La
promessa della pace*
La
visione cattolica della guerra
In tutte le culture antiche a noi note la pace
è un concetto altamente religioso. Essa stava assolutamente al
centro della religione, della speranza e della fede dell’antico
Israele.
Il termine shalom (pace) deriva dalla
forma verbale shalem, che può significare: essere completo
o rendere completo, condurre ad armonia e a compiacimento. Dove
c’è shalom, “il tutto e le sue parti costitutive hanno
raggiunto il grado massimo e ottimale dell’essere”. Shalom è l’armonia d’una comunità tutta
presa dalla consapevolezza del dono e della chiamata di Dio e
sollecita a rispondervi. Il disegno del creatore sull’umanità e sulla
terra è lo shalom, la pace. Dio, il Creatore e il Redentore,
è pure il garante che ci dice: la storia troverà il suo compimento
finale nella pace.
“Nell’insegnamento biblico la pace è insieme
escatologica e protologica (primordiale). È escatologica nel senso
che la sua piena realizzazione appartiene alla fine della storia”. È primordiale nel senso che fin dall’inizio
Dio ha affidato all’umanità la potenzialità per la pace e il compito
di instaurare la pace (cf Gn 1-2). Il metodo è fondato sul disegno
e sulla promessa di pace del Creatore. Egli protegge il mondo
contro il caos e conduce il suo popolo facendolo passare dalla
fase egoistica del dissenso e dell’autoannichilazione al suo shalom.
L’alleanza di Dio con Adamo, Noè, Abramo e Mosè è un’alleanza
di pace. Il popolo può star sicuro di questa alleanza di pace:
basta solo che esso si conservi fedele all’alleanza.
Lo shalom sfocia nella salvezza, che è
totalmente dono di dio. Chiunque riceve questo dono con gratitudine
è in pace con Dio, porta la pace in sé, irradia la pace e si impegna
ad attuare la pace. Che lo shalom dipenda dall’iniziativa
di Dio è insegnamento esplicito dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Gedeone costruì un altare al Signore e lo “chiamò Jahve-shalom”
(Gdc 6,24), cioè “il Signore è la pace”. I pii sanno che devono
onorare il Dio fonte della pace con l’umile preghiera di petizione
e il ringraziamento. Lui solo può creare la pace (cf Is 45,5-8).
Attraverso i profeti Dio denuncia tutti gli inganni e le falsità
riguardanti la pace per preparare la via alla giustizia e alla
fedeltà, cioè alla pace.
Anche se l’accento viene fortemente posto sulla
dimensione trascendente della pace – sulla pace che viene da Dio
e sulla pace con Dio –, non viene per questo minimizzata la dimensione
orizzontale della pace sociale e politica. Al contrario, la prima
dimensione conferisce urgenza e solide fondamenta a tutte le altre
prospettive e dimensioni.
Gli israeliti (anche i pii israeliti di oggi),
salutandosi l’un l’altro con la parola shalom, lodano il
Dio dello shalom e si impegnano così ad onorarlo con la
ricerca delle vie della vera pace gli uni con gli altri e
con il resto dell’umanità. La verità delle promesse divine sulla
pace finale li mette di già, qui e ora, in cammino verso la pace
(cf Os 2,20; Am 9,13; Is 9,5; Zc 9,9ss; Mic 5,4). Il fatto che
la sperata riunificazione delle due parti separate del popolo
eletto (Israele e Giuda) sia un simbolo della pace messianica
promessa, è una chiamata costante a lavorare per la riconciliazione
e la giustizia. Solo così gli israeliti possono attendere con
fiducia il tempo in cui “la giustizia genererà la pace” (Is 32,17).
Dopo il 597 e il 587 a.C. il messaggio di pace
diventa il nucleo delle promesse profetiche, specialmente del
Deutero di Isaia. Salvezza, liberazione, gloria e giustizia sono
i segni della pace attesa, della finale “alleanza di pace” (Is
54,10; 62,1-2). Ma al centro sta la predizione della venuta del
Messia sofferente, del “principe della pace” (Is 9,5; 61,2) che
pagherà di persona il prezzo della pce (Is 53,5). “Egli
sarà la pace” (Mic 5,4, secondo la Vulgata).
La pace
di Cristo
Dal canto natalizio degli angeli : “pace in terra”
(Lc, 2,14), alla solenne entrata di Gesù in Gerusalemme (Lc, 19,38)
Luca presenta Cristo come il promesso “re della pace”. Con l’augurio
Shalom Gesù guarisce i malati (Lc 8,48) e perdona i peccatori
(Lc 7,50). Il vangelo di Giovanni
i presenta Cristo nell’atto di com-partecipare la sua pace
ai discepoli: “La pace è il mio dono d’addio per voi, la mia
pace” (Gv 14,27). Queste parole vengono pronunciate nel contesto
della promessa dello Spirito Santo, che è il dono supremo del
Padre (Gv 14,26). Shalom è il saluto e il dono del Signore
risorto che àlita sui discepoli e dice: “Ricevete lo Spirito Santo”
(Gv 20,19-25).
Questa stessa visuale esprime enfaticamente San
Paolo, che per ben dodici volte parla unitamente di pace e di
Charis, la grazia dello Spirito. Come l’amore e la grazia,
così anche la pace è frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22; Rm
14,17). Per l’Apostolo, la pace di Dio è una com-partecipazione
alla vita e alla pace di Cristo: “La pace di Dio, che supera ogni
comprensione, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in
Cristo Gesù” (Fil 4,7 ).
Qui ci viene ancora una volta richiamato il lietmotiv
della presente teologia morale: “in Cristo”. La pace non è solo
il dono di Cristo al momento dell’addio: è com-partecipazione
alla vita i Cristo, è il segno del nostro vivere in Cristo Gesù”.
“Egli infatti è la nostra pace” (Ef 2,14). Questo messaggio centrale
viene proposto nel contesto della riconciliazione in Cristo tra
ebrei e pagani, tramite l’alleanza nel suo sangue. Ora ciò è molto
più della riunificazione delle due parti divise d’Israele: è il simbolo sacramentale reale dell’albeggiante
pace messianica (Cf Col 3,15). In tutto questo Gesù rende visibile
per noi “il Dio dell’amore e della pace” (2Cor 13,11).
Messaggeri
di pace
Com-partecipando la sua pace ai discepoli, Cristo
li rende messaggeri e costruttori di pace, ambasciatori di riconciliazione.
Con questa missione egli dice all’umanità che la pace è possibile,
qualora si accolga il suo messaggio e il suo dono. Il suo regno
è un regno di operatori di pace. “Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli e figlie di Dio” (Mt 5,9).
L’imperatore romano era chiamato “figlio di Dio
– pacificatore”, ma egli instaurava la pace dominando i popoli
con un esercito potente. Cristo dà una pace “quale il mondo non può
dare” (Gv 14,27). I suoi messaggeri possono persuadere il mondo
ad accettare la pace di Cristo solo con il loro “spirito mite”
(Mt 5,5). Cristo, che ha riconciliato i peccatori con il suo amore
sofferente e non-violento, com-partecipa la sua pace ai suoi messaggeri
e dice loro: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”
(Gv 20,21).
Il ministero e il messaggio affidato ai discepoli
di Cristo può essere compendiato e definito semplicemente “Vangelo
della pace” (Ef 6,15; cf Ef 2,17; At 10,36). Questa pace è la
caratteristica sia del messaggero, sia della sua opera: “La pace
è nel soggetto. Essa è la sua opera”.
La giustizia non è solo la via che porta la pace:
ne è anche il frutto. “La vera giustizia è il frutto che gli operatori
di pace fanno maturare dai semi seminati in spirito di pace” (Gc
3,18). I discepoli di Cristo devono offrire dappertutto, a parole
e con la loro condotta, l’augurio e l dono della pace (Lc 10,5-6).
In Cristo, il vero discepolo può essere un con-creatore di pace.
<<Operatore di pace, “egli percorrerà la sua strada, accendendo
la gioia e versando la luce e la grazia nel cuore degli uomini
su tutta la superficie della terra, facendo loro scoprire, al
di là di tutte le frontiere, dei volti di fratelli, dei volti
di amici”>>.
Il mondo ha assolutamente bisogno di uomini e
di donne che, pervasi dalla pace di Cristo, agiscano come operatori
di pace. L’opera della pace è affidata a tutti i discepoli
del Signore, alle donne non meno che agli uomini. La partecipazione
sempre più ampia delle donne alla vita sociale apporta “un contributo
specifico di grande valore, grazie alla qualità che Dio ha dato
loro: intuizione, creatività, sensibilità, senso di pietà e di
compassione, vasta capacità di comprensione e di amore permettono
alle donne di essere, in maniera del tutto particolare, artefici
della riconciliazione nelle famiglie e nella società”.
Con Jacques Ellul affermiamo che “una delle funzioni
più importanti dei cristiani è quella di essere fra gli uomini
fattori che inducono alla calma e alla pacificazione”. Il discorso della montagna è indirizzato a
tutti gli uomini di tutti i tempi. Il Vangelo della pace è capace
di cambiare il mondo. Infatti non avrebbe neppure potuto essere
scritto se allora non vi fossero state – come ve ne sono oggi
– persone totalmente conquistate dalla realtà e dal messaggio
della pace. I cristiani hanno il debito, nei confronti di Cristo
e del mondo, di essere testimoni di questo potere salvifico della
pace.
Pace
in mezzo ai conflitti
Rinnovati dalla pace di cristo, siamo inviati
come operatori di pace; eppure siamo ancora in guerra con la nostra
peccaminosità. Allora è duplice la battaglia da combattere in
un mondo redento ma ancora ostinato nei suoi antagonismi.
Proprio nella sua missione di pace Cristo incontrò
il conflitto e il rifiuto più violenti. Con la passione e con
la morte di Gesù, inflitta dai violenti e dai potenti, l’amore
non-violento di Dio entrò nel mezzo dei conflitti di un mondo
caduto. Come il Padre ha mandato il Figlio suo, così questi manda
noi in un mondo dove il Vangelo della pace è una spada a doppio
taglio. Cristo, che è la nostra spada, ci mette in guardia: “Non
dovete pensare ch’io sia venuto a portare la pace, ma una spada”
(Mt 10,34). “Sono venuto
a portare la divisione. D’ora innanzi anche una famiglia di cinque
persone sarà divisa: tre contro due” (Lc 12,51-52). I conflitti
e i dissensi nascosti vengono alla luce. Per conquistare la pace
bisogna passare attraverso una crisi dolorosa. L’opposizione che
incontriamo quando viviamo e proclamiamo “il Vangelo della pace”
è un invito a sradicare da noi tutto ciò che provoca discordia.
In Cristo, il principe della pace, e tramite i suoi messaggeri
saranno “svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,35).
La cocciutaggine di Gerusalemme, città che preferì
soluzioni violente invece di accettare la pace di Cristo, non
sarebbe stata così deplorevole e shockante se Cristo non fosse
venuto. Ma a Gerusalemme fu offerta una reale possibilità di pace
(cf Lc 19,42-46). Cacciando i venditori dal tempio Gesù fece un
drastico tentativo profetico di porre fine all’abuso della religione
(Lc 19,45-46) onde preparare la via alla verità e alla pace.
Coloro che intendono giustificare le soluzioni
violente dei conflitti si richiamano alle parole di Gesù sulla
“spada” (cf Mt 10,34; Lc 22,35-38). Lc 12,51 usa il termine “divisione”
anziché “spada”: è proprio ciò che Gesù intendeva dire. Egli non
raccomanda sicuramente l’uso della spada ai suoi discepoli, ai
quali ha affidato il Vangelo della pace. Sembra che in un primo
momento gli apostoli abbiano frainteso le parole simboliche con
cui Gesù predisse lo scoppio imminente del conflitto finale: “Chi
ha una borsa la porti con sé, ed anche la bisaccia; e se uno non
possiede una spada, venda il mantello e la comperi”. Quando essi
risposero: “Signore, ecco qui due spade”, egli replicò: “Basta,
basta!”. In base al contesto, e tenendo presente anche Lc 22,49-51,
questo probabilmente doveva essere il senso della sua risposta:
“Smettiamola con queste cose! Non parliamone più!”. Le parole ricordate in Mt 26,52 provano ulteriormente
che Gesù fu infastidito da questo fraintendimento: “Rimetti la
spada nel fodero, perché chi usa la spada, di spada perirà”.
Se la morte di Gesù in croce e molti passi neotestamentari
non ci consentono di mettere la sordina sul conflitto, l’evento
della risurrezione e il messaggio biblico della pace non lasciano
dubbi che l’ultima parola, la parola finale, non è il conflitto,
bensì la pace promessa da Dio in Cristo e proclamata e promossa
dai discepoli di cristo, gli operatori di pace.
Si noti come il messaggio biblico contrasti con
quella tradizione umana che, a partire da Eraclito, considera
la guerra come “la procreatrice di tutto” o che, con Thomas Hobbes,
vede nell’”uomo un lupo per l’uomo”.
Secondo Mao Tse Tung “In ogni fenomeno l’unità
degli opposti è un qualcosa di temporaneo e transitorio, e quindi
di relativo, mentre la lotta degli opposti è assoluta”.
Friedrich Nietzsche (1844-1900) dice seccamente:
“Dovete amare la pace come mezzo di future guerre. E amare la
pace breve più che lunga… La vostra pace sia una vittoria!”.
Una cosa è prendere atto dell’esistenza dei conflitti
e della violenza, altra cosa invece è “accarezzarli, analizzarli
e desiderarli. Molti intendono conflitto e violenza come se fossero
una legge della storia. La società viene presentata come essenzialmente
connessa con il conflitto. Spesso si fa leva sulla lotta delle
culture, delle classi o delle ideologie per garantire la trasformazione
della vita sociale”.
LA
MALEDIZIONE DELLA GUERRA
Guerra e
pace nel Nuovo Testamento
Per quanto riguarda il tempo dopo Costantino,
ritengo che Roland Bainton sia nel giusto, quando asserisce: “L’etica
cristiana in rapporto alla guerra non era specificamente cristiana,
ma ebraica o greca con adattamenti cristiani”. Chi affronta il Nuovo Testamento per ricercarvi
precetti dettagliati – per es. sul tema della “guerra giusta”
– resta deluso. Occorre accostarsi alla Bibbia con un’ermeneutica
corretta; bisogna usare la Bibbia nel modo giusto. Allora ne riceveremo
prospettive chiare, visuali significative e principi fondamentali
estremamente utili.
Nella storia d’Israele e negli scritti veterotestamentari
notiamo la presenza del conflitto tra la mentalità delle tribù
bellicose e la profezia della pace, troviamo la crudeltà delle
cosiddette “guerre sante”, ma anche – ed è la linea della rivelazione
– la consapevolezza sempre più chiara che la spirale delle uccisioni
e delle guerre è un segno e una conseguenza tremenda della peccaminosità
degli uomini e che Dio vuol porre fine a tutto ciò (cf Gn 4,8-16:
la storia di Caino, e Gn 4,19-24: la storia di Lamech). I profeti
suscitano il grande desiderio della pace, mostrando che essa è
“effetto della giustizia (opus justitiae)” (Is 32,17) e
proclamando che il disegno del Signore è un disegno di pace. “Trasformeranno
le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; una nazione non
impugnerà più la spada contro un’altra nazione; la gente non si
addestrerà più alla guerra”(Is 2,4).
La tentazione di un messianismo nazionalistico
e pervertito è presente ovunque nei vangeli. Gesù fa tutto il
possibile, con l’esempio e con la parola, con la sua vita e con
la sua morte, per mostrare che egli è il Messia servo. Nel suo
insegnamento non c’è posto per il nazionalismo, la cupidigia o
la brama di potere, anzi! La legge del regno da lui proclamato
è la mitezza e lo spirito di pace. Il suo insegnamento non contiene
alcuna ambiguità in proposito. I suoi discepoli sono gente che
ama i nemici, gente che vive in pace con tutti, per quanto dipende
da loro, e che sconfigge il male con il bene. Solo così essi non
saranno sconfitti dal male (Rm 12,18-21).
Queste direttive positive ed energiche sono molto
più importanti, ad esempio, di un’osservazione casuale e indiretta
sul realismo politico, riscontrabile in quella parabola dove si
dà per scontato che solo un re dichiara guerra al nemico senza
aver prima considerato le sue chances di vittoria (Lc 14,31-32).
Dato che la guerra moderna è estremamente irragionevole e che
talvolta può apparire persino inevitabile (mentre per il re della
parabola era possibile evitarla): pensiamo alla guerra “imposta”
da eventuali invasori, oggi il “realismo politico” dei calcoli
a tavolino non ha più senso. Questo è l’unico autentico “realismo”:
che tutti adottiamo la visuale e lo spirito del Vangelo e ci decidiamo
a liberarci da tutto ciò che ci impedisce di essere veri discepoli
di Cristo (Lc, 14,33).
Sulla
storia del pacifismo
Nel suo studio meticolosamente documentato Roland
Bainton giunge alla conclusione che “la chiesa primitiva è stata
pacifista fino all’epoca di Costantino”. Il suo pacifismo deriva non già da un uso
legalistico di testi del Nuovo Testamento, bensì “da uno sforzo
di attuare ciò che viene considerato come il pensiero di Cristo.
In rapporto ai problemi sociali il cristianesimo non fissa un
dettagliato codice di etica o una nuova teoria politica, ma stabilisce
una nuova scala di valori”.
Nel nostro tempo militarista qualche scrittore
cattolico tende a spiegare il pacifismo dei cristiani dei primi
tre secoli facendolo dipendere da considerazioni non-pacifiste: i padri si sarebbero opposti al servizio militare
perché comportava l’eventualità di dover tributare culto idolatrico
all’imperatore e altre occasioni di peccato. Sembra nondimeno
che la chiesa abbia in qualche modo tollerato il servizio militare,
specialmente nelle zone di confine minacciate da invasioni. Bainton
rileva che esiste una tradizione pressochè continua “di servizio
militare da parte dei cristiani sulla frontiera orientale”. Ma
in linea di principio tutti i più importanti scrittori dell’Oriente
e dell’Occidente hanno respinto la partecipazione dei cristiani
alla guerra”. Il servizio militare era tollerato, almeno
in parte, perché poteva essere considerato una specie di servizio
di polizia. Ma la guerra era vista come cosa totalmente diversa.
All’inizio dell’era costantiniana i Padri della
chiesa, pur facendo qualche concessione alle teorie della “guerra
giusta”, inculcarono il pacifismo come regola assoluta per i monaci
e per il clero e tracciarono direttive rigorose per un comportamento
non-violento nella vita privata. Ambrogio e Agostino, ad esempio,
non ammettevano che fosse lecito uccidere per legittima difesa
al di fuori del servizio militare o pubblico. E san Basilio, quantunque avesse lasciato
cadere l’obiezione generale contro la partecipazione dei cristiani
ad operazioni belliche, continuava ad esprimere l’avversione della
chiesa primitiva contro lo spargimento di sangue: “Le uccisioni
fatte in guerra, i nostri padri non le consideravano uccisioni…
Ma forse sarà bene che costoro [che hanno ucciso in guerra], poiché
le loro mani non sono pure, si astengano per tre anni dalla comunione.
A differenza della chiesa del tempo, piuttosto
militarista, le sètte del tardo Medioevo erano generalmente inclini
a quel pacifismo che aveva contraddistinto il cristianesimo primitivo.
Tra i protestanti, gli anabattisti (mennoniti) e in seguito i
quaccheri erano e sono fermamente attaccati a questa tradizione,
ma in maniera notevolmente diversa tra di loro. Mentre gli anabattisti
si astengono dalla vita politica, i quaccheri sanno combinare
un forte senso di responsabilità e l’attività politica con il
pacifismo. “I quaccheri, con il loro rispetto per la coscienza,
riuscirono a convincere il governo [inglese] a riconoscerne i
diritti, e, per la prima volta nel 1802, vennero per questo motivo
esentati dal servizio militare… Lo Stato inglese consentì infine
a concedere un riconoscimento civile a una convinzione interiore dallo Stato ritenuta
erronea”.
La teoria
della “guerra giusta” e la sua storia
Il Concilio Vaticano II, pur ricordandoci che
la Provvidenza divina esige instantemente da noi che ci liberiamo
dell’antica schiavitù della guerra, assume, ma in una formulazione
accuratamente ristretta, la teoria tradizionale della “guerra
giusta”. “Fintantochè esisterà il pericolo della guerra, e non
ci sarà un’autorità internazionale competente munita di forze
efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico
accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di legittima
difesa”.
A me pare che la lunga storia della teoria della
“guerra giusta” abbia molte cose da insegnarci, affinchè possiamo
acquisire un maggior discernimento.
In parte come risultato della stretta unione
tra chiesa e Stato sotto l’imperatore Costantino, in parte per
le minacce delle invasioni barbariche, i cristiani dei secoli
IV e V assunsero dal mondo classico la teoria della guerra giusta,
intrapresa cioè “in difesa della giustizia e per ristabilire la
pace”.
“Se tutte le speranze di comporre un dissidio
erano venute a mancare e seguiva la guerra, allora doveva essere
condotta in vista del ristabilimento della pace. Tale era l’opinione
di Platone, il quale, senza peraltro usare questa espressione,
formulò per primo le norme di quella che venne poi chiamata la
guerra giusta. Egli non poteva adoperare questa espressione perché
le regole che suggeriva dovevano essere applicate soltanto fra
gli elleni, e non intendeva onorare i loro conflitti con il nome
di guerra. Si trattava, a suo parere, piuttosto di fazioni o di
contese: tali conflitti dovevano svolgersi sempre nella prospettiva
di una riconciliazione”. Ma per i popoli che stavano al di fuori
del “ranch” ellenico il quadro cambiava. Secondo Aristotele, al
quale risale l’espressione “guerra giusta”, questa aveva per scopo
“di rendere schiavi coloro che erano da natura destinati alla
servitù, ma che si rifiutavano di accettare il posto loro assegnato
nella gerarchia sociale”. Cicerone portò un contributo costruttivo alla
teoria della guerra giusta, insistendo sulla pace come suo fine
primario. Naturalmente egli pensava alla “pax romana”. La sua
preoccupazione maggiore è il trattamento umano da riservare alle
tribù e alle nazioni vinte, “perché soltanto una pace generosa
offre una base solida per l’edificazione dell’impero. Riesaminando
la storia romana fino ai suoi giorni, egli esprime l’opinione
che Roma ha conquistato il mondo per mezzo di guerre giuste e
di paci generose”.
Cicerone influì su Sant’Ambrogio, che per primo
formulò un’etica cristiana della guerra giusta. Ambrogio afferma
che i preti e i monaci devono astenersi dalle armi; la guerra
è un male: non può essere intrapresa se non per necessità; la
condotta di guerra deve essere giusta. “Non le aquile e gli uccelli
devono guidare l’esercito, ma il tuo nome e la tua religione,
o Gesù”. Quelle cui egli pensava essere guerre difensive
e contro i barbari, che per la maggior parte erano ariani.
Agostino precisò le condizioni fondamentali della
guerra giusta:
1)
l'intento deve sempre essere quello di ristabilire la pace;
2)
suo oggetto immediato è di ottenere giustizia con moderazione;
3)
deve essere accompagnata dalla disposizione interiore dell’amore
cristiano (“l’amore non esclude le guerre di misericordia intraprese
dai buoni”);
4)
deve essere intrapresa soltanto sotto l’autorità di un governo
legittimo;
5)
la condotta di guerra deve essere giusta: bisogna mantenere la
parola data al nemico; la vendetta, le atrocità e le rappresaglie
vanno assolutamente evitate.
Tommaso d’Aquino fece sua questa concezione e
le conferì la sua autorità.
Chi più di tutti ha influito sulle teorie della
guerra giusta nei tempi moderni è stato Francisco da Vitoria (1492-1546),
che scrisse due opere sull’argomento: De Indis e De
Jure Belli. Per lui, nessuna guerra che infligga gravi danni
al mondo in genere e al popolo cristiano può essere detta “giusta”.
Ma anche il Vitoria, che pur respingeva diverse motivazioni religiose
a favore della guerra, considerava causa giusta per intraprenderla
la difesa dei missionari cristiani e dei neofiti da loro convertiti. La tradizione della guerra giusta esclude
in maniera assoluta le guerre di sterminio e le guerre protrarre
fino alla resa incondizionata del nemico.
L’intenzione primaria dei grandi teologi e delle
loro teorie sulla guerra giusta era quella di porre limiti alla
guerra. Erasmo da Rotterdam (1469-1536), che pur condivideva l’etica
tradizionale della guerra giusta, rivisitò le guerre dell’Europa
e le condannò tutte come “incompatibili con le convenzioni di
una guerra giusta”. Sfortunatamente uomini di chiesa e moralisti
di secondo rango mancarono spesso di discernimento. Leroy Walter
conclude la sua ricerca storica con questa shockante affermazione:
“Tutti i teorici della guerra giusta hanno usato le categorie
della stessa per sostenere che i loro Paesi avevano una causa
giusta per fare la guerra nei casi che erano in discussione.
Roland Bainton arriva a una conclusione simile.
Durante la prima guerra mondiale “in ogni nazione le chiese si
schierarono con i loro governi. In Germania il cattolico Mausbach
e il protestante Holl vedono la Germania circondata da nemici
decisi a soffocarla… In Inghilterra l’opinione pubblica oscilla
tra l’idea della guerra giusta e quella della crociata… Gli ecclesiastici
americani di tutte le fedi non sono mai stati tanto in accordo
tra di loro e con l’opinione pubblica. Questa è una guerra santa”. Non possiamo che esprimere stupore di fronte
a questa mancanza di spirito profetico. Troppi sono stati i “sacerdoti
re” privi di conoscenza o sapere in vista della salvezza.
La giustizia
nel corso della guerra
La tradizione classica della guerra giusta, che
arriva fino al Concilio Vaticano II, si preoccupa di precisare
la giusta condotta nel corso della guerra (jus in bello).
La volontà bellica non può essere che limitata, e tutto deve essere
diretto alla pace e alla riconciliazione. L’amore per il nemico
ammetterà solo il minor numero possibile di uccisioni, e solo
con dispiacere. I non-combattenti non devono subire danni; nei
limiti del possibile bisogna evitare anche le uccisioni indirette
e preterintenzionali.. le rappresaglie in quanto tali sono assolutamente
escluse. Il tentativo di indurre il popolo all’odio del nemico,
per es. seminando calunnie, è un peccato abominevole che porta
a compiere i crimini più orrendi con una coscienza addormentata
o corrotta.
Durante la seconda guerra mondiale “Hitler per
primo ha bombardato Varsavia e Rotterdam, distruggendone la popolazione
civile… Nel maggio 1940… la Gran Bretagna, con una estensione
della sua antica tattica, imprime alla guerra aerea una svolta,
bombardando le città non più per facilitare il movimento delle
truppe, ma per spezzare la volontà di resistenza della popolazione
nemica. La Germania in settembre replica con attacchi su Coventry
e Birmingham… Churchill [nel 1943] dichiara: “… Non vi è grado
di violenza che non ci sentiamo di raggiungere”.
L’apice di questa guerra contro i civili furono
le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto
1945): con queste bombe il cosiddetto mondo libero uccise, assieme
a centinaia di migliaia di bambini, donne e anziani, la sua stessa
credibilità. Non dico che l’abbia commesso il presidente americano
Harry S. Truman (1884-1972), ma in quegli anni c’era una spaventosa
percentuale di gente che rese possibile quel crimine e lo approvò.
Tutti coloro – ecclesiastici e moralisti compresi – che non elevarono
la loro voce contro la guerra di sterminio, hanno la loro parte
di responsabilità. “Un’inchiesta condotta dalla rivista fortune
a guerra finita (!) rivelò che una metà degli interpellati riteneva
essere stata giusta la decisione di sganciare bombe atomiche su
Hiroshima e Nagasaki. E quasi un quarto di essi si rammaricava
che non fosse stato sganciato un maggior numero di bombe atomiche
sulle città giapponesi”. Se tutti i moralisti e gli uomini di chiesa
avessero preso una posizione chiara contro i bombardamenti di
sterminio, come fecero il Christian Century e il teologo
John C. Ford, forse la guerra atomica non avrebbe mai avuto
inizio.
La suprema autorità della chiesa cattolica, cioè
il papa e i vescovi radunati in Concilio, ha fatto una delle più
forti dichiarazioni contro la barbarie della guerra moderna e
specialmente contro il bombardamento nelle città. “Ogni atto di
guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere
città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro
Dio e contro la stessa umanità, da condannare con fermezza e senza
esitazione”. Se fu un’esperienza shockante vedere come
un certo numero di ecclesiastici provenienti da Paesi potenti
si coalizzassero per opporsi a questo testo, fu consolante vedere
la ferma risoluzione di papa Paolo VI e di una larga maggioranza
dei padri conciliari nel sostenerlo. La dichiarazione è perfettamente
in linea con tutta la tradizione dottrinale che, tragicamente,
troppo spesso è stata calpestata nel corso delle guerre sotto
gli occhi dei “sacerdoti re”.
Spirito
e scopo dell’educazione alla pace
L’educazione alla pace si basa sulla convinzione
che la pace è possibile e la guerra può e deve essere bandita.
Per i cristiani l’impegno nell’educazione alla pace è frutto della
loro fede nella redenzione. “Il cristiano sa che esistono possibilità
radicalmente sane in ogni uomo… Perciò, se egli spera che Dio
concederà la pace al mondo, è perché ha pure fiducia che l’uomo,
creatura di Dio, non sia fondamentalmente cattivo: ha fiducia
che nell’uomo ci sia una potenzialità di pace”. I cristiani non possono essere fedeli a Dio,
se non coltivano premurosamente questa potenzialità. Abraham Maslow,
uomo di scienza ed educatore, ha instancabilmente divulgato la
sua scoperta, che cioè in ogni persona esistono sorgenti profonde
di libertà creativa, di generosità e di pace. Se gli individui
vengono educati fin dall’età scolare a scoprire e coltivare tali
potenzialità, potranno creare una società buona. <<Esiste
un feed-back tra Società Buona e Persona Buona. L’una ha
bisogno dell’altra. Lascio da parte il problema di chi abbia la
precedenza è abbastanza chiaro che esse si sviluppano simultaneamente,
come “in tandem”. In ogni caso sarebbe impossibile ottenere l’una
senza l’altra. Per Società Buona io intendo in fondo un’unica
specie umana, un unico mondo>>.
L’odierna confusa “escalation” della disperazione,
della violenza, delle malattie mentali, del mutuo disprezzo è
un sintomo dell’incapacità delle istituzioni esistenti di fornire
una visione olistica, di fornire un senso, uno scopo, di aiutare
la persona e la società a diventare amanti della pace.
Indubbiamente dobbiamo studiare e discuterne
attentamente le teorie di Sigmund Freud, di Konrad Lorenz e di
altri sull’aggressività innata; ma quello di cui abbiamo dopo
tutto bisogno è un’educazione che aiuti la gente a incanalare
le loro energie psichiche aggressive verso la giustizia e la pace. In ogni caso il pesante fardello dell’aggressività
umana ha bisogno di redenzione e di un’educazione basata sulla
fede del Redentore. Dell’esperienza della pace di Cristo fa parte
anche la fede nella croce connessa con la sequela di lui, e la
fede nella vittoria di coloro che, animati dallo spirito di Cristo,
fanno morire il loro egoismo inveterato.
Un’educazione in cui la pace abbia la priorità
può creare una nuova consapevolezza e portare un’opzione fondamentale
profondamente radicata in favore della pace in quanto fine e in
favore degli atteggiamenti di cui hanno bisogno gli operatori
di pace.
L’educazione alla libertà e alla fedeltà in Cristo
facilita la liberazione dall’angoscia. C. F. von Weizsacker ci
dice che l’angoscia è il tema più pressante in una psicologia
sintonizzata sulla pace.
L’uomo e la donna moderni hanno bisogno di un’intelligenza
critica per difendersi dall’inganno e dalla manipolazione. Ma
la critica senza la virtù del discernimento diventa sfrenata.
Perciò l’educazione alla pace deve non solo offrire
criteri, ma anche promuovere l’atteggiamento del discernimento,
allo scopo di formare persone capaci di discernere.
Ciò non è possibile senza la sapienza.
L’economista E. F. Schumacher, che si interessa dell’educazione
alla pace, afferma che “l’uomo è troppo intelligente per poter
sopravvivere senza la sapienza. Nessuno lavora realmente per la
pace, se non lavora primariamente per ristabilire la sapienza”.
E ricorda che “la coltivazione e l’espansione dei bisogni è l’antitesi
della sapienza. È pure l’antitesi della libertà e della pace”.
La genuina educazione alla pace non consente
la fuga nel sogno di una pace dell’anima, raggiunta con la fuga
dalle proprie responsabilità. Ma in modo ugualmente chiaro essa
insegna che la pace del mondo dipende dalla pace che abbiamo dentro
di noi. E per i credenti è evidente che “il metodo psicologico
deve essere accompagnato da una trasformazione spirituale”.
Conclusione
È comprensibile che a volte i leader della chiesa
non possano pronunciare un “sì” o un “no” chiaro; ma allora dovrebbero
trovare amplissimo ascolto certi significativi pronunciamenti
dei laici cristiani, uomini e donne, specie se in loro la competenza
specifica va unita a un impegno profondo per la causa di Cristo.
Ascoltiamo dunque il fisico e studioso tedesco dei problemi della
pace C. F. von Weizsacker: “Il cristianesimo ha fatto una distinzione
tra la guerra giusta e la guerra ingiusta e tra un modo giusto
e uno ingiusto di condurla. Ha fatto una distinzione tra l’etica
individuale, che tendeva a riferirsi al Sermone sul monte, e l’etica
di responsabilità politica, che comandava di proteggere i propri
simili facendo uso delle armi. Tutto ciò ispira rispetto quando
implica serietà di impegno. Ma mi chiedo se, dopo aver letto il
Nuovo testamento, posso ancora lanciare una bomba H, e so che
la risposta è “No!”. E se non ho il diritto di lanciarla non posso
neppure fabbricarla perché un altro possa adoperarla, mi è lecito
fabbricarla a scopo intimidatorio? … Non credo che la chiesa possa
approvare l’uso della bomba H. Se non è capace di dire di no,
dovrà ammettere la sua perplessità sia apertamente sia riducendosi
al silenzio. Tuttavia credo che i membri della chiesa possano
essere utili a se stessi e al mondo intero se, in base a presupposti
inequivocabili, dicono chiaramente “No!”.
*Estratto
del III Volume del libro “Liberi e fedeli in Cristo” di Behrnard
Haring – Ed. San Paolo