"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek

 

La guerra "giusta"*

La teoria della guerra secondo Michael Walzer

di Carlo Zucchi

Realismo e crimini di guerra

Sin dai tempi antichi, l’analisi in termini di giustizia e ingiustizia ha sempre riempito i discorsi relativi alla guerra. Il paradigma realista, ad esempio, ha sempre ritenuto la guerra un ambito particolare in cui i giudizi morali della vita quotidiana vengono sospesi in nome dello stato di necessità e in cui vale il detto Inter arma silent leges: in tempo di guerra tacciono le leggi. In nome della difesa della propria vita e della conservazione della propria comunità l’uomo riscopre i propri istinti primordiali e in lui prevale l’egoismo più bieco. Morale e legge scompaiono. Ma se analizziamo meglio il nostro linguaggio, scopriamo che termini quali massacro, crudeltà e atrocità esprimono giudizi morali a cui ci richiamiamo anche nell’accostarci alla guerra. 

I giudizi relativi alla realtà morale della guerra fanno riferimento alla distinzione medievale tra jus ad bellum (giustizia della guerra) che si occupa delle ragioni che muovono gli stati a combattere rinviando ai concetti di aggressione e autodifesa, e jus in bello (giustizia in guerra) che si occupa delle norme positive e consuetudinarie del combattimento. Dare inizio a una guerra, quindi, è un crimine, sia perché viene compiuta un’aggressione deliberata, sia perché la guerra è un inferno in cui tanti uomini vengono uccisi. Ma nel farci un’opinione sulla guerra, in genere, non prescindiamo da chi sono le sue vittime e da come vengono uccise; le brutalità perpetrate ai danni di civili, in particolare su vecchi, donne e bambini contribuiscono spesso a farci considerare la guerra come un crimine. Questa visione particolarmente brutale della guerra fu fatta propria da Karl von Clausewitz, secondo il quale “La guerra è un atto di forza, all’impiego della quale non esistono limiti” [1] . Poiché von Clausewitz ha influenzato a lungo le concezioni dottrinali sulla guerra, la sua importanza non può essere misconosciuta. Egli non poneva limiti alla condotta militare e non esitava a bollare come “filantropici” quei codici morali ad essa estrinseci, tanto da arrivare a dire che “Mai si potrà introdurre un principio moderatore nell’essenza stessa della guerra, senza commettere una vera assurdità”. Ogni atto, per quanto crudele possa essere, viene ricondotto alla logica di guerra e l’aggressore si deve far carico di ogni conseguenze derivanti dal conflitto da lui avviato. Tutto ciò porta i belligeranti a imporsi legge mutualmente, il chè da luogo a un’azione reciproca e a un escalation inarrestabile che porta i contendenti a perdere ogni controllo sul dispiegarsi del conflitto.

Ma descrivere la guerra come mero atto di forza non ci fornisce alcun criterio utile a distinguere cosa è guerra da cosa non lo è, e tale decisione spetta in definitiva agli individui. Quasi mai si è arrivati al totale dispiegamento delle forze in campo, e sia l’antropologia che la storia ci dicono che gli individui hanno spesso deciso che la guerra debba essere un’impresa limitata, dal cui contesto sono state ricavate nozioni circa il ruolo del combattente, l’accettabilità delle diverse tattiche, le possibili cause di interruzione del conflitto e le prerogative del vincitore. Il concetto di guerra limitata è sempre relativa a un dato periodo storico e a una data cultura, ma questo vale anche per ogni forma di escalation, persino quella al di là della quale la guerra si trasforma in inferno.

Non tutte le guerre, però, sono un inferno. In passato, il costume aristocratico rese il combattimento alla stregua di un torneo. Si possono ritrovare simili concezioni del combattimento in Africa, nella Grecia antica, come in Giappone e nell’Europa feudale. John Ruskin ne fece il proprio ideale: “La guerra creativa o fondante è quella nella quale la naturale irrequietezza e l’amore per la contesa risultano circoscritte entro i confini, consensualmente definiti, di un gioco affascinante – anche se talvolta fatale…” [2] . L’aspetto rilevante della guerra creativa, non è quello di essere poco sanguinosa (sebbene certi tornei tipici del costume aristocratico non fossero scevri di una certa brutalità), bensì la partecipazione volontaria dei membri dell’aristocrazia conflitto e la lloro accettazione delle regole e delle conseguenze. Un altro elemento che è riuscito a circoscrivere le conseguenze dei combattimenti era la presenza dei mercenari - reclutati da grandi condottieri per motivi di ordine commerciale o politico - molto attiva nell’Italia rinascimentale. L’impossibilità di ricorrere alla coscrizione rendeva quantomai oneroso servirsi degli eserciti mercenari a causa degli elevati costi finanziari delle reclute, così la battaglia finiva per diventare per lo più un’esibizione di manovre tattiche con rari scontri fisici e un numero limitato di vittime. I mercenari erano soliti firmare contratti a termine, il che, pur non rendendoli liberi di scegliere quali tattiche adottare, li rendeva però in grado di determinare il costo delle proprie prestazioni e di condizionare in tal modo il comportamento dei propri comandanti.

Con la coscrizione la natura della guerra si modifica, gli stati hanno la possibilità di radunare un gran numero di uomini da buttare nella mischia. La guerra diventa un inferno ogniqualvolta gli uomini vengono costretti a combattere. Il fatto che negli stati democratici i governi che decidono la guerra siano eletti dal popolo non cambia il fatto che in un regime di coscrizione la partecipazione alla guerra non sia il frutto di una libera scelta, bensì un obbligo legale o un dovere patriottico. Come ha scritto T. H. Green, da quel momento “Il potere statale comincia ad esigere il sacrificio della vita da parte dei combattenti. E questo indipendentemente dal fatto che l’esercito venga radunato ricorrendo all’arruolamento volontario o alla coscrizione”. Con la coscrizione, i militari vengono ridotti a strumenti politici che si limitano a eseguire ordini che rispecchiano tattiche decise a più alti livelli. Inoltre, per effetto della coscrizione, i soldati, una volta costosi, diventano “economici”; le battaglie, fino ad allora evitate, vengono cercate, e per quanto gravi potessero essere le perdite, venivano rapidamente compensate pescando dal ruolino d’appello. [3]  

Si dice che Napoleone si sia vantato di fronte a Metternich di poter perdere anche 30000 uomini al mese! Quel che colpisce, è la totale mancanza di necessità di ottenere il consenso di coloro che vanno a morire in guerre alle quali non vengono costretti dal nemico (come quelle difensive), ma dai capi del proprio paese. Ed è proprio la mancanza del consenso individuale a far sì che gli atti di forza perdano il loro fascino per diventare oggetto di condanna morale, ed è sempre a causa della mancanza di consenso che la brutalità della guerra tende a superare i limiti che persone libere da lealtà e vincoli politici sarebbero disposte a tollerare.

L’orrore della guerra moderna ben si coglie in un aforisma pronunciato da Trotsky: “Tu puoi anche non mostrare alcun interesse per la guerra, ma prima o poi la guerra si interesserà sicuramente a te”. Quando diciamo che la guerra è un inferno, pensiamo alle vittime del combattimento, ma si presume che all’inferno si trovi chi in vita si sia reso scientemente responsabile di attività meritevoli di punizione divina, mentre la maggior parte delle vittime non fa che subire una situazione di cui ha poco o punto responsabilità. A partire dalla Prima guerra mondiale, non a caso definita come primo esempio di “guerra democratica”, furono in gran parte civili coscritti a patire sulla loro pelle la sofferenza della guerra moderna e della vita di trincea. L’insubordinazione era spesso pagata con la vita, così, spesso l’alternativa è scegliere tra morire per mano nemica in battaglia e morire per mano dei tuoi compagni con l’infame epiteto di traditore.

I soldati che scelgono di combattere liberamente danno spesso vita, in modo spontaneo, a consuetudini finalizzate a limitare il combattimento in virtù del rispetto e del riconoscimento reciproci. Il codice militare vigente nel tardo Medioevo era ampiamente condiviso e talvolta onorato, e rifletteva la coscienza che i guerrieri aristocratici avevano di sé come individui appartenenti a un’èlite, impegnati in un’attività liberamente scelta. La funzione del codice della cavalleria era quella di distinguere i cavalieri dalle semplici canaglie, dai banditi e da chi, come i soldati di origine contadina, combatteva per necessità. Oggigiorno, solo nel soldato di professione sopravvive qualche flebile traccia del senso dell’onore militare tipico della cavalleria, benchè il combattimento contemporaneo lo releghi in un ruolo sempre più marginale.

La cavalleria e il suo onore aristocratico non sono stati soppiantati dalla rivoluzione democratica e dalla passione popolare, ma sono stati sviliti dalla coscrizione. La democrazia concorre a sgretolare il costume cavalleresco nella misura in cui conferisce legittimità allo Stato e al suo potere coercitivo. La guerra non è trasformata in un gioco al massacro dal cieco furore delle masse, ma dal fatto stesso che le loro vite, essendo state nazionalizzate dallo stato moderno, sono disponibili.

In ogni caso, la fine della cavalleria non coincide con la fine di ogni giudizio morale. I vincoli imposti dalla guerra moderna si modificano e il codice militare viene riformulato, non più sulla libertà aristocratica, bensì sulla servitù militare tipica del regime coscrizionale. Le moderne norme di guerra si fondano su una sorta di cameratismo astratto, e al rispetto cavalleresco si sostituiscono sentimenti di rivalsa verso coloro contro cui si combatte e di odio verso il nemico; un odio che, durante la Grande guerra, si impossessa degli uomini costretti in trincea a tal punto da consentire che i nemici feriti vengano abbandonati alla propria morte, nemmeno fossero loro i responsabili primi del conflitto e delle sofferenze che esso genera. La guerra moderna spersonalizza i rapporti tra combattenti, in quanto con essa la relazione tra individui viene sostituita da una relazione tra entità politiche di cui gli individui non sono altro che strumenti. Ma questi strumenti, non sono più membri di una stessa comunità di guerrieri, ma “poveri disgraziati come me” invischiati in una guerra che hanno soltanto subito e in virtù di ciò vanno riconosciuti come non-criminali. Vengono autorizzati a uccidere non chiunque, bensì soltanto coloro che sono individuati come vittime. Fintanto che i soldati combattono volontariamente e si scelgono reciprocamente come nemici e decidono le proprie battaglie, la guerra non è un crimine; nel momento in cui si è costretti, la guerra non è un loro crimine. In ambedue i casi la guerra è una dimensione governata da norme, ma nel primo, tali norme si fondano sulla reciprocità e sul consenso, nel secondo sulla condivisone di una comune condizione di servitù.

Il diritto che ogni soldato ha di uccidere costituisce il principio fondante delle regole di guerra, che specificano quando e come si possa uccidere e chi sia lecito uccidere. Riguardo al come e quando poter uccidere, le regole sono mutevoli a seconda dei momenti storici, dei cambiamenti sociali e delle innovazioni tecnologiche, quindi possiamo solo limitarci a dire che è ben accetta ogni norma diretta a limitare la durata e l’intensità del combattimento, o la sofferenza dei soldati. Riguardo a chi sia lecito uccidere, invece, le regole non sembrano così suscettibili di mutamento, in quanto mirano a mantenere fuori dal conflitto interi settori della popolazione, la cui uccisione indiscriminata deve essere identificata come crimine. Queste norme riflettono la concezione della guerra come combattimento tra combattenti, concezione comunemente condivisa sia dal punto di vista antropologico, sia dal punto di vista storico. Nel Medioevo, ad esempio, si privilegiava il combattimento tra singoli individui in base al principio “meglio che a morire sia uno soltanto, piuttosto che l’intero esercito” [4] . A coloro che erano ritenuti inadatti alla guerra (donne, bambini, vecchi, preti) veniva accordata protezione. Solitamente, però, si accordava protezione a quella parte della popolazione composta da donne, vecchi e bambini e ogni altra categoria di persone non coinvolte nella guerra. Per rendere conto in modo soddisfacente della realtà morale della guerra non si può non specificare il principio che tende a rimarcare la distinzione tra combattenti e non combattenti.

La teoria dell’aggressione

Per aggressione intendiamo qualsiasi evento che pone fine a un periodo di pace (pace intesa non come assenza di conflitto armato, bensì come condizione di libertà e sicurezza caratterizzata dalla presenza di diritti e dall’assenza di aggressione). Il torto dell’aggressore consiste nel costringere uomini e donne a rischiare la vita per la difesa dei propri diritti. L’aggressione è costituita da qualsiasi violazione dell’integrità territoriale o della sovranità politica di uno stato indipendente ed  è fisicamente e moralmente coercitiva. Secondo von Clausewitz, “Un conquistatore si dichiara sempre un amante della pace (così soleva dirsi Bonaparte); egli sarebbe ben  lieto di fare il suo ingresso nel nostro stato senza incontrare alcuna opposizione; per vietare che ciò accada dobbiamo scegliere la guerra…” [5] . A differenza dell’aggressione individuale, l’aggressione da parte di uno stato straniero comporta conseguenze diverse. Alla minaccia “O la borsa o la vita”, noi reagiamo consegnando il denaro per evitare di diventare vittime di un omicidio, ma l’invasione di un esercito nemico comporta la violazione di diritti a cui solitamente attribuiamo un’importanza ben superiore. L’aggressione a uno stato non comporta soltanto una minaccia alla sopravvivenza dei propri membri, ma anche di quei valori espressi nella comunità politica che i membri stessi hanno contribuito a creare. Il consenso su cui si basano i diritti degli stati è dovuto alla condivisione di valori ed esperienze spesso secolari, o comunque sufficientemente consolidati nel tempo da costituire gli elemanti basilari della vita comunitaria di un popolo. I diritti degli stati sono qualcosa di più dei diritti dei singoli individui, e la loro protezione non si limita a tutelare la vita e la libertà degli individui, ma si estende alla comunità, ossia alla vita, alle libertà e ai valori che i singoli condividono fra loro. La levatura morale di ogni singolo stato si misura sulla base della realtà della vita comunitaria che vuole proteggere e dal grado di accettazione spontanea dei sacrifici che tale protezione richiede.

Quando diciamo che gli stati hanno dei diritti, non intendiamo il concetto di diritto nello stesso modo in cui lo intendiamo riguardo ai diritti delle persone. Il riferimento all’aggressione come equivalente internazionale della rapina a mano armata o dell’omicidio, e i paragoni tra casa e nazione e tra libertà personale e indipendenza politica, si fondano su quella che è stata definita l’analogia nazionale. Ordine internazionale e ordine civile sono accomunati dal fatto che in entrambi uomini e donne vivono (o cercano di vivere) in pace, negoziando e contrattando con i propri vicini. L’ordine internazionale, invece, differisce dall’ordine civile per il fatto che è privo di un ente sovraordinato con compiti di polizia in grado di far valere un sistema di regole condiviso e accettato. La sua sovrastruttura si è andata delineando nel corso di conflitti, scambi commerciali e adattamenti più o mano spontanei. Nella società internazionale ogni conflitto rischia di sconvolgere dalle fondamenta la sua struttura, e la mancanza di un’autorità di polizia rende l’aggressione molto più pericolosa di quanto non lo sia il crimine nella società civile. La risposta a un’aggressione trascende la mera difesa dall’aggressore in quanto si propone di dissuadere altri potenziali aggressori, il che acquisisce un’importanza basilare, poiché i membri della società internazionale possono contare soltanto su sé stessi e l’uno sull’altro. Partendo dall’analogia nazionale, prende forma la teoria dell’aggressione, che si concretizza su una sorta di paradigma giuridico rispecchiante le convenzioni sociali basate sulla legge e l’ordine e può esser riassunta in sei proposizioni:

Esiste una società internazionale di stati indipendenti. I membri di questa società non sono i singoli individui, bensì gli stati, e mancandone uno universale, la difesa dei cittadini e la rappresentanza dei loro interessi spetta ai rispettivi governi. I diritti degli individui, pur essendo riconosciuti nella società internazionale, possono essere fatti valere solo a patto che che sopravviva l’indipendenza delle diverse comunità politiche.

Questa società internazionale possiede un proprio codice che sancisce i diritti dei suoi membri – primi fra tutti i diritti all’integrità territoriale e alla sovranità politica. Sono quindi gli stati gli unici depositari riconosciuti di una legge.

Il ricorso alla forza di qualsivoglia specie, o la pressante minaccia del ricorso ad essa da parte di uno stato nei confronti della sovranità politica o all’integrità territoriale di un altro stato costituiscono altrettante aggressioni e vanno perciò considerate criminali. L’ambito del discorso, si restringe all’effettivo o imminente attraversamento dei confini, ossia all’invasione e all’aggressione fisica.

L’aggressione giustifica due diversi generi di risposta violenta: una guerra di autodifesa da parte della vittima e una guerra di rivendicazione del diritto violato da parte della vittima e da parte di ogni altro membro della società internazionale.

Nulla fuorché l’aggressione può giustificare la guerra.

Una volta che lo stato aggressore sia stato respinto può anche essere punito. La guerra come punizione risale a tempi molto antichi e si prefigge essenzialmente di: esigere una riparazione, dissuadere altri stati e reprimere o riformare quello incriminato.

Uno dei problemi relativi ai conflitti è quello di identificare l’aggressore, ossia chi ha sparato il primo colpo o chi ha varcato per primo il confine dell’altro stato belligerante. Ma ci sono casi in cui uno stato compie azioni che non si configurano come aggressioni, ma rappresentano una minaccia per altri stati, specie quelli con cui confina. Fino a che punto queste azioni sono a tal punto minacciose da giustificare un attacco preventivo da parte di altri stati verso lo stato in questione? Non certo minacce verbali e neppure preparativi militari. Ciò che i giuristi chiamano “atti ostili che preludono alla guerra” devono avere un’intenzione manifesta di arrecare un danno, un certo grado di preparazione attiva che trasforma l’intento in pericolo incombente e una situazione più generale in cui assumere una posizione di attesa, o qualsiasi altra cosa fuorché combattere, che accresce enormemente i rischi. Un esempio di guerra preventiva è quello relativo all guerra dei Sei Giorni, in cui sraele ebbe fondati motivi per ritenere minaccioso il comportamento tenuto dall’Egitto. 

I combattimenti veri e propri tra Israele ed Egitto iniziarono il 5 giugno 1967, ed il primo attacco venne sferrato da Israele, che ritenne che il suo primo colpo fosse giustificato dagli eventi accaduti nelle settimane precedenti. Gli egiziani ritenevano che la creazione dello stato d’Israele nel 1948 fosse stata ingiusta e che lo stato non avesse alcun legittimo diritto all’esistenza, e quindi che sarebbe stato possibile attaccarlo in qualsiasi momento. Gli egiziani ritenevano che tra i due paesi fosse in corso una guerra, in tal modo giustificavano le manovre militari da essi svolte al confine con Israele a partire dal maggio 1967. A metà maggio, ufficiali sovietici diffusero alcuni rapporti (che gli osservatori dell’ONU sul posto dimostrarono essere del tutto falsi) secondo cui Israele stava ammassando truppe al confine con la Siria. Il 14 maggio, il governo egiziano mise il suo esercito in “stato d’allerta”, dando inizio a un graduale ammassamento di truppe nel Sinai ed espellendo, 4 giorni dopo, le forze di sicurezza dell’ONU dal Sinai e dalla striscia di Gaza, mentre a partire dal 22 maggio dichiarò interdetti gli stretti di Tiran (riconosciuti nel 1956 come acque internazionali) al naviglio israeliano. La loro chiusura avrebbe costituito un casus belli, e questo gli israeliani lo avevano affermato in diverse occasioni, per cui la guerra può considerarsi iniziata il 22 maggio e l’attacco del 5 giugno come una sua logica conseguenza. In un importante discorso del 29 maggio, poi, Nasser annunciò che, in caso di guerra, l’obiettivo egiziano sarebbe stato la distruzione di Israele, mentre il 30 maggio Re Hussein di Giordania volò al Cairo per firmare un trattato che poneva l’esercito giordano sotto comando egiziano in caso di guerra, così come aveva fatto in precedenza la Siria seguita a pochi giorni di distanza dall’Iraq. Per Nasser, la chiusura degli stretti e il mantenimento del suo esercito al confine con Israele avrebbe significato una grande vittoria, mentre per Israele ne sarebbe conseguita una situazione di tensione intollerabile. “Esisteva una fondamentale asimmetria nell’equilibrio delle forze: gli egiziani erano in grado di schierare … un nutrito esercito di regolari a lunga ferma sul confine israeliano e tenerli lì a tempo indefinito; gli israeliani potevano rispondere al loro spiegamento soltanto con la mobilitazione delle formazioni della riserva, e i riservisti non avrebbero potuto essere mantenuti in servizio molto a lungo … L’Egitto poteva quindi permettersi di rimanere sulla difensiva, mentre Israele sarebbe stato costretto ad attaccare a mano che la crisi non fosse stata disinnescata per via diplomatica”. [6]    

Una vittoria egiziana avrebbe esposto Israele all’eventualità di un attacco in qualsiasi momento, sortendo l’effetto di erodere drasticamente i margini di sicurezza dello stato israeliano, e questo soltanto un nemico accanito può volerlo.                     

Convenzione di guerra

Per convenzione di guerra intendiamo quell’insieme di norme codificate, consuetudini, codici professionali, precetti legali, principi filosofici e religiosi e reciproci accordi sulla base dei quali esprimiamo i nostri giudizi sulla condotta militare. I nostri giudizi trovano riscontro nel diritto internazionale positivo, ossia l’opera di politici e legali che agiscono in rappresentanza degli stati sovrani, e successivamente dei giuristi che codificano i loro accordi e ne ricercano i fondamenti logici. Il diritto internazionale si sviluppa, quindi, all’interno di un sistema legislativo fortemente decentralizzato, privo di un apparato giudiziario in grado di specificare i dettagli del codice legale. Così, il diritto internazionale è un insieme di norme consuetudinarie formatesi a partire da una casistica pratica. Scopo della convenzione di guerra è stabilire quali siano gli obblighi morali degli stati belligeranti e dei loro rispettivi eserciti, indipendentemente dal carattere aggressivo o difensivo delle guerre che combattono. Nel giudicare la convenzione di guerra, l’analogia nazionale può essere di scarso aiuto. Prendendo ad esempio una rapina a mano armata, se il rapinatore risponde al fuoco delle forze dell’ordine non può accampare a motivi di legittima difesa in quanto è lui stesso a dare inizio a un comportamento contrario alla legge. Non così è per i soldati dell’esercito invasore. Pur essendo l’aggressione un’attività criminale, il ruolo dei suoi partecipanti è diverso. I membri di entrambi gli eserciti non sono criminali, così si potrà dire di entrambi che hanno agito per legittima difesa. Ciò che distingue il combattimento dal crimine è l’esistenza, sul campo, di eguale dignità morale fra i combattenti.

Secondo il primo principio della convenzione di guerra, una volta avviati i combattimenti, i soldati possono venire attaccati in qualsiasi momento, a meno che non siano feriti o prigionieri. Un determinato corso d’azione, si dice “è necessario per costringere il nemico alla resa con minor spesa possibile di tempo, vita e denaro” [7] . Secondo la dottrina, ogni mezzo necessario per vincere la guerra e per ridurre i rischi della sconfitta (o per ridurre le perdite o le sue probabilità) è giustificato. Ma la “ragion di guerra” giustifica soltanto l’uccisione di individui che abbiamo ragione di ritenere suscettibili di poter essere uccisi. I soldati sono addestrati per combattere e vengono dotati di armi e la consapevolezza di essere in pericolo non rende loro la guerra così sconvolgente come lo sarebbe per i civili. L’attacco che subisce il soldato non è diretto a lui in quanto persona, bensì in quanto combattente. Per questo, l’estensione dello status di combattenti a chi non rientra nella classe dei soldati appare quantomai discutibile. Anche la distinzione tra chi lavora per l’economia di guerra e chi no appare poco rilevante, mentre può acquisire importanza la distinzione tra chi lavora in settori che producono ciò di cui i militari hanno bisogno (fabbriche d’armi) e ciò di cui abbisognano al pari del resto della popolazione civile (fabbriche di prodotti alimentari). Solo i primi possono venire equiparati ai combattenti, e solo parzialmente, ossia quando sono presenti all’interno della loro fabbrica in quanto produttori di armi (attività che costituisce una minaccia e un pericolo per il nemico), e non quando sono nelle loro case. Questi problemi sono presenti soprattutto in un contesto di guerra di terra, mentre in una guerra in mare (o nel deserto) operare questa distinzione appare più semplice, dato che la presenza di civili coinvolti è piuttosto rara. L’unico problema è rappresentato dal passaggio di navi mercantili. Il codice navale, ad esempio, riconosceva lo status di civili ai mercanti impegnati a trasportare forniture militari, che godevano così del diritto di non essere attaccati, dato che era possibile catturare la nave senza sparare un colpo. Ma ogni qualvolta ciò non era possibile, il diritto decadeva.

Il secondo principio della convenzione di guerra è che i non-combattenti non possono mai essere attaccati e non possono essere oggetti o bersagli di attività militare. Ma in un contesto di guerra, fino a che punto ciò è possibile? E quali sono i costi per i soldati coinvolti? Spesso, nel dubbio, molti innocenti perdono la vita. Quando si ispezionavano le cantine, luoghi quantomai adatti per nascondigli e imboscate, prima si lanciavano le bombe e solo dopo ci si guardava attorno.

La dottrina morale spesso invocata in tali casi è il principio del doppio effetto, principio elaborato per la prima volta da un casista cattolico nel Medioevo, che si propone di suggerire cosa dovremmo pensare quando “un soldato, nello sparare a un nemico, prevede di colpire qualche civile nelle vicinanze”. Con il doppio effetto, si tenta di riconciliare il divieto assoluto di attaccare i civili con la conduzione legittima dell’attività militare. In base a questa dottrina, l’uccisione di non combattenti può avvenire a 4 condizioni:

1)      l’atto in sé è buono o almeno indifferente, il che vuol dire, ai nostri fini, che è un atto legittimo di guerra

2)      l’effetto diretto è moralmente accettabile (uccisione di soldati nemici, o distruzione di forniture militari)

3)      l’intenzione dell’attore è buona, cioè, egli mira soltanto all’effetto accettabile; l’effetto cattivo non costituisce uno dei suoi fini, né rappresenta un mezzo per raggiungere tali fini

4)      l’effetto buono lo è a sufficienza per compensare il fatto di aver provocato l’effetto cattivo.

Particolarmente significativo si presenta il terzo punto, alla luce del quale, acquista importanza porsi uno scopo in tempo di guerra e al tempo stesso restringere adeguatamente gli obiettivi a cui puntare. Ciò che appare discutibile in questa dottrina, riguarda le morti involontarie, seppur prevedibili; difficilmente potrebbe importare ai civili sapere se chi uccide sa in anticipo o meno che è probabile che vi siano molte vittime innocenti. Inoltre, se nel Medioevo (quando questa dottrina fu elaborata), il numero di morti involontarie era pressochè trascurabile, con le guerre moderne e le tecnologie di distruzione di massa che le accompagna il discorso cambia.

Guerriglia, Terrorismo e Rappresaglia

L’aspetto essenziale che contraddistingue la guerriglia è la sorpresa; e perciò l’imboscata è la classica tattica di guerriglia, oltre ad essere una delle tante tattiche di guerra convenzionale consistente nel nascondersi e nel mimetizzarsi.  Rifiutata con sdegno da ufficiali e gentiluomini, è divenuta con il tempo una pratica legittima di guerra convenzionale. Esiste tuttavia un genere di imboscata che non è legittima nella guerra convenzionale e che viene di fatto equiparata a un omicidio puro e semplice. Ciò accade nei casi in cui lo stato occupato accetta la resa, allora, le truppe di occupazione svolgno compiti di polizia. In tale contesto, l’uccisione dei soldati nemici diviene un caso di omicidio puro e semplice. I guerriglieri, solitamente, non sovvertono direttamente la convenzione di guerra attaccando i civili, ma stimolano i loro nemici a farlo. Secondo loro, la popolazione non viene più difesa da un esercito,e poichè l’unico esercito in campo è quello degli oppressori la gente deve difendersi da sé. La guerriglia diventa così guerra di popolo. In realtà, i guerriglieri riescono a mobilitare soltanto una piccola parte della nazione e per mobilitare il resto contano sui contrattacchi nemici nei confronti dei civili cercando di far ricadere sull’esercito nemico l’onere della guerra indiscriminata. A differenza dei terrosristi, i guerriglieri conoscono i propri nemici  e sanno dove trovarli; combattono in piccoli gruppi, con armi leggere, a distanza ravvicinata e i soldati contro cui combattono indossano uniformi. Anche riguardo ai civili da uccidere, operano distinzioni scegliendo funzionari pubblici, piuttosto che colaborazionisti. I vantaggi che la guerriglia cerca dipendono dalgli scrupoli che si fanno i suoi nemici; scrupoli la cui base morale ha anche una valenza strategica. È infatti interesse delle forze antiguerriglia operare la distinzione tra soldati e civili, anche quando i guerriglieri agiscono in modo da rendere incerta la linea di demarcazione. Principio base dei manuali di controinsurrezione è quello di isolare i guerriglieri dal contesto civile, in modo da privarli della protezione dei civili. Inoltre, al tempo stesso, si tengono i civili lontano dalla battaglia. Nel caso non fosse possobile tale isolamento, la guerra antiguerriglia non può più essere combattuta, sia per le difficoltà di tipo strategico, sia, soprattuttoperchè diventerebbe una guerra antisociale combattuta contro un intero popolo in cui non sarebbe più possibile operare una distinzione netta tra combattenti e non combattenti.

La parola terrorismo viene solitamente usata per descrivere la violenza rivoluzionaria. Scopo del terrorismo è quello di distruggere il morale di una nazione (o di una classe), minandone la solidarietà, uccidendo a caso gente innocente. La morte deve colpire a caso singole persone, fintanto che non si sentano ineluttabilmente vulnerabili e non chiedano ai propri governi di negoziare la propria sicurezza. In guerra, il terrorismo rappresenta un modo di evitare lo scontro con l’esercito nemico, tanto che numerosi soldati si rifiutano di chiamarlo guerra. Terrorizzare la gente è prima di tutto l’opera del tiranno domestico secondo Aristotele: “Primo scopo e fine (dei tiranni) è spezzare il morale dei propri sudditi”. I tiranni tramandarono il metodo ai soldati, e i soldati ai moderni rivoluzionari, ma il terrorismo in senso stretto, è emerso successivamente alla seconda guerra mondiale, soltanto dopo essersi affermato come un aspetto della guerra convenzionale. In virtù dell’onore guerriero, furono gli ufficiali di professione ad opporsi allo sviluppo del terrorismo, ma la sua crescente diffusione avviene per opera dei gruppi dell’estrema sinistra e dei movimenti nazionalisti, entrambi fautori di una violenza che non disdegna l’uccisione alla cieca, infischiandosene della linea di demarcazione tra combattenti e non combattenti, distinguendosi in ciò persino dai “rivoluzionari di professione” del secolo scorso.  

La dottrina della rappresaglia è ritenuta essere la parte della convenzione di guerra più esposta all’abuso, in quanto legittima azioni che diversamente definiremmo criminali, purchè vengano intraprese in risposta a crimini precedentemente commessi dal nemico. Secondo il pacifista G. Lowes Dickinson, “Rappresaglia significa fare ciò che ritieni sia sbagliato con la scusa che qualcun altro l’ha fatto prima”, il che darebbe origine a una catena di violenze al termine delle quali ognuno può incolpare l’altro. Sebbene non sempre raggiunto, scopo delle rappresaglie è spezzare la catena degli atti di aggressione; come affermò il giurista francese del XIX secolo H. Brocher nel 1873: “Le rappresaglie sono un mezzo per impedire che la guerra si trasformi in barbarie”. La tendenza corrente del diritto internazionale mira a condannare la rappresaglia contro innocentiper il fatto che le vittime sono indifese, il che esclude che le si possa scegliere come bersaglio di un attacco militare. La convenzione di Ginevra dichiarava immuni i prigionieri e quella del 1949 dichiarava immuni i feriti, i malati, i naufraghi e i civili dei territori occupati. L’unica classe di uomini non direttamente coinvolti contro cui la rappresaglia è legalmente difendibile è quella dei civili del paese nemico, che possono essere tenuti come ostaggi (sebbene soltanto a distanza) al fine di ottenere la buona condotta del loro governo e del loro esercito. Ogni rappresagli contro innocenti deve comunque essere condannata, anche perché la violenza genere violenza, e scopo della rappresaglia è appunto spezzare la catene dela violenza stessa.

I dilemmi della guerra

Riguardo alla discriminazione tra soldati che combattono una guerra giusta e soldati che combattono una guerra ingiusta, chi rivendica l’appartenenza al primo gruppo sostiene che l’eguaglianza dei diritti dei combattenti è un criterio puramente convenzionale e la verità sui diritti di guerra viene meglio rappresentata in termini di scala di proporzionalità secondo il principio maggiore la giustizia, maggiore il diritto. Nella sua A Theory of Justice, John Rawls scrive qualcosa di simile: “Anche in una guerra giusta, certe forme di violenza sono assolutamente inammissibili; e, nel caso in cui il diritto di un paese a muovere guerra sia discutibile o incerto, le restrizioni sui mezzi che esso può usare devono essere ancora più severe. Gli atti permessi in una guerra di legittima autodifesa, nel caso in cui siano necessari, vengono chiaramente esclusi in una situazione più dubbia”. Maggiore è la giustizia della causa, maggiore è il numero delle norme che si possono violare per la sua affermazione.

Secondo la convenzione di guerra testé descritta, non vi è alcuna gamma di azioni tra gli estremi del combattimento legittimo e della violenza inammissibile, per cui, l’argomento della scala di proporzionalità, portato ai suoi estremi, altro non è che l’affermazione della possibilità che i soldati che combattono una guerra possano fare tutto ciò si riveli utile nel combattimento. Il chè annulla la convenzione di guerra negando o sospendendo quei diritti che la convenzione vorrebbe difendere. L’unica alternativa alla scala di proporzionalità è una posizione di assolutismo morale, in base alla quale i divieti di guerra sono una serie di divieti categorici, incondizionati e inviolabili persino per respingere un’aggressione. La difficoltà di tale linea è facilmente riscontrabile nelle guerre moderne in cui l’aggressione ha assunto forme davvero spaventose.

La scala di proporzionalità erode a poco a poco la convenzione di guerra, lasciando così via libera a chiunque si ritenga costretto a violare i diritti umani. In nome dell’eccezionalità della situazione si possono calpestare diritti che non possono venire eliminati, creando così una tensione tra jus in bello e jus ad bellum; tensione che può essere risolta in quattro modi diversi:

1)      la convenzione di guerra viene semplicemente messa da parte sotto la pressione dell’argomento utilitarista (la massima “fa giustizia a meno che il cielo non stia [realmente] per cadere)

2)      la convenzione cede gradualmente all’urgenza morale della causa: i diritti del giusto aumentano, e quelli dei suoi nemici perdono valore

3)      la convenzione tiene e i diritti vengono rispettosamente rispettati, qualsiasi siano le conseguenze

4)      la convenzione viene calpestata, ma soltanto di fronte a un’imminente catastrofe.

La seconda e la quarta ipotesi sono le più importanti, dato che spiegano come persone moralmente serie e con senso di ciò che sono i diritti, arrivino a violare le norme di guerra, accrescendone la brutalità ed estendendone la tirannia.

Aggressione e neutralità

Secondo la dottrina della neutralità, gli Stati hanno, prima di tutto, un diritto ad essere neutrali, che è inerente alla loro sovranità e permette loro di scegliere se astenersi o meno dall’intervenire in caso di conflitto tra due (o più) altri stati. La neutralità è una forma collettiva e volontaria di non intervento. In quanto collettiva, estende i suoi benefici a ogni membro di una comunità politica, indipendentemente dal fatto che sia soldato o civile. In quanto volontaria, perché può essere liberamente assunta da ogni stato in riferimento a una guerra effettiva o potenziale di altri stati. Se gli individui possono essere coscritti, non così è per gli stati, che possono esigere il riconoscimento della loro neutralità dagli altri stati, benchè la condizione sia assunta unilateralmente e il riconoscimento non sia necessario. Secondo il diritto internazionale, la regola della neutralità è molto rigida e richiede una rigorosa imparzialità tra i belligeranti, indipendentemente da rapporti di buon vicinato o di affinità ideologica. La violazione di questa regola porta alla perdita dei diritti di neutralità, esponendo lo stato in questione alla rappresaglia dello stato belligerante danneggiato dalla violazione. Non comporta violazione il fatto di intrattenere rapporti commerciali con uno o entrambe le potenze belligeranti.

Come si può notare, c’è una differenza sostanziale tra diritto internazionale e diritto civile riguardo al principio di neutralità. In un contesto civile, qualora fossimo in presenza di una persona che ne aggredisce un’altra, incorrerei in sanzioni se mi limitassi ad osservare l’aggressione senza per lo meno avvertire la forza pubblica, o comunque fare quanto è possibile affinchè l’aggressioni cessi o si attenui. Non così avviene in un contesto internazionale. Il diritto di uno stato è qualcosa di diverso da quello di un individuo e non soltanto perché non c’è un poliziotto dietro l’angolo. Quando uno stato entra in guerra non rischia soltanto la vita di chi prende la decisione, ma mette a serio rischio (o condanna a morte certa) la vita di un numero indefinito di suoi cittadini, senza sapere chi siano questi cittadini.

Dottrina della deterrenza

Quando nell’agosto del 1945 Truman dette ordine di sganciare la prima bomba nucleare su Hiroshima nacque un nuovo genere di guerra. È vero che, a seguito dell’altra bomba sganciata su Nagasaki ebbe fine una guerra che sul versante del Pacifico sembrava destinata a durare ancora parecchio e che pareva illimitata nei suoi orrori. È vero che le bombe su Hiroshima e Nagasaki uccisero meno persone dei bombardamenti incendiari a tappeto su Tokio. Ciò che ha mutato la concezione della guerra, però, è stata la facilità con cui, grazie alla bomba nucleare, divenne possibile spazzar via ogni forma di vita umana in un solo istante. Con la bomba nucleare, la guerra diviene sinonimo di morte, ma di una morte indiscriminata e totale, a tal punto che dopo Hiroshima e Nagasaki, il primo compito dei leader politici del mondo divenne prevenire il ripetersi di quelle tragedie.

Il mezzo adottato fu la deterrenza nucleare, ossia la promessa di compiere una rappresaglia dello stesso genere, contrapponendo la minaccia di una risposta immorale alla minaccia di un attacco altrettanto immorale. Ciò che ne risulta è un equilibrio fondato sul terrore dove entrambi i contendenti sono a tal punto terrorizzati da risolvere il loro comportamento in una paralisi reciproca. La deterrenza ha trasformato i cittadini di USA e URSS (ma non solo) in semplici strumenti per la prevenzione della guerra. Diversamente dai civili che nella guerra franco-prussiana erano costretti a viaggiare su treni militari per dissuadere i sabotatori, americani e sovietici conducevano una vita normale, venendo minacciati pur senza essere tenuti prigionieri. Con il fatto che non si è prigionieri, la percezione del pericolo non è sentita e questo spiega perché sia relativamente semplice convivere con la deterrenza, pur trattandosi di qualcosa che potrebbe avere conseguenze spaventose. La strategia della deterrenza funziona perché è facile in un duplice senso: non soltanto non facciamo nulla agli altri, ma non crediamo neanche che dovremo mai fare nulla. Dal punto di vista dei cittadini, quindi, la deterrenza si configura in una sorta di bluff; un bluff con noi stessi che ci consente di “nascondere” il reale terrore derivante da un equilibrio precario e temporaneo. Facendo un’analogia con un contesto civile, la deterrenza potrebbe essere paragonata a un omicidio di massa, ma l’intenzione che sovraintende a entrambi è assai diversa. Qualora lo stato cercasse di prevenire un omicidio minacciando di uccidere la famiglia e gli amici di ogni potenziale assassino, troveremmo tutto ciò ripugnante, mentre la deterrenza in un contesto internazionale si fonda proprio sulla disponibilità a fare ciò. L’immoralità, ancor più che sulle conseguenze, sta proprio nella disponibilità all’omicidio. Certo, contro un nemico intenzionato ad usare l’arma nucleare, l’unica forma di compensazione è la minaccia (immorale) di rispondere a tono. Il disarmo sarebbe un’alternativa preferibile, ma è un’alternativa disponibile soltanto per quei paesi che lavorassero a stretto contatto, mentre la deterrenza è la scelta meno rischiosa per ogni paese preso singolarmente. La preoccupazione derivante dalla disponibilità reciproca ad attaccare e l’impegno assunto da ognuno ad opporre resistenza, fanno sì che il maggior pericolo derivante da un ipotetico confronto non sarebbe una possibile sconfitta propria, ma l’assai probabile distruzione di entrambi. È così che l’emergenza suprema è divenuta una condizione permanente, e la deterrenza nucleare è un modo di affrontare questa condizione e, per quanto pessimo, sembra essere l’unico praticabile in un mondo di stati sovrani e sospettosi. Si minaccia il male al fine di non farlo, e il farlo sarebbe così terribile che la minaccia sembra al confronto moralmente difendibile.

Il problema della responsabilità

Quando si discute della giustizia della guerra, non possiamo prescindere dal considerare chi sono i responsabili. Quando la guerra non viene combattuta sotto la spinta della necessità, soldati e statisti sono chiamati a compiere delle scelte che possono avere carattere morale e in tal caso deve essere possibile operare delle distinzioni tra scelte buone e cattive. Così come l’esistenza di crimini implica l’esistenza di criminali, l’esistenza di un’aggressione implica l’esistenza di uno o più  aggressori. Pur con una serie di attenuanti (paura, stato di costrizione, ignoranza, pazzia) tipiche della condizione di guerra, una teoria della giustizia dovrebbe indicarci a quali persone imputare la responsabilità di determinati atti.

Le prime persone a cui attribuire le responsabilità connesse ai crimini di guerra sono i politici, ossia coloro che decidono di attuare l’aggressione. Per lungo tempo, i giuristi hanno sostenuto, in base alla teoria della sovranità, che le “azioni di stato” non possono essere considerate crimini di singoli individui, dato che gli stati sovrani, per definizione, non conoscono superiori e non accettano giudizi esterni. Questo argomento, però, attiene alla sfera legale, non a quella morale, in quanto gli stati sono legalmente (e non moralmente) sovrani.

Ma esiste un’altra versione della dottrina della “azione di stato”, assai più informale, che, oltre alla sovranità della comunità politica, fa riferimento alla rappresentatività dei suoi leaders, ossia gli statisti, sulla condanna dei quali si è spesso molto ritrosi, poiché, dopo tutto, non agiscono per motivi egoistici o per ragioni private, ma per il bene e nel nome di altra gente. Ciò potrebbe valere, però, anche per leader rivoluzionari che uccidono altra gente in nome della loro causa, ma non in connessione con un interesse nazionale. La teoria della “azione di stato”, basata sulla difesa legale del principio di sovranità, non tiene conto del rischio che le funzioni rappresentative comportano per le persone rappresentate, ed è proprio in virtù di queste funzioni che statisti e ufficiali non possono sentirsi esentati in alcun modo dal giudizio morale. Proprio perché gli individui ricercano il potere politico, e sperano di essere lodati per il bene fatto, non possono pretendere di evitare la condanna morale per il male arrecato.

Riguardo alle riparazioni dovute alle vittime di guerra da parte dell’aggressore, la responsabilità viene estesa a tutta la cittadinanza e non solo ai leaders politici e militari. I costi relativi ai danni di guerra vengono distribuiti, attraverso la tassazione (e attraverso il sistema economico in generale), a tutti i cittadini, spesso per un periodo di tempo che copre generazioni che nulla hanno a che fare con la guerra combattuta. La cittadinanza, in tal senso, è un destino comune che uomini e donne devono accettare, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli, perché la distribuzione dei costi non equivale alla distribuzione delle colpe.                       

Gli argomenti solitamente portati in difesa dei soldati sono l’eccitazione della battaglia, con la carica di paura, frenesia e passione che comporta, e il sistema disciplinare dell’esercito e l’obbedienza che esso impone. Queste difese trovano fondamento nella perdita di identità che la guerra comporta e nel fatto che la maggior parte dei soldati, il più delle volte, non hanno scelto liberamente il combattimento e la disciplina a cui vengono sottoposti. Quali sono allora gli ambiti di responsabilità dei soldati? La convenzione di guerra richiede che i soldati accettino rischi personali piuttosto che uccidere persone innocenti. Un po’ come dire che i soldati stanno ai civili come l’equipaggio di una nave sta ai passeggeri. La regola è assoluta: l’istinto di conservazione di fronte al nemico non può giustificare alcuna violazione delle norme di guerra, ma se la regola è assoluta, i rischi non lo sono: è un problema di gradi. Ciò che è importante, è che i soldati non possono accrescere la loro sicurezza a spese di persone innocenti.

In certi casi possono emergere responsabilità specifiche di determinate persone per determinati atti, e questo vale sia per uomini di governo, sia per comandanti militari. Per quanto concerne i secondi, essi non sono responsabili della giustizia della guerra che combattono; la loro responsabilità è limitata all’ambito dello jus in bello, relativo al comportamento da tenere durante i combattimenti. La responsabilità deggli ufficiali sono senz’altro maggiori che per i coscritti, se non altro per una questione di grado. Il grado è qualcosa a cui si aspira e per cui si compete e ci si gloria e, fatto non trascurabile, può essere rifiutato anche in quelle circostanze in cui il servizio non può esserlo. È una questione legata al comando; priva di analogia con la vita civile. Se il comando può procurare piacere, non può non procurare responsabilità, e nel caso degli ufficiali, questa deriva dal fatto che essi detengono il controllo di strumenti di morte e distruzione. Gli ufficiali decidono strategie e tattiche, scelgono di combattere in un luogo piuttosto che in un altro, guidano gli uomini in battaglia, ma hanno anche un dovere che Douglas MacArthur riassunse così quando confermò la sentenza di morte del generale Yamashita: “Il soldato, sia egli amico o nemico, ha il dovere di proteggere il debole e il disarmato indifeso. Questa è l’essenza stessa e la ragione del suo essere…(una) sacra fede”. Con le armi che ha, il soldato costituisce una minaccia per il debole e l’indifeso, ed è perciò che deve combattere entro certi limiti, consapevole dei diritti degli innocenti. I comandanti militari hanno due responsabilità ulteriori e moralmente cruciali. In primo luogo, nel pianificare le proprie battaglie, devono prendere tutte le misure positive idonee a limitare le morti dei civili, e nel contempo, assicurare che il numero delle persone uccise non sia sproporzionato ai benefici militari previsti. In secondo luogo, nell’organizzare le proprie forze, i comandanti militari devono prendere le misure opportune per rispettare la convenzione di guerra, vincolando gli uomini sotto il suo comando al rispetto dei suoi standards. Qualora si registrasse un numero eccessivo di morti e feriti nelle circostanze suaccennate, i comandanti in questione sarebbero da ritenere responsabili.

Cenni sulla non violenza

La difesa non violenta differisce dalle strategie convenzionali per il fatto che ammette l’invasione del paese che si sta difendendo. Non viene frapposto alcun ostacolo all’avanzata militare nemica; non c’è prevenzione alcuna dell’occupazione militare. La non violenza rifiuta di impegnare militarmente l’aggressore, tutt’al più pone in atto azioni di rallentamento in grado di ritardarne le incursioni. Svaluta il conflitto diminuendone la criminalità. Adottando i metodi della disobbedienza, della non cooperazione, del boicottaggio, e dello sciopero nazionale, i cittadini del paese invaso trasformano la guerra aggressiva in lotta politica, e, trattando l’aggressore come un tiranno, trasformando i soldati in poliziotti. Se l’invasore accetta la logica della non violenza rispondendo con il coprifuoco, le multe, le condanne alla prigione e nulla più, allora gli stati alleati non avrebbero ragione di intervenire militarmente, pur potendo servirsi dello strumento delle pressioni morali ed economiche. Le difficoltà per gli invasori, però, sarebbero notevoli, dato che non potrebbero servirsi dei sistemi di trasporto e comunicazione locali, così come non potrebbero sfruttare le risorse naturali e la forza lavoro locali a meno di non portarsi dietro il proprio personale. L’ostilità dei civili potrebbe rappresentare un ostacolo capace di essere rimosso soltanto con la repressione. L’esercito invasore verrebbe logorato da un conflitto interminabile in cui non gli sarebbe mai concesso il sollievo di una lotta aperta; il suo spirito morale e militare andrebbe a erodersi a poco a poco fino ad esaurirsi.

Il successo della non violenza, però, dipende dal rispetto della convenzione di guerra da parte dell’aggressore. Se la non violenza sostituisce la guerra aggressiva con la lotta politica, non può però determinare i mezzi della lotta. L’esercito invasore può usare mezzi efficaci per terrorizzare il popolo invaso al fine di ottenere una vittoria rapida. In Reflections on Gandhi, Orwell sottolinea l’importanza di una guida esemplare e di un’ampia pubblicità in una campagna non violenta e si chiede se una simile campagna sarebbe possibile anche in uno stato totalitario dove gli oppositori del regime scompaiono in piena notte senza che di essi si sappia nulla. Se l’invasore è disposto ad usare metodi simili, allora la non violenza non sortisce effetto alcuno. Quando non si può contare sul codice morale, la non violenza diventa una forma di resa, quando non una maniera minimale di preservare i propri valori comunitari in seguito a una sconfitta militare. Quando si combatte una “guerra senz’armi” si pretende il rispetto dei limiti da uomini che portano le armi, ed è difficile che uomini sottoposti alla disciplina militare si convertano al credo della non violenza. I non violenti si appellano all’invasore dicendogli “Tu non puoi spararmi perché io non ti sto sparando e non ho intenzione di farlo”, ma il successi di questo appello dipende da chi ha le armi in mano e dalla sua volontà di usarle.

* Estratto del libro “Guerre guiste e ingiuste” di Michael Walzer – Ed. Liguori

Note


[1] K. von Clausewitz, On War p. 65

[2] John Ruskin, The Crown of Wild Olive: FourLectures on Industry and War, New York, 1874, pp. 90-91.

[3] J.F.C. Fuller, Conduct of War, cit. p. 35

[4] Johan Huizinga, Homo Ludens, p. 92, Boston 1955.

[5] K. von Clausewitz, On War, p. 370

[6] Edward Luttwak & Dan Horowitz, The Israeli Army, New York, 1975, p. 212

[7] M. Greenspan, The Modern Law of Land Warfare, Berkeley, 1959, pp. 313-314

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