"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek

 

Guerra nel peloponneso

Tucidide e la democrazia imperialista

Prof. Giovanni Giorgini

Guerra e politica

   Thomas Hobbes, lettore e traduttore attento di Tucidide e profondo conoscitore della cultura greca classica, poneva notoriamente “come una inclinazione generale di tutta l’umanità, un desiderio perpetuo e senza tregua di un potere dopo l’altro che cessa solo nella morte”. A dimostrazione di questa tesi, aggiungeva come testimonianza che “è per ciò che i re, il cui potere è grandissimo, volgono i loro sforzi ad assicurarlo in patria con le leggi e all’estero con le guerre”. [1] La motivazione psicologica come spiegazione della guerra, perché l’umano desiderio di potenza è illimitato e porta non solo alla “guerra di tutti contro tutti” ma anche allo scontro tra Stati, va respinta perché monocausale, sebbene sia antica quanto la potenza stessa: ricercare l’origine del conflitto nella psiche dell’uomo, nell’impulso ad accrescere il proprio potere sugli altri al fine di poter soddisfare tutti i propri desideri, significa inoltre prescindere dalla dimensione politica, mentre la guerra è un fenomeno eminentemente politico. Eppure questa spiegazione viene adoperata dalle nostre fonti Erodoto e Tucidide, i quali ci hanno per primi narrato gli eventi e fissato i criteri per conoscere la politica di potenza nel mondo antico. Essi, tracciando una distinzione che diverrà poi paradigmatica, utilizzarono infatti una spiegazione psicologica per descrivere la più cospicua forma di espansionismo a loro nota, quella dell’impero persiano: il Gran Re vuole allargare i confini del suo impero e questo lo spinge a sempre nuove conquiste, dietro le quali non vi è dunque una progettualità politica ma mera sete di potere, la volontà di un singolo che comanda su un popolo di schiavi. [2] Nella loro visione esiste dunque una netta distinzione, anzi una chiara contrapposizione, tra il mero potere, concepito come un possesso personale, la cui esemplificazione è in figure di tiranni come Policrate di Samo o il Gran Re, i quali non perseguono alcun disegno politico ma solo i propri interessi privati, personali, e la potenza utilizzata in vista di un fine politico, il cui esercizio diventa in Tucidide il metro di misura di ogni entità politica: la ‘politicità’ si misura infatti sulla capacità di aggregare un sistema di potenza e di utilizzarlo per perseguire scopi politici, quali sicurezza, arricchimento, gloria perenne della città. Vi è qualcosa di inevitabile in questa visione del ‘politico’ di Tucidide che lo accomuna a Carl Schmitt, [3]   alla sua concezione dell’imprescindibilità del ‘politico’ inteso come distinzione tra ‘amico’ e ‘nemico’ che non viene meno neppure se un popolo rinuncia programmaticamente all’espansione e alla guerra:

 

Il ‘politico’ non scompare dal mondo per il fatto che un popolo non ha più la forza o la volontà di mantenersi nella sfera del ‘politico’ stesso: scompare semplicemente un popolo debole. [4]

 

   Nella visione privatistica del potere, questo rende l’uomo felice perché gli permette di esaudire qualunque desiderio, rende più luminosa la bellezza e impedisce che ci si accorga della bruttezza, come dice Senofonte. È questa una delle ragioni dell’attrattiva di quella figura ambigua (perché pubblicamente disprezzata e segretamente desiderata) della politica greca che è il tiranno: il suo enorme potere gli consente di fare ciò che vuole, di assurgere quasi al rango degli dei (“tirannide simile alla divinità”, nella icastica formulazione di Euripide), [5] di essere l’unico libero mentre i suoi sudditi sono tutti schiavi; l’assoluta libertà implica, in quest’ottica, l’asservimento di tutti gli altri. Qui siamo però ancora all’interno di una dimensione privatistica, non siamo nel koinon della politica. Erodoto e Tucidide già sanno che per avere politica di potenza, invece, è necessaria la politica –coscienza politica e progettualità politica- elementi inesistenti nella tirannide e nell’impero achemenide, ove il monarca ha una concezione patrimoniale dello Stato, perché lo considera un proprio possesso personale. [6] L’acquisizione di nuove terre al proprio impero non ha infatti una finalità politica: i nuovi soggetti sono semplicemente chiamati a versare un tributo al Gran Re. L’hybris di Serse lo porta a pensare che la conquista della Grecia renderà la terra persiana confinante con l’etere di Zeus; [7] di fronte alle prime sconfitte egli ritiene di potere “perdonare” agli Ateniesi i loro errori per farseli alleati e sottomettere così tutta la Grecia: la resistenza al suo esercito non è un atto politico bensì un’offesa personale, un delitto di lesa maiestas.

   La politica di potenza nel mondo occidentale ha inizio allorché esistono le condizioni oggettive –già individuate da Tucidide: stabilità sociale, dinamica economica, coscienza politica, aggregazione di entità economico-politiche in un sistema centripeto di forze- e la volontà di un soggetto politico di utilizzare tale potenza per raggiungere fini politici. Il grande spartiacque della nostra narrazione è costituito dalle guerre persiane, che rappresentano il momento in cui i Greci acquisiscono coscienza politica e consapevolezza della propria diversità dall’impero persiano. Non lasciamoci tuttavia ingannare dalla brillante propaganda ateniese né da quell’abile operazione culturale per cui dopo essere stato sconfitto sul campo di battaglia il persiano venne trasformato nel ‘barbaro’ per antonomasia.  Erodoto interpreta infatti il conflitto contro quello che da allora in poi sarà il ‘barbaro’ come una lotta per la libertà, contro l’asservimento dell’intera Grecia, in cui tutto per tutto è in gioco: egli attribuisce motivazioni elleniche al Drang nach Westen dell’impero persiano. Non fu certamente questo il primo incontro tra Greci e ‘barbari’: pochi anni prima, nel 506, la neonata democrazia clistenica non si era peritata di chiedere aiuto a un satrapo persiano contro la minaccia di Sparta. [8] Erodoto, poi, mostra chiaramente come la ‘grecità’ stessa sia stata un’invenzione a posteriori, perché molti Greci in realtà “medizzarono”, ossia parteggiarono per i Persiani: [9]   alcuni per timore, altri per convenienza, altri ancora perché divisi da un odio così feroce che, qualunque campo avesse abbracciato l’avversario, essi avrebbero scelto quello opposto, segno che l’odio interno prevaleva sulla diversità di stirpe; anche tra coloro che si opposero ai Persiani le posizioni furono differenziate: Sparta, per esempio, cercò di disimpegnarsi con celerità da una guerra che portava i propri opliti lontano dalla madrepatria. Non a caso Erodoto definisce coloro che resistettero al Medo come “quelli che erano animati dai propositi migliori verso la Grecia” [10] o “quelli dei Greci che volevano essere liberi”. [11]   Esemplare è, in questo senso, Erodoto VII, 139, capitolo che contiene la chiave di volta interpretativa delle guerre persiane e della loro portata storica e che si apre con una solenne affermazione di deontologia storica, in quanto si afferma che la ricerca, e il suo risultato –la storia- hanno come fine la verità, la quale non può essere taciuta anche se il suo disvelamento risulterà sgradevole alla maggioranza, perché contrario alla communis opinio. Dopo aver affermato nel capitolo precedente che i Greci, sebbene fossero a conoscenza della spedizione di Serse, “non la giudicavano tutti nello stesso modo”, Erodoto introduce qui un’esaltazione di Atene come salvatrice dell’Ellade, in un contesto altamente drammatico, perché chiama in causa anche la divinità; [12] dalla scelta di Atene dipese la sopravvivenza e la libertà di tutta la Grecia: furono le navi ateniesi, “naturalmente dopo gli dei”, che respinsero l’armata del Re. Si segnala uno spostamento dell’asse politico da Sparta ad Atene e, nel dibattito sul merito della vittoria sul barbaro, Erodoto dà qui un enorme contributo alla formazione di quella ‘verità’ storica che doveva diventare il punto di riferimento culturale delle successive azioni politiche ateniesi: la battaglia navale di Salamina fu l’evento decisivo della guerra, da cui dipese la soteria e l’eleutheria della Grecia intera; Temistocle, e gli Ateniesi in generale, hanno raccolto il tropaion Miltiadou e ai vincitori si apre il problema dello sfruttamento della vittoria. [13]

Il problema dello sfruttamento della vittoria

   Per valutare correttamente il succedersi degli eventi in questo tornante storico decisivo, occorre esaminare quali erano gli attori politici, quali le forze in campo e  le alternative di scelta: si vedrà così come ogni singola tappa nella creazione dell’impero ateniese sia stata il frutto di scelte politiche fatte dopo aver scartato proposte e progetti alternativi, inserite nel più ampio contesto di un quadro politico ove le potenze avversarie commisero errori o non seppero in ogni caso opporsi efficacemente al dinamismo ateniese; si vedrà inoltre lo stretto intreccio tra politica interna e politica estera presente nelle città egemoni. Atene e Sparta, che hanno condotto le forze panelleniche alle vittorie navali di Salamina e Micale e a quella terrestre di Platea, emergono dallo scontro con i Persiani come potenze egemoni. All’interno di Sparta troviamo una durissima lotta politica fra tre fazioni, portatrici di differenti progetti: da una parte il re Leotichide, fautore di una politica di espansione continentale, il quale compie una spedizione nella Grecia centrale per punire le città che avevano parteggiato per il Medo, secondo il giuramento fatto all’inizio della guerra, ma senza ottenere grossi risultati; [14]   dall’altra vi è il reggente Pausania, il trionfatore di Platea, di cui è difficile determinare con esattezza i confini dell’ambizione personale e dell’acume politico, il quale persegue un audace e intempestivo progetto di egemonia egeica, fondato su un’alleanza con la Persia in funzione anti-ateniese; [15] vi è infine la determinazione degli efori, il tradizionale contro-potere della monarchia a Sparta, di far prevalere le ragioni di politica interna su quella estera: il progetto di Pausania avrebbe avuto infatti conseguenze dirompenti sul fragile equilibrio interno di Sparta, dove gli spartiati dovevano tenere sotto controllo l’enorme massa degli iloti. Prevalse la linea di disimpegno degli efori dopo una lotta sorda ma acerrima; inoltre, l’odio degli Ioni per i comportamenti bizzarri e arroganti di Pausania venne sfruttato dagli Ateniesi, i quali accettano la leadership loro offerta dagli alleati. [16] Da una convergenza di interessi diversi nacque così la lega delio-attica, che non poteva che avere inizialmente un contenuto ideologico di lotta anti-persiana, un programma accettabile da Sparta e da Atene e che permetteva la coesistenza nell’identificazione di un obiettivo politico immediato che evitasse lo scontro diretto. Questa politica di pace verso Sparta e guerra verso la Persia si incarna nella figura di Cimone, il figlio di Milziade e uomo nuovo dell’aristocrazia, nella cui politica coesistono espansionismo esterno e mantenimento dello status quo interno. Egli ottiene il potere dopo che il radicale Temistocle, fautore di una politica aggressiva che avrebbe portato rapidamente a un conflitto con Sparta, è stato isolato politicamente, segno che le forze che lo appoggiano non sono sufficientemente organizzate di fronte alla coalizione degli avversari. [17] Le imprese compiute sotto il suo comando da Atene in questo periodo servono il duplice scopo di combattere i Persiani e di arricchire nel contempo la città egemone. Cimone, come sottolineano le fonti, [18] persegue una politica filantropica, utilizzando le proprie ricchezze personali per crearsi un seguito: aiuta gli strati più poveri per liberalità personale, evitando però di creare le basi politiche per un loro coinvolgimento nelle decisioni della città. Questa epoca di amicizia e pacifica coesistenza tra Sparta e Atene cessò in seguito a una concomitanza di avvenimenti tra loro interrelati. Nel 464 un terremoto devastò Sparta e gli iloti e i Messeni ne approfittarono per organizzare una sollevazione unitaria, per soffocare la quale Sparta fu costretta a chiedere l’aiuto degli Ateniesi; contemporaneamente Inaro, re dei Libi, capeggia una rivolta degli Egizi contro la Persia e si rivolge ad Atene per avere aiuto. Cimone e la fazione aristocratica si trovarono così posti di fronte al dilemma se perseguire la lotta anti-persiana o aiutare l’aristocrazia spartana, verso la quale si perseguiva una politica di solidarietà e coesistenza. Cimone e le forze conservatrici dietro di lui scelsero la via più difficile, ossia l’allestimento di due spedizioni e l’impegno su di un doppio fronte; in questo modo allontanarono quattromila opliti da Atene favorendo il partito avversario nelle votazioni pubbliche e si esposero a una facile critica, in quanto la spedizione oplitica sottolineava il legame sovranazionale tra le aristocrazie e conferiva a questa decisione un carattere strettamente aristocratico, quasi privato, in ogni caso voluto da una fazione contro gli interessi dell’intera comunità (Plutarco, Cimone 16, afferma che Efialte si oppose alla spedizione). Gli Spartani, per di più, insospettiti dall’ “ansia di novità” degli Ateniesi, rimandarono indietro il loro contingente, solo tra tutti i confederati, perché li consideravano “elementi facinorosi”. [19] La mano passò così agli avversari di Cimone, che lo ostracizzarono dopo aver privato l’Areopago, cittadella del potere aristocratico, della maggior parte dei suoi poteri. Dopo la misteriosa uccisione di Efialte da parte di un avversario politico il potere passò al giovane leader dei democratici Pericle, che lo tenne ininterrottamente per più di trent’anni. Ma non ci interessa qui ripercorrere la storia greca bensì evidenziare i tornanti storici e le circostanze in cui furono compiute le scelte determinanti per l’imperialismo ateniese. Due ulteriori osservazioni. Si è soliti datare dopo la pace di Callia (449 a.C.) tra Atene e la Persia il momento di svolta in cui la lega delio-attica cessò di avere una motivazione ideologica panellenica e anti-persiana e divenne strumento dell’egemonia ateniese. Occorre ricordare, però, come già con Cimone Atene perseguisse una politica estera attivistica e soffocò fin dall’inizio con decisione qualunque tentativo di defezione degli alleati, a partire da Nasso nel 470 a.C. [20] L’attivismo ateniese conobbe un incremento dopo l’ascesa di Pericle e dei democratici ma in una continuità di atteggiamento verso gli alleati e di politica estera rispetto al passato: la polypragmosyne non contraddistingue solamente la politica di Pericle. [21] In secondo luogo, possiamo notare come Atene e Sparta differiscono nella gestione del loro impero: gli Spartani cercarono di instaurare un regime oligarchico a loro favorevole nelle città della lega peloponnesiaca mentre gli Ateniesi sottoposero gli alleati a un tributo, dopo essersi impossessati di quasi tutte le loro flotte. [22] In generale possiamo dire che ad Atene si consumò un’esperienza nuova e unica di tutto il mondo antico, quella di un governo derivante il proprio potere dai ceti più numerosi ma meno abbienti della popolazione, un’esperienza che divenne un esempio da imitare in altre città e tale da generare sommovimenti e cambiamenti costituzionali. L’unicità dell’esperienza democratica ateniese, connessa con la politica marittima di cui era causa ed effetto al tempo stesso, trasformava la lotta politica interna in lotta panellenica: non si tratta solamente di logica di potenza ma di una logica politica più complessa, nella quale potere e ideologia, forza e diritto, ragione e passione si trovano in equilibrio precario in una commistione unica.

   Non è superfluo soffermarci qui a fare una considerazione. Ciò che avvenne dopo il 479 non fu il risultato inevitabile delle circostanze; la lega delio-attica nacque originariamente all’interno della lega panellenica e non in funzione anti-spartana; la sua trasformazione in strumento di dominio ateniese era semplicemente uno dei possibili sviluppi, una volta venuto meno il contenuto programmatico originario; lo scontro con la lega peloponnesiaca capeggiata da Sparta divenne inevitabile solo allorché gli attori politici coinvolti decisero che il margine di sicurezza e coesistenza tra le due potenze era divenuto inesistente. Dobbiamo qui sottrarci al fascino dell’ottica tucididea. Non dimentichiamoci che la storia –come ci ricorda Stuart Hampshire-  può essere vista “come una serie di eventualità irrealizzate che scorrono parallele agli eventi effettivi e alle decisioni effettivamente prese”. [23]   L’arché, l’impero, fu frutto di scelte deliberate da parte di attori politici in un contesto di agone politico nel quale si confrontavano programmi differenti e talvolta contrapposti; tali scelte avevano validità nell’immediato e gli attori avevano una percezione necessariamente vaga e limitata delle loro conseguenze nel lontano futuro. Le circostanze hanno necessariamente limitato la gamma delle scelte ma queste non sono viziate da alcun elemento deterministico: esse sono divenute inevitabili solo dopo essere state compiute. Le scelte politiche, inoltre, sono risposte, adeguate o inadeguate, ai problemi sul tappeto e non hanno in vista che il futuro prossimo, non potendo prendere in considerazione le circostanze del futuro remoto.

   Non dimentichiamo poi che dietro alle scelte politiche, oltre agli interessi e alle necessità di sicurezza, vi sono anche motivazioni ideali. Nell’encomio per i caduti nel primo anno di guerra –la cosiddetta “Orazione Funebre”- Pericle suffraga la propria affermazione che Atene sia la “scuola dell’Ellade” sostenendo che la potenza stessa della città mostra come questo non sia un mero vanto di parole, quella potenza che eternerà la gloria ateniese senza bisogno di un Omero che la canti in quanto gli Ateniesi costrinsero tutto il mare e la  terra  a  divenire accessibili alla loro audacia, “stabilendo ovunque, assieme alle nostre colonie, monumenti eterni delle nostre imprese fortunate e sfortunate”. [24]

   Questo, come è noto, era un passo caro a Nietzsche, che interpretava i due neutri kakon te kagathon nel senso di “imprese buone e cattive”, a dimostrazione che i Greci erano già pervenuti a realizzare che la volontà di potenza è al di là del bene e del male, e sono le razze nobili ad avere stabilito in ogni tempo valori morali da conquistatori. [25] Vi è dunque anche una motivazione ideale dell’impero ateniese in Tucidide, accanto alle ragioni di utilità economica e di sicurezza. [26] Pericle è persuaso che l’acquisizione e l’esercizio della potenza siano il metro di misura di ogni entità politica, in quanto la potenza consente di compiere azioni che eternano la gloria della città [27] e le consentono dunque di sopravvivere nella memoria, anche quando gli uomini che la componevano saranno tutti morti, e di “vincere di mille secoli il silenzio”. Tucidide, che si vanta di aver compreso a fondo la natura umana, sì da poterci fornire delle “leggi di copertura” sul comportamento umano valide per l’eternità, prende così posizione nel dibattito sull’impero ateniese, superando quella “logica del più forte” che la cultura sofistica aveva addotto come spiegazione universale del dominio e che traspare in altre parti della sua opera, come il celeberrimo dialogo tra gli ambasciatori ateniesi e i Melii. [28]   Non mi persuade, quindi, la visione di Finley secondo cui la guerra deve essere considerata una componente strutturale delle società antiche, necessaria per l’acquisizione di profitti; [29] ancor meno mi persuade la considerazione secondo cui la guerra sarebbe il modo principale per procurarsi forza-lavoro, ossia schiavi: Finley stesso ha dimostrato l’esistenza di forza lavoro a bassissimo prezzo nelle società antiche mentre, d’altro canto, è nota la condizione di ricchezza di molti schiavi ateniesi. [30] In quest’ottica non si capisce poi la pratica ellenica di uccidere i maschi adulti dopo la capitolazione di una città.

L’imperialismo come scelta politica

   L’elemento che non possiamo accettare in Tucidide è l’inevitabilità, in un certo senso, dell’imperialismo nel mondo antico. L’imperialismo è un modo di regolare i rapporti internazionali da parte di un popolo, non è la conseguenza di un regime, come già nel Settecento aveva dimostrato il primo filosofo politico americano, Alexander Hamilton, attaccando il preteso “spirito pacifico delle Repubbliche”.  Ora, noi non dobbiamo commettere l’errore di rimanere all’interno dell’ottica tucididea che vede inevitabile lo scontro tra Atene e Sparta in quanto l’alethestate prophasis, la ragione più vera, del conflitto fu il timore che la potenza ateniese incuteva negli Spartani. In conseguenza di questa sua ipotesi interpretativa, Tucidide dispone gli eventi della pentecontaetia leggendo questa come un lungo prologo causale alla guerra del Peloponneso. Io non credo all’inevitabilità di alcuna guerra; lo scontro diviene ‘inevitabile’ quando gli attori coinvolti così decidono in base a considerazioni politiche, giuste o sbagliate.  L’imperialismo è dunque una scelta e non una necessità o una costrizione, come Tucidide vorrebbe indurci a credere. Una scelta che ha visto attori consapevoli valutare le alternative: dopo la vittoria sui Persiani Sparta opta per una politica non imperialistica, di disimpegno egeico e di contenimento nel Peloponneso, dopo aver escluso i due progetti alternativi dell’egemonia continentale voluto dal re Leotichide e dell’egemonia panellenica attuata attraverso un accordo col re di Persia, possessore dell’unica altra flotta nell’Egeo, perseguita dal reggente Pausania. Analogamente, ad Atene è Temistocle il fautore della politica della flotta, un progetto nato da una visione politica straordinaria ma non preveggente, e che passò dopo molte resistenze grazie a uno stratagemma. [31]   Dopo la vittoria sui Persiani, la formazione della lega delio-attica non ebbe inizialmente valenza anti-spartana, perché l’unico contenuto possibile all’epoca era panellenico. Il 462 fu un evento di scelta che però non rese inevitabile lo scontro con Sparta dal momento che gli Ateniesi ebbero molte occasioni di verificare la coincidenza delle proprie responsabilità con la volontà politica di Pericle. L’alleanza ateniese con Corcira, l’affare di Potidea e il decreto di Megara indussero infine gli Spartani a ritenere che fosse venuto meno il margine di sicurezza che li separava dall’aggressiva potenza ateniese: tre fatti storici vengono così assunti come cause della guerra. Ma nessun fatto storico è di per sé causa di alcunché se manca la volontà politica di identificarlo come tale.    

   Mi sembra quindi necessario sottolineare questo elemento di scelta e di progettualità politica, che Tucidide ci lascia intravedere solamente tra le righe. Quella progettualità politica che mancava agli antichi pirati e ai tiranni e che non ha consentito loro di compiere alcunché di notevole, sebbene ne avessero la possibilità. [32] Per questo l’ “Archeologia” è una dimostrazione della debolezza –astheneia- dei tempi antichi, perfettamente funzionale all’ipotesi interpretativa della meghiste kinesis, e dello scarso livello di coscienza politica del passato. Come ci ricorda Attilio Roveri, l’uomo ha bisogno di sapere che vive in una dimensione dove l’inesorabile è tale dopo la sua scelta, non prima. Sottolineare questo elemento di scelta ci dà la possibilità teorica di andare oltre Tucidide, sebbene la realtà che ci circonda ci mostri continuamente come ciò sia difficile.

 

Tratto da: "Rivista Storica dell'Antichità" 29 (1999) pp. 251-261.Capitolo Settimo

Note

[1] T. Hobbes, Leviatano, Firenze, La Nuova Italia, 1976, cap. 11.

[2] Erodoto VII, 9 riporta l’asserzione di Mardonio secondo cui i Persiani hanno assoggettato e tengono schiavi molti popoli solo per il desiderio di accrescere la propria potenza (dynamis).

[3] Penso al Carl Schmitt del Concetto di ‘politico’ in Le categorie del ‘politico’, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 89-165, dove si afferma che nulla può sottrarsi alla consequenzialità del ‘politico’ inteso come contrasto decisivo, presupponente la possibilità della guerra, tra amico e nemico. Per un inquadramento di questo testo famoso quanto problematico si veda C. Galli, Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno, Bologna, Il Mulino, 1996, in part. pp. 733-744, dove Galli sottolinea come in questo testo Schmitt non voglia definire l’essenza della politica.

[4] C. Schmitt, Il concetto di ‘politico’, cit., p. 137.

[5] Euripide, Troiane v. 1168.

[6] Erodoto I, 4; IX, 116.

[7] Erodoto VII, 8.

[8] Erodoto V, 73 racconta l’episodio dell’ambasceria al satrapo di Sardi, inviata in un momento di difficoltà della democrazia ateniese. Gli Ateniesi chiedono una symmachia, un’alleanza, ad Artaferne, il quale avanza l’usuale richiesta di avere terra e acqua, ossia il riconoscimento del “protettorato” persiano su Atene, che lascia libertà all’interno dell’organizzazione dell’impero. Gli ambasciatori si assumono la responsabilità di accettare ma vengono sconfessati una volta tornati in patria. Non solo la richiesta ripugna all’ethos ateniese, alla nuova idea di libertà come isonomia, ma probabilmente il pericolo è cessato, le condizioni di isolamento ateniese che avevano motivato la richiesta sono venute meno.

[9] Erodoto VII, 132 elenca i popoli che concessero acqua e terra, segno di sottomissione, a Serse. Una corretta trattazione di questo tema in J.K. Davies, Greece after the Persian wars in Cambridge Ancient History, Cambridge, Cambridge University Press, vol. V, 1992, pp. 15-33.

[10] Erodoto VII, 145; VII, 172.

[11] Erodoto VII, 178.

[12] Cfr. anche Erodoto VIII, 109.

[13] È, questo, il tipico problema successivo alla fine di ogni guerra. Nel caso specifico il problema immediato sul tappeto era la difesa degli Ioni e il pericolo latente rappresentato dall’impero persiano. Erodoto IX, 106 afferma che gli Spartani proposero di lasciare la Ionia ai barbari e di trasferire gli abitanti in territorio greco; gli Ateniesi si opposero sostenendo che gli Ioni erano loro coloni e che essi li avrebbero difesi. Due considerazioni sono qui opportune: la debole proposta spartana tradisce l’incapacità di Sparta di impegnarsi lontano dal proprio territorio; gli Ateniesi inoltre invocano ragioni di syggeneia a giustificazione della loro arché sugli Ioni. A. Corcella in Tucidide, La disfatta di Siracusa, Venezia, Marsilio, 1996, p. 13 evidenzia questo principio della “consanguineità” con gli Ioni sostenuto dagli Ateniesi. Assai meno persuasivi C.W. Fornara-L.J. Samons II, Athens from Cleisthenes to Pericles, Berkeley-Los Angeles, University of California Press, 1991, p. 106, i quali affermano che gli Ateniesi consideravano gli Ioni dei “debosciati” ed esercitarono dunque in maniera spregiudicata il loro potere a causa di questo disprezzo.

[14] La spedizione di Leotichide in Tessaglia ci è narrata da Erodoto VI, 71-72, il quale afferma che Leotichide si lasciò corrompere e rinunciò così a proseguire le operazioni. Il giuramento contro le città colpevoli di aver parteggiato per il Medo senza essere costrette è riportato in Erodoto VII, 132.

[15] Per una trattazione più approfondita dell’intrigante figura di Pausania si veda il capitolo nono.

[16] Tucidide I, 75 e I, 96 (cfr. VI, 76) afferma che furono gli alleati ad offrire l’arché ad Atene, mentre altre fonti attribuiscono l’iniziativa ad Atene (Erodoto VIII, 3; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 23): sicuramente vi era una convergenza di interessi fra le parti. Tutte le fonti  sono inoltre concordi nell’evidenziare l’odio suscitato dal comportamento di Pausania e nell’attribuire a questo la perdita di prestigio e l’occasione perduta per Sparta: come mostra la successiva vicenda dell’ostracismo di Temistocle, gli Ateniesi  hanno sicuramente sfruttato abilmente per i propri fini una vicenda interna spartana. Tucidide I, 95  afferma che gli Spartani vedevano con favore l’egemonia ateniese sulla lega: “[i Lacedemoni] temevano che quelli  che  uscivano  dalla  loro patria si corrompessero, così come era avvenuto per Pausania, e perché anche volevano liberarsi della  guerra  coi  Medi  e credevano che gli Ateniesi sarebbero stati adatti a condurla e che, in quel periodo di tempo, fossero loro amici.” Decodificata, questa affermazione è un’eco delle motivazioni addotte dagli Spartani allorché furono costretti a fare buon viso a cattivo gioco e a lasciare agli Ateniesi l’iniziativa nel condurre la guerra; verosimilmente in quell’epoca gli Spartani non avevano motivo di considerare ostili gli Ateniesi e certamente volevano disimpegnarsi da una guerra che li teneva così lontani dalla madrepatria. Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 23, 2 afferma invece che gli Ateniesi ottennero l’egemonia sul mare “contro la volontà dei Lacedemoni”. Molto interessante, poi, Diodoro XI, 50, il quale afferma che la perdita dell’egemonia condusse molti Spartani, in particolare i giovani, a pensare di dichiarare guerra ad Atene.

[17] Le fonti ci presentano Temistocle come un personaggio adatto alle situazioni di emergenza, più che alle ordinarie decisioni politiche. Dopo la vittoria di Salamina egli fu l’artefice della costruzione delle lunghe mure che univano Atene al Pireo, edificate contro la volontà di Sparta. Tucidide I, 90 molto significativamente afferma che gli Spartani erano contrari perché “prevedevano il futuro”, ossia lo scontro con Atene. Questo rispecchia perfettamente la visione tucididea dell’inevitabilità di tale scontro tra potenze egemoni. Nella realtà, nessuno nel clima di pacificazione panellenica dell’epoca poteva prevedere quel futuro, come testimonia la philia tra Temistocle e gli Spartani di cui parlano Tucidide I, 91 e Erodoto VIII, 124.

[18] Plutarco, Cimone 10; Aristotele, Costituzione degli Ateniesi 27, 3.

[19] Tucidide I, 102; Plutarco, Cimone 17.

[20] Tucidide, esponendo i fatti, adotta pienamente l’ottica ateniese: parla infatti di ribellione (apostasis) di Nasso e attribuisce agli alleati e al loro scarso desiderio di impegnarsi nella lotta contro il barbaro la causa della trasformazione della lega in arché ateniese.

[21] La continuità con il passato è dimostrata ad esempio dalla repressione di Taso e dalla contemporanea spedizione nel Pangeo di Cimone. Sulla spedizione contro Taso si veda l’illuminante lavoro, ricco di suggestioni, di A. Roveri, Note sulla spedizione ateniese a Taso in “Rivista Storica dell’Antichità” (1980). Un’iscrizione riportante i caduti ateniesi in un solo anno di guerra, il 459 a.C., dà la misura dell’attivismo di Atene, impegnata su molteplici fronti: Cipro, Egitto, Fenicia, Halieis, Egina e Megara: R. Meiggs-D.M. Lewis, Greek Historical Inscriptions, Oxford, Clarendon, 1969, n. 33.

[22] Tucidide I, 19; cfr. I, 76.

[23] S. Hampshire, Innocenza ed esperienza, Milano, Feltrinelli, 1995, p. 106.

[24] Tucidide II, 41. Con motivazioni analoghe, sottolineando la transitorietà della situazione attuale in confronto alla perennità delle conquiste e della conseguente gloria raggiunta, Pericle cerca di risollevare l’animo degli Ateniesi colpiti dalla peste in II, 64.

[25] F. Nietzsche, Genealogia della morale, Milano, Adelphi, 1989.

[26] “Da quello stesso stato di cose siamo stati costretti a condurre il nostro dominio all’attuale situazione: soprattutto per timore, poi per essere onorati e infine per utilità.”: così affermano gli ambasciatori ateniesi a Sparta in Tucidide I, 75.

[27] Questo emerge anche nell’ “Archeologia”, laddove Tucidide ammonisce a non considerare nelle città più l’aspetto della potenza: I, 10.

[28] Cfr. L. Canfora, Tucidide e l'impero, Bari, Laterza, 1992, in part. pp. 16-20. La “logica del più forte”, per cui il più forte fa ciò che vuole e il più debole cede, è sostenuta notoriamente dai sofisti Trasimaco e Callicle, che conosciamo soprattutto attraverso le opere platoniche.

   Le continue imprese del demos ateniese avevano suscitato un dibattito sulla giustizia o meno dell’impero, nel quale le numerose voci di filosofi, sofisti, uomini politici presenti ad Atene avevano preso parte. Due bei lavori hanno di recente riproposto questo tema, fornendo suggestive interpretazioni:  C. Orwin, The humanity of Thucydides, Princeton, Princeton University Press, 1994 ritiene che la storia di Tucidide mostri il processo di auto-rivelazione di Atene e Sparta che giungono a comprendere il potere della necessità nelle cose politiche; M. Cesa, Le ragioni della forza, Bologna, Il Mulino, 1994 interpreta il potere della necessità in una prospettiva di relazioni internazionali come bisogno di sicurezza.

[29] M.I. Finley, The Fifth-Century Athenian empire: a balance sheet in P.D.A.Garnsey-C.R. Whittaker (eds), Imperialism in the ancient World, Cambridge, Cambridge University Press, 1978, pp. 103-126.

   Non dimentichiamo che le continue guerre condotte dal demos ateniese avevano generato un grande desiderio di pace, un sentimento di esecrazione della guerra, che pervade opere comiche come la Pace e gli Uccelli di Aristofane e opere tragiche come le Troiane di Euripide. Su questo tema si veda il suggestivo saggio di M. Gigante, Il tragico in Euripide: le “Troiane” in “Il Pensiero” 35 (1996) pp. 7-33.

[30] [Senofonte] Costituzione degli Ateniesi 11; trad. it. in Anonimo Ateniese, La democrazia come violenza, a cura di L. Canfora, Palermo, Sellerio, 1982, p. 19.

[31] Riportiamo nei suoi giusti termini l’affermazione tucididea secondo cui Temistocle sarebbe stato “del futuro, anche lontanissimo, infallibile profeta” (I, 138); una capacità di preveggenza gli è riconosciuta anche da Erodoto VIII, 109 ma potrebbe essere una considerazione ex post. Il tema dello “stratagemma” è un topos in Erodoto e Tucidide riguardo a Temistocle e rientra nel ritratto di uomo politico abilissimo ma spregiudicato che presentavano le loro fonti.

[32] Tucidide I, 5 afferma che i pirati, pur possedendo una flotta, che nella sua esperienza è il fattore determinante della potenza, non se ne servirono per fini politici; analogamente, i tiranni ebbero una grande potenza ma scarsa coscienza politica, per cui utilizzarono il potere solamente per fini personali: I, 17. Per una suggestiva assimilazione di pirata e tiranno come elementi arcaici, eliminati dal sorgere dell’ordinamento politico e degradati al rango di delinquenti, anzi di nemici del genere umano, si veda C. Schmitt, Il nomos della terra, Milano, Adelphi, 1991, pp. 21-22; cfr. p. 50. Su questa assimilazione si veda anche G. Giorgini, La città e il tiranno, Milano, Giuffré, 1993, pp. 16-17.

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