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Guerra nel
peloponneso
Tucidide e la democrazia imperialista
Prof.
Giovanni Giorgini
Guerra
e politica
Thomas Hobbes, lettore e traduttore attento
di Tucidide e profondo conoscitore della cultura greca classica,
poneva notoriamente “come una inclinazione generale di tutta l’umanità,
un desiderio perpetuo e senza tregua di un potere dopo l’altro che
cessa solo nella morte”. A dimostrazione di questa tesi, aggiungeva
come testimonianza che “è per ciò che i re, il cui potere è grandissimo,
volgono i loro sforzi ad assicurarlo in patria con le leggi e all’estero
con le guerre”. La motivazione psicologica
come spiegazione della guerra, perché l’umano desiderio di potenza
è illimitato e porta non solo alla “guerra di tutti contro tutti”
ma anche allo scontro tra Stati, va respinta perché monocausale,
sebbene sia antica quanto la potenza stessa: ricercare l’origine
del conflitto nella psiche dell’uomo, nell’impulso ad accrescere
il proprio potere sugli altri al fine di poter soddisfare tutti
i propri desideri, significa inoltre prescindere dalla dimensione
politica, mentre la guerra è un fenomeno eminentemente politico.
Eppure questa spiegazione viene adoperata dalle nostre fonti Erodoto
e Tucidide, i quali ci hanno per primi narrato gli eventi e fissato
i criteri per conoscere la politica di potenza nel mondo antico.
Essi, tracciando una distinzione che diverrà poi paradigmatica,
utilizzarono infatti una spiegazione psicologica per descrivere
la più cospicua forma di espansionismo a loro nota, quella dell’impero
persiano: il Gran Re vuole allargare i confini del suo impero e
questo lo spinge a sempre nuove conquiste, dietro le quali non vi
è dunque una progettualità politica ma mera sete di potere, la volontà
di un singolo che comanda su un popolo di schiavi. Nella loro visione esiste
dunque una netta distinzione, anzi una chiara contrapposizione,
tra il mero potere, concepito come un possesso personale, la cui
esemplificazione è in figure di tiranni come Policrate di Samo o
il Gran Re, i quali non perseguono alcun disegno politico ma solo
i propri interessi privati, personali, e la potenza utilizzata in
vista di un fine politico, il cui esercizio diventa in Tucidide
il metro di misura di ogni entità politica: la ‘politicità’ si misura
infatti sulla capacità di aggregare un sistema di potenza e di utilizzarlo
per perseguire scopi politici, quali sicurezza, arricchimento, gloria
perenne della città. Vi è qualcosa di inevitabile in questa visione
del ‘politico’ di Tucidide che lo accomuna a Carl Schmitt, alla sua concezione dell’imprescindibilità
del ‘politico’ inteso come distinzione tra ‘amico’ e ‘nemico’ che
non viene meno neppure se un popolo rinuncia programmaticamente
all’espansione e alla guerra:
Il ‘politico’ non scompare dal mondo per il fatto
che un popolo non ha più la forza o la volontà di mantenersi nella
sfera del ‘politico’ stesso: scompare semplicemente un popolo debole.
Nella visione privatistica del potere, questo
rende l’uomo felice perché gli permette di esaudire qualunque desiderio,
rende più luminosa la bellezza e impedisce che ci si accorga della
bruttezza, come dice Senofonte. È questa una delle ragioni dell’attrattiva
di quella figura ambigua (perché pubblicamente disprezzata e segretamente
desiderata) della politica greca che è il tiranno: il suo enorme
potere gli consente di fare ciò che vuole, di assurgere quasi al
rango degli dei (“tirannide simile alla divinità”, nella icastica
formulazione di Euripide), di essere l’unico libero
mentre i suoi sudditi sono tutti schiavi; l’assoluta libertà implica,
in quest’ottica, l’asservimento di tutti gli altri. Qui siamo però
ancora all’interno di una dimensione privatistica, non siamo nel
koinon della politica. Erodoto e Tucidide già sanno che per avere
politica di potenza, invece, è necessaria la politica –coscienza
politica e progettualità politica- elementi inesistenti nella tirannide
e nell’impero achemenide, ove il monarca ha una concezione patrimoniale
dello Stato, perché lo considera un proprio possesso personale. L’acquisizione di nuove
terre al proprio impero non ha infatti una finalità politica: i
nuovi soggetti sono semplicemente chiamati a versare un tributo
al Gran Re. L’hybris di Serse lo porta a pensare che
la conquista della Grecia renderà la terra persiana confinante con
l’etere di Zeus; di fronte alle prime sconfitte
egli ritiene di potere “perdonare” agli Ateniesi i loro errori per
farseli alleati e sottomettere così tutta la Grecia: la resistenza
al suo esercito non è un atto politico bensì un’offesa personale,
un delitto di lesa maiestas.
La politica di potenza nel mondo occidentale
ha inizio allorché esistono le condizioni oggettive –già individuate
da Tucidide: stabilità sociale, dinamica economica, coscienza politica,
aggregazione di entità economico-politiche in un sistema centripeto
di forze- e la volontà di un soggetto politico di utilizzare tale
potenza per raggiungere fini politici. Il grande spartiacque della
nostra narrazione è costituito dalle guerre persiane, che rappresentano
il momento in cui i Greci acquisiscono coscienza politica e consapevolezza
della propria diversità dall’impero persiano. Non lasciamoci tuttavia
ingannare dalla brillante propaganda ateniese né da quell’abile
operazione culturale per cui dopo essere stato sconfitto sul campo
di battaglia il persiano venne trasformato nel ‘barbaro’ per antonomasia.
Erodoto interpreta infatti il conflitto contro quello che
da allora in poi sarà il ‘barbaro’ come una lotta per la libertà,
contro l’asservimento dell’intera Grecia, in cui tutto per tutto
è in gioco: egli attribuisce motivazioni elleniche al Drang
nach Westen dell’impero persiano. Non fu certamente questo il
primo incontro tra Greci e ‘barbari’: pochi anni prima, nel 506,
la neonata democrazia clistenica non si era peritata di chiedere
aiuto a un satrapo persiano contro la minaccia di Sparta. Erodoto, poi, mostra chiaramente
come la ‘grecità’ stessa sia stata un’invenzione a posteriori, perché
molti Greci in realtà “medizzarono”, ossia parteggiarono per i Persiani: alcuni per timore, altri per convenienza, altri
ancora perché divisi da un odio così feroce che, qualunque campo
avesse abbracciato l’avversario, essi avrebbero scelto quello opposto,
segno che l’odio interno prevaleva sulla diversità di stirpe; anche
tra coloro che si opposero ai Persiani le posizioni furono differenziate:
Sparta, per esempio, cercò di disimpegnarsi con celerità da una
guerra che portava i propri opliti lontano dalla madrepatria. Non
a caso Erodoto definisce coloro che resistettero al Medo come “quelli
che erano animati dai propositi migliori verso la Grecia” o “quelli dei Greci che
volevano essere liberi”. Esemplare è, in questo senso, Erodoto VII,
139, capitolo che contiene la chiave di volta interpretativa delle
guerre persiane e della loro portata storica e che si apre con una
solenne affermazione di deontologia storica, in quanto si afferma
che la ricerca, e il suo risultato –la storia- hanno come fine la
verità, la quale non può essere taciuta anche se il suo disvelamento
risulterà sgradevole alla maggioranza, perché contrario alla communis
opinio. Dopo aver affermato nel capitolo
precedente che i Greci, sebbene fossero a conoscenza della spedizione
di Serse, “non la giudicavano tutti nello stesso modo”, Erodoto
introduce qui un’esaltazione di Atene come salvatrice dell’Ellade,
in un contesto altamente drammatico, perché chiama in causa anche
la divinità; dalla scelta di Atene
dipese la sopravvivenza e la libertà di tutta la Grecia: furono
le navi ateniesi, “naturalmente dopo gli dei”, che respinsero l’armata
del Re. Si segnala uno spostamento dell’asse politico da Sparta
ad Atene e, nel dibattito sul merito della vittoria sul barbaro,
Erodoto dà qui un enorme contributo alla formazione di quella ‘verità’
storica che doveva diventare il punto di riferimento culturale delle
successive azioni politiche ateniesi: la battaglia navale di Salamina
fu l’evento decisivo della guerra, da cui dipese la soteria e l’eleutheria della Grecia
intera; Temistocle, e gli Ateniesi in generale, hanno raccolto il
tropaion Miltiadou e ai vincitori si apre
il problema dello sfruttamento della vittoria.
Il
problema dello sfruttamento della vittoria
Per valutare correttamente il succedersi degli
eventi in questo tornante storico decisivo, occorre esaminare quali
erano gli attori politici, quali le forze in campo e
le alternative di scelta: si vedrà così come ogni singola
tappa nella creazione dell’impero ateniese sia stata il frutto di
scelte politiche fatte dopo aver scartato proposte e progetti alternativi,
inserite nel più ampio contesto di un quadro politico ove le potenze
avversarie commisero errori o non seppero in ogni caso opporsi efficacemente
al dinamismo ateniese; si vedrà inoltre lo stretto intreccio tra
politica interna e politica estera presente nelle città egemoni.
Atene e Sparta, che hanno condotto le forze panelleniche alle vittorie
navali di Salamina e Micale e a quella terrestre di Platea, emergono
dallo scontro con i Persiani come potenze egemoni. All’interno di
Sparta troviamo una durissima lotta politica fra tre fazioni, portatrici
di differenti progetti: da una parte il re Leotichide, fautore di
una politica di espansione continentale, il quale compie una spedizione
nella Grecia centrale per punire le città che avevano parteggiato
per il Medo, secondo il giuramento fatto all’inizio della guerra,
ma senza ottenere grossi risultati; dall’altra vi è il reggente Pausania, il trionfatore
di Platea, di cui è difficile determinare con esattezza i confini
dell’ambizione personale e dell’acume politico, il quale persegue
un audace e intempestivo progetto di egemonia egeica, fondato su
un’alleanza con la Persia in funzione anti-ateniese; vi è infine la determinazione
degli efori, il tradizionale contro-potere della monarchia a Sparta,
di far prevalere le ragioni di politica interna su quella estera:
il progetto di Pausania avrebbe avuto infatti conseguenze dirompenti
sul fragile equilibrio interno di Sparta, dove gli spartiati dovevano
tenere sotto controllo l’enorme massa degli iloti. Prevalse la linea
di disimpegno degli efori dopo una lotta sorda ma acerrima; inoltre,
l’odio degli Ioni per i comportamenti bizzarri e arroganti di Pausania
venne sfruttato dagli Ateniesi, i quali accettano la leadership
loro offerta dagli alleati. Da una convergenza di
interessi diversi nacque così la lega delio-attica, che non poteva
che avere inizialmente un contenuto ideologico di lotta anti-persiana,
un programma accettabile da Sparta e da Atene e che permetteva la
coesistenza nell’identificazione di un obiettivo politico immediato
che evitasse lo scontro diretto. Questa politica di pace verso Sparta
e guerra verso la Persia si incarna nella figura di Cimone, il figlio
di Milziade e uomo nuovo dell’aristocrazia, nella cui politica coesistono
espansionismo esterno e mantenimento dello status quo interno. Egli ottiene il potere
dopo che il radicale Temistocle, fautore di una politica aggressiva
che avrebbe portato rapidamente a un conflitto con Sparta, è stato
isolato politicamente, segno che le forze che lo appoggiano non
sono sufficientemente organizzate di fronte alla coalizione degli
avversari. Le imprese compiute sotto
il suo comando da Atene in questo periodo servono il duplice scopo
di combattere i Persiani e di arricchire nel contempo la città egemone.
Cimone, come sottolineano le fonti, persegue una politica
filantropica, utilizzando le proprie ricchezze personali per crearsi
un seguito: aiuta gli strati più poveri per liberalità personale,
evitando però di creare le basi politiche per un loro coinvolgimento
nelle decisioni della città. Questa epoca di amicizia e pacifica
coesistenza tra Sparta e Atene cessò in seguito a una concomitanza
di avvenimenti tra loro interrelati. Nel 464 un terremoto devastò
Sparta e gli iloti e i Messeni ne approfittarono per organizzare
una sollevazione unitaria, per soffocare la quale Sparta fu costretta
a chiedere l’aiuto degli Ateniesi; contemporaneamente Inaro, re
dei Libi, capeggia una rivolta degli Egizi contro la Persia e si
rivolge ad Atene per avere aiuto. Cimone e la fazione aristocratica
si trovarono così posti di fronte al dilemma se perseguire la lotta
anti-persiana o aiutare l’aristocrazia spartana, verso la quale
si perseguiva una politica di solidarietà e coesistenza. Cimone
e le forze conservatrici dietro di lui scelsero la via più difficile,
ossia l’allestimento di due spedizioni e l’impegno su di un doppio
fronte; in questo modo allontanarono quattromila opliti da Atene
favorendo il partito avversario nelle votazioni pubbliche e si esposero
a una facile critica, in quanto la spedizione oplitica sottolineava
il legame sovranazionale tra le aristocrazie e conferiva a questa
decisione un carattere strettamente aristocratico, quasi privato,
in ogni caso voluto da una fazione contro gli interessi dell’intera
comunità (Plutarco, Cimone
16, afferma che Efialte si oppose alla spedizione). Gli Spartani,
per di più, insospettiti dall’ “ansia di novità” degli Ateniesi,
rimandarono indietro il loro contingente, solo tra tutti i confederati,
perché li consideravano “elementi facinorosi”. La mano passò così agli
avversari di Cimone, che lo ostracizzarono dopo aver privato l’Areopago,
cittadella del potere aristocratico, della maggior parte dei suoi
poteri. Dopo la misteriosa uccisione di Efialte da parte di un avversario
politico il potere passò al giovane leader dei democratici Pericle,
che lo tenne ininterrottamente per più di trent’anni. Ma non ci
interessa qui ripercorrere la storia greca bensì evidenziare i tornanti
storici e le circostanze in cui furono compiute le scelte determinanti
per l’imperialismo ateniese. Due ulteriori osservazioni. Si è soliti
datare dopo la pace di Callia (449 a.C.) tra Atene e la Persia il
momento di svolta in cui la lega delio-attica cessò di avere una
motivazione ideologica panellenica e anti-persiana e divenne strumento
dell’egemonia ateniese. Occorre ricordare, però, come già con Cimone
Atene perseguisse una politica estera attivistica e soffocò fin
dall’inizio con decisione qualunque tentativo di defezione degli
alleati, a partire da Nasso nel 470 a.C. L’attivismo ateniese conobbe
un incremento dopo l’ascesa di Pericle e dei democratici ma in una
continuità di atteggiamento verso gli alleati e di politica estera
rispetto al passato: la polypragmosyne
non contraddistingue solamente la politica di Pericle. In secondo luogo, possiamo
notare come Atene e Sparta differiscono nella gestione del loro
impero: gli Spartani cercarono di instaurare un regime oligarchico
a loro favorevole nelle città della lega peloponnesiaca mentre gli
Ateniesi sottoposero gli alleati a un tributo, dopo essersi impossessati
di quasi tutte le loro flotte. In generale possiamo dire
che ad Atene si consumò un’esperienza nuova e unica di tutto il
mondo antico, quella di un governo derivante il proprio potere dai
ceti più numerosi ma meno abbienti della popolazione, un’esperienza
che divenne un esempio da imitare in altre città e tale da generare
sommovimenti e cambiamenti costituzionali. L’unicità dell’esperienza
democratica ateniese, connessa con la politica marittima di cui
era causa ed effetto al tempo stesso, trasformava la lotta politica
interna in lotta panellenica: non si tratta solamente di logica
di potenza ma di una logica politica più complessa, nella quale
potere e ideologia, forza e diritto, ragione e passione si trovano
in equilibrio precario in una commistione unica.
Non è superfluo soffermarci qui a fare una
considerazione. Ciò che avvenne dopo il 479 non fu il risultato
inevitabile delle circostanze; la lega delio-attica nacque originariamente
all’interno della lega panellenica e non in funzione anti-spartana;
la sua trasformazione in strumento di dominio ateniese era semplicemente
uno dei possibili sviluppi, una volta venuto meno il contenuto programmatico
originario; lo scontro con la lega peloponnesiaca capeggiata da
Sparta divenne inevitabile solo allorché gli attori politici coinvolti
decisero che il margine di sicurezza e coesistenza tra le due potenze
era divenuto inesistente. Dobbiamo qui sottrarci al fascino dell’ottica
tucididea. Non dimentichiamoci che la storia –come ci ricorda Stuart
Hampshire- può essere vista
“come una serie di eventualità irrealizzate che scorrono parallele
agli eventi effettivi e alle decisioni effettivamente prese”. L’arché,
l’impero, fu frutto di scelte deliberate da parte di attori politici
in un contesto di agone politico nel quale si confrontavano programmi
differenti e talvolta contrapposti; tali scelte avevano validità
nell’immediato e gli attori avevano una percezione necessariamente
vaga e limitata delle loro conseguenze nel lontano futuro. Le circostanze
hanno necessariamente limitato la gamma delle scelte ma queste non
sono viziate da alcun elemento deterministico: esse sono divenute
inevitabili solo dopo essere state compiute. Le scelte politiche,
inoltre, sono risposte, adeguate o inadeguate, ai problemi sul tappeto
e non hanno in vista che il futuro prossimo, non potendo prendere
in considerazione le circostanze del futuro remoto.
Non dimentichiamo poi che dietro alle scelte
politiche, oltre agli interessi e alle necessità di sicurezza, vi
sono anche motivazioni ideali. Nell’encomio per i caduti nel primo
anno di guerra –la cosiddetta “Orazione Funebre”- Pericle suffraga
la propria affermazione che Atene sia la “scuola dell’Ellade” sostenendo
che la potenza stessa della città mostra come questo non sia un
mero vanto di parole, quella potenza che eternerà la gloria ateniese
senza bisogno di un Omero che la canti in quanto gli Ateniesi costrinsero
tutto il mare e la terra
a divenire accessibili alla loro audacia, “stabilendo
ovunque, assieme alle nostre colonie, monumenti eterni delle nostre
imprese fortunate e sfortunate”.
Questo, come è noto, era un passo caro a Nietzsche,
che interpretava i due neutri kakon
te kagathon nel senso di “imprese buone e cattive”, a dimostrazione
che i Greci erano già pervenuti a realizzare che la volontà di potenza
è al di là del bene e del male, e sono le razze nobili ad avere
stabilito in ogni tempo valori morali da conquistatori. Vi è dunque anche una
motivazione ideale dell’impero ateniese in Tucidide, accanto alle
ragioni di utilità economica e di sicurezza. Pericle è persuaso che
l’acquisizione e l’esercizio della potenza siano il metro di misura
di ogni entità politica, in quanto la potenza consente di compiere
azioni che eternano la gloria della città e le consentono dunque
di sopravvivere nella memoria, anche quando gli uomini che la componevano
saranno tutti morti, e di “vincere di mille secoli il silenzio”.
Tucidide, che si vanta di aver compreso a fondo la natura umana,
sì da poterci fornire delle “leggi di copertura” sul comportamento
umano valide per l’eternità, prende così posizione nel dibattito
sull’impero ateniese, superando quella “logica del più forte” che
la cultura sofistica aveva addotto come spiegazione universale del
dominio e che traspare in altre parti della sua opera, come il celeberrimo
dialogo tra gli ambasciatori ateniesi e i Melii. Non mi persuade, quindi, la visione di Finley
secondo cui la guerra deve essere considerata una componente strutturale
delle società antiche, necessaria per l’acquisizione di profitti; ancor meno mi persuade
la considerazione secondo cui la guerra sarebbe il modo principale
per procurarsi forza-lavoro, ossia schiavi: Finley stesso ha dimostrato
l’esistenza di forza lavoro a bassissimo prezzo nelle società antiche
mentre, d’altro canto, è nota la condizione di ricchezza di molti
schiavi ateniesi. In quest’ottica non si
capisce poi la pratica ellenica di uccidere i maschi adulti dopo
la capitolazione di una città.
L’imperialismo
come scelta politica
L’elemento che non possiamo accettare in Tucidide
è l’inevitabilità, in un certo senso, dell’imperialismo nel mondo
antico. L’imperialismo è un modo di regolare i rapporti internazionali
da parte di un popolo, non è la conseguenza di un regime, come già
nel Settecento aveva dimostrato il primo filosofo politico americano,
Alexander Hamilton, attaccando il preteso “spirito pacifico delle
Repubbliche”. Ora, noi non dobbiamo commettere l’errore di rimanere all’interno
dell’ottica tucididea che vede inevitabile lo scontro tra Atene
e Sparta in quanto l’alethestate
prophasis, la ragione più vera, del conflitto fu il timore che
la potenza ateniese incuteva negli Spartani. In conseguenza di questa
sua ipotesi interpretativa, Tucidide dispone gli eventi della pentecontaetia
leggendo questa come un lungo prologo causale alla guerra del Peloponneso.
Io non credo all’inevitabilità di alcuna guerra; lo scontro diviene
‘inevitabile’ quando gli attori coinvolti così decidono in base
a considerazioni politiche, giuste o sbagliate.
L’imperialismo è dunque una scelta e non una necessità o
una costrizione, come Tucidide vorrebbe indurci a credere. Una scelta
che ha visto attori consapevoli valutare le alternative: dopo la
vittoria sui Persiani Sparta opta per una politica non imperialistica,
di disimpegno egeico e di contenimento nel Peloponneso, dopo aver
escluso i due progetti alternativi dell’egemonia continentale voluto
dal re Leotichide e dell’egemonia panellenica attuata attraverso
un accordo col re di Persia, possessore dell’unica altra flotta
nell’Egeo, perseguita dal reggente Pausania. Analogamente, ad Atene
è Temistocle il fautore della politica della flotta, un progetto
nato da una visione politica straordinaria ma non preveggente, e
che passò dopo molte resistenze grazie a uno stratagemma. Dopo la vittoria sui Persiani, la formazione
della lega delio-attica non ebbe inizialmente valenza anti-spartana,
perché l’unico contenuto possibile all’epoca era panellenico. Il
462 fu un evento di scelta che però non rese inevitabile lo scontro
con Sparta dal momento che gli Ateniesi ebbero molte occasioni di
verificare la coincidenza delle proprie responsabilità con la volontà
politica di Pericle. L’alleanza ateniese con Corcira, l’affare di
Potidea e il decreto di Megara indussero infine gli Spartani a ritenere
che fosse venuto meno il margine di sicurezza che li separava dall’aggressiva
potenza ateniese: tre fatti storici vengono così assunti come cause
della guerra. Ma nessun fatto storico è di per sé causa di alcunché
se manca la volontà politica di identificarlo come tale.
Mi sembra quindi necessario sottolineare questo
elemento di scelta e di progettualità politica, che Tucidide ci
lascia intravedere solamente tra le righe. Quella progettualità
politica che mancava agli antichi pirati e ai tiranni e che non
ha consentito loro di compiere alcunché di notevole, sebbene ne
avessero la possibilità. Per questo l’ “Archeologia”
è una dimostrazione della debolezza –astheneia- dei tempi antichi, perfettamente funzionale all’ipotesi
interpretativa della meghiste
kinesis, e dello scarso livello di coscienza politica del passato.
Come ci ricorda Attilio Roveri, l’uomo ha bisogno di sapere che
vive in una dimensione dove l’inesorabile è tale dopo la sua scelta,
non prima. Sottolineare questo elemento di scelta ci dà la possibilità
teorica di andare oltre Tucidide, sebbene la realtà che ci circonda
ci mostri continuamente come ciò sia difficile.
Tratto da: "Rivista
Storica dell'Antichità" 29 (1999) pp. 251-261.Capitolo
Settimo
Note
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