mezzi che esso può usare devono essere ancora più severe.
Gli atti permessi in una guerra di legittima autodifesa, nel caso
in cui siano necessari, vengono chiaramente esclusi in una situazione
più dubbia”. Maggiore è la giustizia della causa, maggiore è il
numero delle norme che si possono violare per la sua affermazione.
Secondo la convenzione
di guerra testé descritta, non vi è alcuna gamma di azioni tra
gli estremi del combattimento legittimo e della violenza inammissibile,
per cui, l’argomento della scala di proporzionalità, portato ai
suoi estremi, altro non è che l’affermazione della possibilità
che i soldati che combattono una guerra possano fare tutto ciò
si riveli utile nel combattimento. Il chè annulla la convenzione
di guerra negando o sospendendo quei diritti che la convenzione
vorrebbe difendere. L’unica alternativa alla scala di proporzionalità
è una posizione di assolutismo morale, in base alla quale i divieti
di guerra sono una serie di divieti categorici, incondizionati
e inviolabili persino per respingere un’aggressione. La difficoltà
di tale linea è facilmente riscontrabile nelle guerre moderne
in cui l’aggressione ha assunto forme davvero spaventose.
La scala di proporzionalità
erode a poco a poco la convenzione di guerra, lasciando così via
libera a chiunque si ritenga costretto a violare i diritti umani.
In nome dell’eccezionalità della situazione si possono calpestare
diritti che non possono venire eliminati, creando così una tensione
tra jus in bello e jus ad bellum; tensione che può
essere risolta in quattro modi diversi:
1)
la convenzione di guerra viene semplicemente messa da parte sotto
la pressione dell’argomento utilitarista (la massima “fa giustizia
a meno che il cielo non stia [realmente] per cadere)
2)
la convenzione cede gradualmente all’urgenza morale della causa:
i diritti del giusto aumentano, e quelli dei suoi nemici perdono
valore
3)
la convenzione tiene e i diritti vengono rispettosamente rispettati,
qualsiasi siano le conseguenze
4)
la convenzione viene calpestata, ma soltanto di fronte a un’imminente
catastrofe.
La seconda e la quarta
ipotesi sono le più importanti, dato che spiegano come persone
moralmente serie e con senso di ciò che sono i diritti, arrivino
a violare le norme di guerra, accrescendone la brutalità ed estendendone
la tirannia.
Aggressione e neutralità
Secondo la dottrina
della neutralità, gli Stati hanno, prima di tutto, un diritto
ad essere neutrali, che è inerente alla loro sovranità e permette
loro di scegliere se astenersi o meno dall’intervenire in caso
di conflitto tra due (o più) altri stati. La neutralità è una
forma collettiva e volontaria di non intervento. In quanto collettiva,
estende i suoi benefici a ogni membro di una comunità politica,
indipendentemente dal fatto che sia soldato o civile. In quanto
volontaria, perché può essere liberamente assunta da ogni stato
in riferimento a una guerra effettiva o potenziale di altri stati.
Se gli individui possono essere coscritti, non così è per gli
stati, che possono esigere il riconoscimento della loro neutralità
dagli altri stati, benchè la condizione sia assunta unilateralmente
e il riconoscimento non sia necessario. Secondo il diritto internazionale,
la regola della neutralità è molto rigida e richiede una rigorosa
imparzialità tra i belligeranti, indipendentemente da rapporti
di buon vicinato o di affinità ideologica. La violazione di questa
regola porta alla perdita dei diritti di neutralità, esponendo
lo stato in questione alla rappresaglia dello stato belligerante
danneggiato dalla violazione. Non comporta violazione il fatto
di intrattenere rapporti commerciali con uno o entrambe le potenze
belligeranti.
Come si può notare,
c’è una differenza sostanziale tra diritto internazionale e diritto
civile riguardo al principio di neutralità. In un contesto civile,
qualora fossimo in presenza di una persona che ne aggredisce un’altra,
incorrerei in sanzioni se mi limitassi ad osservare l’aggressione
senza per lo meno avvertire la forza pubblica, o comunque fare
quanto è possibile affinchè l’aggressioni cessi o si attenui.
Non così avviene in un contesto internazionale. Il diritto di
uno stato è qualcosa di diverso da quello di un individuo e non
soltanto perché non c’è un poliziotto dietro l’angolo. Quando
uno stato entra in guerra non rischia soltanto la vita di chi
prende la decisione, ma mette a serio rischio (o condanna a morte
certa) la vita di un numero indefinito di suoi cittadini, senza
sapere chi siano questi cittadini.
Dottrina della deterrenza
Quando nell’agosto
del 1945 Truman dette ordine di sganciare la prima bomba nucleare
su Hiroshima nacque un nuovo genere di guerra. È vero che, a seguito
dell’altra bomba sganciata su Nagasaki ebbe fine una guerra che
sul versante del Pacifico sembrava destinata a durare ancora parecchio
e che pareva illimitata nei suoi orrori. È vero che le bombe su
Hiroshima e Nagasaki uccisero meno persone dei bombardamenti incendiari
a tappeto su Tokio. Ciò che ha mutato la concezione della guerra,
però, è stata la facilità con cui, grazie alla bomba nucleare,
divenne possibile spazzar via ogni forma di vita umana in un solo
istante. Con la bomba nucleare, la guerra diviene sinonimo di
morte, ma di una morte indiscriminata e totale, a tal punto che
dopo Hiroshima e Nagasaki, il primo compito dei leader politici
del mondo divenne prevenire il ripetersi di quelle tragedie.
Il mezzo adottato
fu la deterrenza nucleare, ossia la promessa di compiere una rappresaglia
dello stesso genere, contrapponendo la minaccia di una risposta
immorale alla minaccia di un attacco altrettanto immorale. Ciò
che ne risulta è un equilibrio fondato sul terrore dove entrambi
i contendenti sono a tal punto terrorizzati da risolvere il loro
comportamento in una paralisi reciproca. La deterrenza ha trasformato
i cittadini di USA e URSS (ma non solo) in semplici strumenti
per la prevenzione della guerra. Diversamente dai civili che nella
guerra franco-prussiana erano costretti a viaggiare su treni militari
per dissuadere i sabotatori, americani e sovietici conducevano
una vita normale, venendo minacciati pur senza essere tenuti prigionieri.
Con il fatto che non si è prigionieri, la percezione del pericolo
non è sentita e questo spiega perché sia relativamente semplice
convivere con la deterrenza, pur trattandosi di qualcosa che potrebbe
avere conseguenze spaventose. La strategia della deterrenza funziona
perché è facile in un duplice senso: non soltanto non facciamo
nulla agli altri, ma non crediamo neanche che dovremo mai fare
nulla. Dal punto di vista dei cittadini, quindi, la deterrenza
si configura in una sorta di bluff; un bluff con noi stessi che
ci consente di “nascondere” il reale terrore derivante da un equilibrio
precario e temporaneo. Facendo un’analogia con un contesto civile,
la deterrenza potrebbe essere paragonata a un omicidio di massa,
ma l’intenzione che sovraintende a entrambi è assai diversa. Qualora
lo stato cercasse di prevenire un omicidio minacciando di uccidere
la famiglia e gli amici di ogni potenziale assassino, troveremmo
tutto ciò ripugnante, mentre la deterrenza in un contesto internazionale
si fonda proprio sulla disponibilità a fare ciò. L’immoralità,
ancor più che sulle conseguenze, sta proprio nella disponibilità
all’omicidio. Certo, contro un nemico intenzionato ad usare l’arma
nucleare, l’unica forma di compensazione è la minaccia (immorale)
di rispondere a tono. Il disarmo sarebbe un’alternativa preferibile,
ma è un’alternativa disponibile soltanto per quei paesi che lavorassero
a stretto contatto, mentre la deterrenza è la scelta meno rischiosa
per ogni paese preso singolarmente. La preoccupazione derivante
dalla disponibilità reciproca ad attaccare e l’impegno assunto
da ognuno ad opporre resistenza, fanno sì che il maggior pericolo
derivante da un ipotetico confronto non sarebbe una possibile
sconfitta propria, ma l’assai probabile distruzione di entrambi.
È così che l’emergenza suprema è divenuta una condizione permanente,
e la deterrenza nucleare è un modo di affrontare questa condizione
e, per quanto pessimo, sembra essere l’unico praticabile in un
mondo di stati sovrani e sospettosi. Si minaccia il male al fine
di non farlo, e il farlo sarebbe così terribile che la minaccia
sembra al confronto moralmente difendibile.
Il problema della
responsabilità
Quando si discute
della giustizia della guerra, non possiamo prescindere dal considerare
chi sono i responsabili. Quando la guerra non viene combattuta
sotto la spinta della necessità, soldati e statisti sono chiamati
a compiere delle scelte che possono avere carattere morale e in
tal caso deve essere possibile operare delle distinzioni tra scelte
buone e cattive. Così come l’esistenza di crimini implica l’esistenza
di criminali, l’esistenza di un’aggressione implica l’esistenza
di uno o più aggressori. Pur con una serie di attenuanti
(paura, stato di costrizione, ignoranza, pazzia) tipiche della
condizione di guerra, una teoria della giustizia dovrebbe indicarci
a quali persone imputare la responsabilità di determinati atti.
Le prime persone a
cui attribuire le responsabilità connesse ai crimini di guerra
sono i politici, ossia coloro che decidono di attuare l’aggressione.
Per lungo tempo, i giuristi hanno sostenuto, in base alla teoria
della sovranità, che le “azioni di stato” non possono essere considerate
crimini di singoli individui, dato che gli stati sovrani, per
definizione, non conoscono superiori e non accettano giudizi esterni.
Questo argomento, però, attiene alla sfera legale, non a quella
morale, in quanto gli stati sono legalmente (e non moralmente)
sovrani.
Ma esiste un’altra
versione della dottrina della “azione di stato”, assai più informale,
che, oltre alla sovranità della comunità politica, fa riferimento
alla rappresentatività dei suoi leaders, ossia gli statisti, sulla
condanna dei quali si è spesso molto ritrosi, poiché, dopo tutto,
non agiscono per motivi egoistici o per ragioni private, ma per
il bene e nel nome di altra gente. Ciò potrebbe valere, però,
anche per leader rivoluzionari che uccidono altra gente in nome
della loro causa, ma non in connessione con un interesse nazionale.
La teoria della “azione di stato”, basata sulla difesa legale
del principio di sovranità, non tiene conto del rischio che le
funzioni rappresentative comportano per le persone rappresentate,
ed è proprio in virtù di queste funzioni che statisti e ufficiali
non possono sentirsi esentati in alcun modo dal giudizio morale.
Proprio perché gli individui ricercano il potere politico, e sperano
di essere lodati per il bene fatto, non possono pretendere di
evitare la condanna morale per il male arrecato.
Riguardo alle riparazioni
dovute alle vittime di guerra da parte dell’aggressore, la responsabilità
viene estesa a tutta la cittadinanza e non solo ai leaders politici
e militari. I costi relativi ai danni di guerra vengono distribuiti,
attraverso la tassazione (e attraverso il sistema economico in
generale), a tutti i cittadini, spesso per un periodo di tempo
che copre generazioni che nulla hanno a che fare con la guerra
combattuta. La cittadinanza, in tal senso, è un destino comune
che uomini e donne devono accettare, indipendentemente dalle responsabilità
dei singoli, perché la distribuzione dei costi non equivale alla
distribuzione delle colpe.
Gli argomenti solitamente
portati in difesa dei soldati sono l’eccitazione della battaglia,
con la carica di paura, frenesia e passione che comporta, e il
sistema disciplinare dell’esercito e l’obbedienza che esso impone.
Queste difese trovano fondamento nella perdita di identità che
la guerra comporta e nel fatto che la maggior parte dei soldati,
il più delle volte, non hanno scelto liberamente il combattimento
e la disciplina a cui vengono sottoposti. Quali sono allora gli
ambiti di responsabilità dei soldati? La convenzione di guerra
richiede che i soldati accettino rischi personali piuttosto che
uccidere persone innocenti. Un po’ come dire che i soldati stanno
ai civili come l’equipaggio di una nave sta ai passeggeri. La
regola è assoluta: l’istinto di conservazione di fronte al nemico
non può giustificare alcuna violazione delle norme di guerra,
ma se la regola è assoluta, i rischi non lo sono: è un problema
di gradi. Ciò che è importante, è che i soldati non possono accrescere
la loro sicurezza a spese di persone innocenti.
In certi casi possono
emergere responsabilità specifiche di determinate persone per
determinati atti, e questo vale sia per uomini di governo, sia
per comandanti militari. Per quanto concerne i secondi, essi non
sono responsabili della giustizia della guerra che combattono;
la loro responsabilità è limitata all’ambito dello jus in bello,
relativo al comportamento da tenere durante i combattimenti. La
responsabilità deggli ufficiali sono senz’altro maggiori che per
i coscritti, se non altro per una questione di grado. Il grado
è qualcosa a cui si aspira e per cui si compete e ci si gloria
e, fatto non trascurabile, può essere rifiutato anche in quelle
circostanze in cui il servizio non può esserlo. È una questione
legata al comando; priva di analogia con la vita civile. Se il
comando può procurare piacere, non può non procurare responsabilità,
e nel caso degli ufficiali, questa deriva dal fatto che essi detengono
il controllo di strumenti di morte e distruzione. Gli ufficiali
decidono strategie e tattiche, scelgono di combattere in un luogo
piuttosto che in un altro, guidano gli uomini in battaglia, ma
hanno anche un dovere che Douglas MacArthur riassunse così quando
confermò la sentenza di morte del generale Yamashita: “Il soldato,
sia egli amico o nemico, ha il dovere di proteggere il debole
e il disarmato indifeso. Questa è l’essenza stessa e la ragione
del suo essere…(una) sacra fede”. Con le armi che ha, il soldato
costituisce una minaccia per il debole e l’indifeso, ed è perciò
che deve combattere entro certi limiti, consapevole dei diritti
degli innocenti. I comandanti militari hanno due responsabilità
ulteriori e moralmente cruciali. In primo luogo, nel pianificare
le proprie battaglie, devono prendere tutte le misure positive
idonee a limitare le morti dei civili, e nel contempo, assicurare
che il numero delle persone uccise non sia sproporzionato ai benefici
militari previsti. In secondo luogo, nell’organizzare le proprie
forze, i comandanti militari devono prendere le misure opportune
per rispettare la convenzione di guerra, vincolando gli uomini
sotto il suo comando al rispetto dei suoi standards. Qualora si
registrasse un numero eccessivo di morti e feriti nelle circostanze
suaccennate, i comandanti in questione sarebbero da ritenere responsabili.
Cenni
sulla non violenza
La difesa non violenta
differisce dalle strategie convenzionali per il fatto che ammette
l’invasione del paese che si sta difendendo. Non viene frapposto
alcun ostacolo all’avanzata militare nemica; non c’è prevenzione
alcuna dell’occupazione militare. La non violenza rifiuta di impegnare
militarmente l’aggressore, tutt’al più pone in atto azioni di
rallentamento in grado di ritardarne le incursioni. Svaluta il
conflitto diminuendone la criminalità. Adottando i metodi della
disobbedienza, della non cooperazione, del boicottaggio, e dello
sciopero nazionale, i cittadini del paese invaso trasformano la
guerra aggressiva in lotta politica, e, trattando l’aggressore
come un tiranno, trasformando i soldati in poliziotti. Se l’invasore
accetta la logica della non violenza rispondendo con il coprifuoco,
le multe, le condanne alla prigione e nulla più, allora gli stati
alleati non avrebbero ragione di intervenire militarmente, pur
potendo servirsi dello strumento delle pressioni morali ed economiche.
Le difficoltà per gli invasori, però, sarebbero notevoli, dato
che non potrebbero servirsi dei sistemi di trasporto e comunicazione
locali, così come non potrebbero sfruttare le risorse naturali
e la forza lavoro locali a meno di non portarsi dietro il proprio
personale. L’ostilità dei civili potrebbe rappresentare un ostacolo
capace di essere rimosso soltanto con la repressione. L’esercito
invasore verrebbe logorato da un conflitto interminabile in cui
non gli sarebbe mai concesso il sollievo di una lotta aperta;
il suo spirito morale e militare andrebbe a erodersi a poco a
poco fino ad esaurirsi.
Il successo della
non violenza, però, dipende dal rispetto della convenzione di
guerra da parte dell’aggressore. Se la non violenza sostituisce
la guerra aggressiva con la lotta politica, non può però determinare
i mezzi della lotta. L’esercito invasore può usare mezzi efficaci
per terrorizzare il popolo invaso al fine di ottenere una vittoria
rapida. In Reflections on Gandhi, Orwell sottolinea l’importanza
di una guida esemplare e di un’ampia pubblicità in una campagna
non violenta e si chiede se una simile campagna sarebbe possibile
anche in uno stato totalitario dove gli oppositori del regime
scompaiono in piena notte senza che di essi si sappia nulla. Se
l’invasore è disposto ad usare metodi simili, allora la non violenza
non sortisce effetto alcuno. Quando non si può contare sul codice
morale, la non violenza diventa una forma di resa, quando non
una maniera minimale di preservare i propri valori comunitari
in seguito a una sconfitta militare. Quando si combatte una “guerra
senz’armi” si pretende il rispetto dei limiti da uomini che portano
le armi, ed è difficile che uomini sottoposti alla disciplina
militare si convertano al credo della non violenza. I non violenti
si appellano all’invasore dicendogli “Tu non puoi spararmi perché
io non ti sto sparando e non ho intenzione di farlo”, ma il successi
di questo appello dipende da chi ha le armi in mano e dalla sua
volontà di usarle.
*
Estratto del libro “Guerre guiste
e ingiuste” di Michael Walzer – Ed. Liguori
Note