"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek

 

La froza del "pacifismo debole".
In difesa di un libro controverso*

di Danilo Zolo

Nelle pagine che seguono cercherò di rispondere ad alcune delle molte critiche che sono state rivolte al mio libro Cosmopolis, apparso presso Feltrinelli nell'autunno 1995. terrò particolarmente presenti i rilievi che mi sono stati espressi, in forma epistolare o nel corso di dibattiti pubblici, da alcuni degli interlocutori principali del mo libro, come Norberto Bobbio, Antonino Cassese e Richard Falk.
Le obiezioni cui sono andate incontro la mia critica del modello cosmopolitico e la mia proposta alternativa di un "pacifismo debole" possono esser compendiate neo tre punti seguenti:

1. nel mio libro io attribuisco alla guerra del Golfo il rilievo di una svolta epocale nelle relazioni internazionali: la qualifico addirittura come la "prima guerra globale cosmopolitica". Do invece un rilievo minimo alla guerra di Corea del 1950, il cui modello potrebbe essere invece considerato per molti aspetti analogo a quello della guerra del Golfo o almeno come una sua importante anticipazione. E non solo ignoro molti altri conflitti che insanguinano l'Asia meridionale e l'Africa subsahariana, ma trascuro di analizzare la guerra della ex-Jugoslavia. Dalle vicende della guerra del Golfo ho inferito conseguenze teoriche che sono contraddette o comunque rese problematiche dalle indicazioni teoriche che si possono ricavare dalla guerra bosniaca. Qui il ruolo delle grandi potenze è stato molto diverso e militarmente assai meno rilevante rispetto alla guerra del Golfo;

2. il bersaglio polemico centrale del mio libro è costituito ed enfatizzato ad arte. C'è perciò nel mio libro una ridondanza polemica e, soprattutto, una sfasatura critica. In realtà non esiste oggi alcun pericolo che le istituzioni internazionali assumano la forma di un Leviatano planetario, capace di governare dispoticamente il mondo, magari attraverso il terrore nucleare. Oggi non esiste alcuno stato che sia in grado di realizzare qualcosa del genere, o che sia interessato a farlo. Quanto agli Stati Uniti, essi non si mostrano affatto interessati ad una simile prospettiva. Ad una loro vocazione imperiale si oppongono il "complesso vietnamita"che ancora li affligge (cui ora si è aggiunta, dopo il fallimento della spedizione in Somalia, la "sindrome di Mogadiscio"), la preoccupazione ossessiva per la perdita di vite americane e il diffuso spirito democratico. Il cosmopolitismo, nel significato che io do a questo termine, è al più una teoria astratta proposta da alcuni pensatori poco realisti. I pericoli mortali contro cui questo libro io ingaggio una vera e propria colluttazione teorica non sono dunque che dei classici "mulini a vento";

3. il libro mantiene solo in parte le sue promesse (questa è la critica più diffusa). Mentre la pars destruens è relativamente ampia e analiticamente argomentata, la pars construens è appena abbozzata. La nozione di "weak pacifism" è essa stessa "debole" e congiunge paradossalmente assunzioni realistiche con aspettative che rasentano l'utopia. Da una parte c'è la considerazione dell'aggressività umana come una pulsione inarrestabile e, quindi, l'accettazione del conflitto e della guerra come mali inevitabili, se non addirittura come fattori evolutivi. Dall'altra c'è l'ottimistica speranza che pratiche di pacificazione spontanea, non istituzionalizzate o debolmente istituzionalizzate, possono esercitare quegli effetti di attenuazione dei conflitti che i risultati di pacificazione sembrano conseguire fra i primati antropomorfi. Oltre a ciò - questo rilievo specifico mi è stato rivolto da Norberto Bobbio - la proposta di un " pacifismo debole". Esso non pretende di eliminare la guerra una volta per tutte, ma si affida ad una forza militare centralizzata come terzo super partes incaricato di contenere e regolare i conflitti, non di sopprimere la guerra. Anche il pacifismo istituzionale muove dalla considerazione del carattere naturale dell'aggressività umana.
Cercherò di rispondere brevemente nei tre paragrafi a ciascuna di queste importanti critiche.

La guerra di Corea, la guerra del Golfo Persico e la guerra nella ex-Jugoslavia

Ho sostenuto e continuo a ritenere che la guerra del Golfo e non la guerra di Corea debba essere considerata la prima guerra "cosmopolitica". È vero che la guerra di Corea è stata formalmente combattuta dagli Stati Uniti in nome (e sotto la bandiera) delle Nazioni Unite e con una pretesa di legalità internazionale. E tuttavia essi non ricevettero alcuna delega in questo senso dalla comunità internazionale.
L'apparenza di un consenso "cosmopolitico" a sostegno della posizione statunitense fu dovuta, come è noto, ad uno stratagemma diplomatico. Gli Stati Uniti approfittarono della temporanea assenza del delegato dell'URSS in seno al Consiglio di Sicurezza per decidere unilateralmente la spedizione militare in soccorso della Corea del Sud invasa dall'esercito nordcoreano. Inoltre, nel 1950 le Nazioni Unite mancavano di una reale universalità istituzionale, poiché comprendevano meno di sessanta Stati. La guerra di Corea è stata, agli inizi degli anni cinquanta, essenzialmente un episodio cruento di quell'antagonismo bipolare fra il "mondo libero" e il "mondo comunista" che avrebbe alimentato nei decenni successivi la guerra fredda.
Al contrario, la guerra del golfo, pur voluta e condotta anch'essa prevalentemente dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, ha goduto del sostegno esplicito o della tacita accettazione della quasi totalità degli Stati del pianeta, inclusa l'Unione Sovietica e i paesi socialisti. A differenza della guerra di Corea, la guerra del Golfo è stata realmente condotta da un'amplissima coalizione internazionale che ha inteso sanzionare con la forza uno stato che aveva platealmente violato la sovranità di un altro Stato membro delle Nazioni Unite, invadendone il territorio. Da questo punto di vista, se non certo da quello dei mezzi usati e dalle finalità perseguite, si può dire che la guerra del Golfo è stata un'"operazione di polizia" volta a ripristinare l'ordine mondiale. E questa è stata la motivazione addotta dagli Stati Uniti per giustificare la loro spedizione militare entro la cornice della global security e del new world order.
Quanto alle conseguenze prodotte dalla guerra del Golfo, il mio giudizio non è molto diverso da quello che è stato espresso da Richard Falk e che ho ampiamente illustrato e commentato nel secondo capitolo del mio libro. Anche a mio parere la guerra del Golfo, sebbene sia stata una guerra molto rapida e sia stata altrettanto rapidamente rimossa dalla memoria occidentale, ha esercitato conseguenze negative di lungo periodo per la pratica e per la teoria delle relazioni internazionali. (Non insisto qui sulle devastazioni e sul sacrificio di centinaia di migliaia di persone innocenti che la guerra ha provocato e continua a provocare a causa di un embargo inutilmente spietato. E non insisto neppure sulla permanente instabilità dell'intera area mediorientale, come hanno segnalato i recenti attentati contro le basi militari statunitensi in Arabia Saudita).
A partire dalla guerra del Golfo si è instaurata una prassi che, al di là degli stessi limiti della struttura istituzionale delle Nazioni Unite, distorce l'esercizio della principale funzione che la carta attribuisce al consiglio di sicurezza: quella del mantenimento della pace. Come ha sostenuto Luigi Condorelli, il Consiglio di Sicurezza, anziché impegnarsi in iniziative di peacemaking con i mezzi diplomatici o coercitivi previsti dalla carta, ha consegnato (meglio: è stato indotto a consegnare) alle grandi potenze delle moderne "lettere da corsa". Ha cioè firmato delle deleghe in bianco a favore degli Stati che si sono mostrati interessati a (o hanno preteso di) condurre operazioni militari di peace enforcing e di imposizione armata della democrazia. Esemplari sono i casi della Somalia, del Ruanda, e di Haiti. In questo modo la patente di legalità internazionale che di volta in volta è stata concessa dal Consiglio di Sicurezza ha semplicemente trasformato, per così dire, dei pirati in corsari. Ma con ciò le Nazioni Unite non sono riuscite né a prevenire lo scoppio dei conflitti armati, né a contenerli efficacemente e tempestivamente - penso in particolare al duplice genocidio ruandese - , né, soprattutto, ad opporsi all'uso discrezionale della forza da parte delle grandi potenze, impegnate a promuovere, incuranti di qualsiasi aspetto normativo, o propri "interessi vitali". Gli interventi militari di questi "terzi parziali" hanno spesso aggiunto, ex post, violenza alla violenza, distruzioni alle distruzioni.
La guerra del Golfo ha dunque avviato un processo di ulteriore svuotamento dell'autorità delle Nazioni Unite. Oggi esse appaiono più che mai deboli, dipendenti, poco credibili e oppresse dalla crisi finanziaria cui le costringe, fa gli altri, l'amministrazione statunitense che si rifiuta di versare le ingenti quote di cui è debitrice. Gli Stati Uniti si sono spinti sino a imporre io nuovo Segretario generale, Kofi Annan, attraverso un esplicito ricatto finanziario. Il Consiglio di Sicurezza - dell'Assemblea Generale non ha più senso parlare - è sempre più una sorta di scatola vuota che le massime potenze militari e industriali possono riempire a piacere di contenuti corrispondenti alle loro strategie geopolitiche.
E vengo alla vicenda della ex-Jugoslavia. Ho dedicato nel mio libro pochi riferimenti al conflitto bosniaco perché mi è sembrato imprudente tentare un'interpretazione della guerra mentre essa era ancora in corso. Oggi, dopo che a Parigi sono stati formalmente firmati gli accordi di Dayton, la guerra bosniaca pare avviata verso la sua conclusione e le strategie che in questi anni sono state perseguite dai suoi principali protagonisti sembrano più chiaramente decifrabili.
Molti osservatori occidentali hanno sostenuto che sarebbe stato necessario intervenire rapidamente e con la massima energia per disarmare i contendenti e dirimere manu militari le loro controversie etniche e territoriali. All'inerzia delle Nazioni Unite, all'impotenza dell'Unione europea e alle reticenze degli Stati Uniti è stata attribuita la responsabilità morale, oltre che politica, di non aver fermato subito la guerra. Un immediato, massiccio intervento militare, simile a quello del Golfo Persico, si sostiene, avrebbe risparmiato la vita di buona parte delle 250000 vittime che il conflitto ha mietuto nel corso di oltre tre anni. Si sarebbero soprattutto impediti gli orrori della "pulizia etnica" che taluni hanno paragonato alla barbarie nazista. E si sarebbe risparmiato il lungo martirio di Sarajevo.
A conferma di questa tesi si è sostenuto che la guerra si è improvvisamente conclusa nell'inverno del 1995 quando gli aerei della Nato hanno finalmente iniziato a replicare con durezza allo stillicidio dei bombardamenti serbi contro la capitale bosniaca e gli Stati Uniti hanno fatto capire che non avrebbero tollerato più a lungo la guerra. L'energico anche se tardivo intervento del gendarme occidentale avrebbe ricondotto alla ragione gli slavi balcanici, costringendoli a mettere fine alle loro violenze primitive.
Ho molti dubbi su questa interpretazione. Li ho soprattutto perché essa sembra trascurare le profonde radici che questa guerra affonda nella storia dei Balcani, una storia che mi permetto di ricordare qui rapidissimamente visto che viene normalmente ignorata. La rivalità fra serbi e croati e la tendenza della maggioranza serba ad egemonizzare il processo di unificazione dei Balcani si erano nettamente profilate già nel corso dell'Ottocento. La Costituzione di San Vito che nel 1921 aveva dato vita alla monarchia parlamentare della Jugoslavia unificata aveva riconosciuto apertamente alla Serbia il ruolo di "Prussia dei Balcani". Ed è a partire da quel momento che lo Stato jugoslavo a egemonia serba è stato lacerato da tensioni etniche e religiose che il centralismo statale, prima monarchico e poi comunista, ha esasperato e vanamente represso.
Quando il potere centralistico di Belgrado si è indebolito lo sfacelo è stato inevitabile. Ciò è avvenuto sia nel 1941, con la dissoluzione della monarchia, sia ala scomparsa del Maresciallo Tito e alla crisi della sua "Federazione popolare". Quest'ultima si era imposta nel 1946, grazie alla vittoria del movimento partigiano guidato da Tito e sostenuto dal blocco comunista, a conclusione di una guerra civile che per cinque anni aveva opposto ai serbi ortodossi gli ustascia croati. Quest'ultimi erano guidati dall'ultranazionalista cattolico Ante Pavelic ed avevano goduto fin dagli inizi dell'appoggio dell'Asse nazi-fascista. La guerra civile aveva causato, anche se nessuno oggi sembra ricordarsene, oltre un milione di morti soltanto fra la popolazione serba.
Come nel 1941, anche dopo la fine del regime dispotico del Maresciallo Tito l'esplosione della guerra civile è apparsa subito inevitabile. Ed è apparso altrettanto inevitabile che il conflitto fra le due principali nazionalità jugoslave trascinasse con sé un intrico di rivendicazioni etniche da parte delle minoranze represse o emarginate dalla costrizione centralistica della dittatura: sloveni, bosniaci, musulmani, albanesi, macedoni, valacchi, montenegrini, italiani, bulgari e ungheresi. Il conflitto si è fatto feroce e incontrollabile soprattutto tra i segmenti etnici delle principali nazionalità jugoslave presenti in Bosnia e nella città di Sarajevo e cioè nell'area dove l'intreccio multiculturale era più fitto, la distanza culturale e religiosa fra i gruppi era più accentuata per la presenza della minoranza musulmana e la pressione centralistica del vecchio regime era stata più forte. Le atrocità della "pulizia etnica" e gli eccessi del nazionalismo serbo e croato - e in parte anche di quello musulmano - devono essere fermamente condannati. Occorre tuttavia riconoscere che, dopo una fase iniziale caratterizzata dall'esplosione aggressiva del nazionalismo serbo, il motore del conflitto è stato il riscatto dell'identità etnica e la conquista dell'autonomia nazionale da parte di popolazioni lungamente oppresse da regimi dispotici. Se dopo oltre tre anni di lutti e di distruzioni la guerra sembra oggi esaurita ciò non si deve alle pressioni esterne, la cui inefficacia è già provata dalla lunghezza e durezza del conflitto. La guerra è molto probabilmente finita perché l'intera area della ex-Jugoslavia e in particolare la Bosnia-Erzegovina hanno cessato di essere un tessuto sociale multietnico a causa della violenta polarizzazione imposta dalle nazionalità più forti.
Entro questa ampia cornice storica vanno interpretate, a mio parere, le strategie messe in campo dalle potenze occidentali, in particolare dalla Germania e dagli Stati Uniti. La Germania di Kohl, con l'intento di espandere la propria egemonia economico-culturale in direzione sia dell'est che del sud-est europeo, ha costantemente operato, senza correre alcun rischio militare, a favore dello smantellamento dell'unità jugoslava e del ridimensionamento del potere serbo. Questo spiega, ad esempio, perché essa abbia immediatamente riconosciuto, assieme alla diplomazia vaticana, l'indipendenza della Slovenia e della Croazia, nonostante la facile previsione che ciò avrebbe alimentato i timori e inasprito le reazioni del nazionalismo serbo.
La strategia degli Stati Uniti, assecondata dagli alleati occidentali, è emersa chiaramente nella fase finale del conflitto. L'obiettivo sembra essere stato quello di assicurarsi a costi molto contenuti e perciò senza fretta - i Balcani non hanno certo l'importanza strategica ed economica del Medio Oriente - il controllo dell'area europea un tempo sottoposta all'influenza sovietica. Il vettore centrale di questa strategia geopolitica è stata in una prima fase la trasformazione della Nato, organismo di parte e figliazione diretta della guerra fredda, nel braccio armato delle Nazioni Unite per le operazioni militari nella ex-Jugoslavia. In una seconda fase si è passati alla completa emarginazione delle Nazioni Unite dallo scacchiere europeo: la prospettiva strategica che si è venuta delineando è stata quella di attribuire alla Nato le funzioni di peacemaking che la Carta delle Nazioni Unite assegna formalmente al Consiglio di Sicurezza. Con questa strategia si sono allineate anche la Francia e la Spagna che hanno prontamente aderito al Comando militare unificato della Nato ed hanno messo a sua disposizione contingenti armati da inviare in Bosnia. (E all'ultimo momento anche l'Italia ha inviato qualche migliaia di soldati per guadagnarsi un posto, per quanto modesto, al tavolo delle grandi potenze che si spartiranno la torta della ricostruzione postbellica).
Questa metamorfosi ha trovato il suo suggello nelle operazioni di diplomazia coercitiva che hanno condotto agli accordi di Dayton fra i governi della Croazia, della Serbia e della Bosnia-Erzegovina e poi alla loro conclusiva formalizzazione a Parigi. A Dayton, che è una base militare statunitense e non una sede decentrata del Palazzo di Vetro, era addirittura assente, perché non invitato, il rappresentante delle Nazioni Unite, Kofi Annan. A Parigi il Segretario delle Nazioni Unite, Boutros Ghali, era semplicemente uno degli invitati a fare da cornice alla cerimonia.
In conclusione penso che si possa sostenere che gli Stati Uniti, con a fianco la Germania e le altre potenze occidentali, hanno modulato i loro interventi diplomatici, politici e militari nel conflitto bosniaco in funzione di una strategia di rafforzamento della presenza occidentale nell'area dei paesi slavi del sud e dell'est. In questa strategia hanno incluso un uso strumentale e alla fine la completa esclusione delle Nazioni Unite. La guerra nella ex-Jugoslavia non porta affatto, come qualcuno ha sostenuto, i segni di una rinuncia da parte degli Stati Uniti al ruolo di unico arbitro delle controversie internazionali. Anzi, il presidente Clinton, anche per ragioni di politica interna, sta recitando la sua parte di garante diretto e "bilaterale" degli accordi di pace con uno slancio e una visibilità senza precedenti.
La pace di Dayton è sicuramente, come ha lividamente dichiarato lo stesso presidente francese, una pax americana. Sia il forte intervento di George Bush nel Golfo Persico, sia il "debole" intervento di Bill Clinton nei Balcani appartengono insomma al medesimo disegno: quello della global security e del new world order. Si tratta di un ordine garantito dall'egemonia politico-militare degli Stati Uniti e sostenuto dalla supremazia tecnologica ed economica dei paesi industrializzati.


Una battaglia contro i mulini a vento?

È possibile che in alcuni passaggi del mio libro io abbia dato l'impressione di credere nella minaccia di un Leviatano internazionale, capace di realizzare l'unificazione imperiale del pianeta. In realtà io non ho mai lontanamente pensato - ne ho mai sostenuto - che ci troviamo di fronte a un pericolo di questo tipo. E non ho neppure mai sospettato che alcuna grandi potenze, guidate dagli Stati Uniti, stiano concertando una sorta di colpo di Stato planetario per abolire il pluralismo degli Stati e imporre al mondo un'unica struttura di potere accentrato e gerarchico. Sono convinto, al contrario, che nessuna superpotenza sarebbe oggi in grado di svolgere una funzione di unificazione e pacificazione imperiale nel mondo. Nessun paese dispone della superiorità tecnologica e delle risorse economiche e militari che gli consentano di proporsi un obiettivo tanto ambizioso.
E allora, a che cosa mi riferisco quando alludo alla prospettiva del "governo mondiale" e la critico sia sul piano teorico che su quello politico?
Mi riferisco essenzialmente a tre tendenze in atto su scala planetaria. Mi riferisco anzitutto, come ho accennato in alcune pagine dell'introduzione e del secondo capitolo, ad un fenomeno di grande concentrazione del potere internazionale: un fenomeno che ha avuto inizio con il crollo dell'impero sovietico e la fina del bipolarsimo. Andato in frantumi l'equilibrio bipolare fra le due superpotenze nucleari, i meccanismi di distribuzione del potere hanno cominciato a funzionare in modo ancora più asimmetrico. Oggi l'intero pianeta gravita attorno ad una sola orbita politica, economica e culturale: le potenze industriali con al centro gli Stati Uniti.
Con la sola, importante eccezione di alcune potenze economiche dell'area del Pacifico, anche lo scenario internazionale prevedibile per il prossimo decennio non sembra presentare altre alternative a questo processo di concentrazione. Non ci sono per ora indizi di una possibile inversione di tendenza che promuova una graduale diffusione del potere internazionale fra una molteplicità di centri o di aree geopolitiche in equilibrio fra loro. Per questo mi sembra pertinente l'immagine di Cosmopolis. E in questo senso qualcuno ha sostenuto, ricorrendo ad una diversa metafora, che "la terra è ridiventata piatta". Il rullo compressore che l'ha appiattita sono i nuovi missionari, i nuovi mercanti e i nuovi militari che con i loro modelli di vita, le loro merci, le loro monete e le loro armi occidentali hanno invaso il "villaggio globale".
Mi riferisco, in secondo luogo, alla tendenza da parte di un ristretto numero di potenze militari - sostanzialmente le potenze occidentali - il praticare un crescente interventismo "umanitario" e cioè a regolare con la forza i conflitti sociali e le crisi politiche interne ai paesi più deboli. A questa strategia è stata rapidamente riconvertita la Nato e a questa strategia sono state subordinate, con funzioni di mera legittimazione formale, le Nazioni Unite. A partire dalla guerra del Golfo si è instaurata una prassi che ha portato ad una progressiva espansione del ruolo formale delle Nazioni Unite - in realtà delle grandi potenze - sino al superamento del principio westfaliano della non ingerenza negli affari interni degli Stati. Basti pensare agli interventi armati di peace enforcing e, per così dire, di democracy enforcing in Iraq, in Somalia, in Ruanda, ad Haiti e in Bosnia. Si sono moltiplicati gli interventi dei caschi blu e sono vertiginosamente aumentate la spese militari delle Nazioni Unite. Si sono costituiti tribunali militari internazionali per la ex-Jugoslavia e per il Ruanda ed è stato costruito all'Aja il primo carcere delle Nazioni Unite. Recentemente, alle truppe Nato inviate in Bosnia per l'operazione Ifor è stato affidato anche il compito di arrestare le persone incriminate dalla Corte dell'Aja (che sono in larghissima parte di nazionalità serba).
Mi riferisco, in terzo luogo, alla crescente divaricazione in termini di sviluppo economico e di "sviluppo umano" fra i paesi industrializzati, inclusi i NICs del Pacifico, da una parte e, dall'altra, i paesi che occupano vaste aree dell'Asia, dell'Africa subsahariana e dell'America centro-meridionale. Questa tendenza è favorita dai processi di globalizzazione in corso, in particolare nei settori della finanza, delle grandi manifatture, delle tecnologie informatiche e delle comunicazioni. Nonostante la retorica dell'interdipendenza globale come preludio all'unificazione morale e spirituale del pianeta, i processo di occidentalizzazione del mondo stanno scavando un fossato sempre più ampio fra un'èlite di paesi ricchi e un alto numero di paesi in ritardo sul triplice quadrante della modernizzazione industriale, tecnologica e burocratica.
Come ho accennato in alcune pagine del quinto capitolo del mio libro, la crescente differenziazione dei ritmi dello "sviluppo umano" nelle diverse aree continentali del pianeta è in molti casi favorita dai processi di globalizzazione dell'economia internazionale. Nonostante le loro formali dichiarazioni di adesione ai principi liberali della multilateralità e della non-discriminazione, le maggiori potenze commerciali praticano complesse strategie nelle quali la competizione mercantilistica fra Stati, il regionalismo economico e il protezionismo settoriale convivono con politiche di internazionalizzazione forzata delle economie più deboli. L'apertura dei mercati viene imposta nei settori dove la concorrenza globale favorisce i più forti, mentre altrove si preferisce giocare la carta del new protectionism. E si può aggiungere che le istituzioni economiche internazionali - in primis la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale - hanno favorito e talora esasperato queste tendenze.
Sono questi i fenomeni che a mio parere rendono legittima la preoccupazione, espressa con anticipo lungimirante da autori come Stephen Toulmin o come Hedley Bull, che il mondo moderno si stia avviando verso un assetto cosmopolitico, e sono queste tendenze a mio parere danno senso al mio tentativo, riuscito o meno che sia, di criticare le tesi cosmopolitiche sul terreno etico, giuridico ed istituzionale.


Realismo politico e "pacifismo debole"

Sono il primo a riconoscere che la mia proposta di un "pacifismo debole" è essa stessa debole da un punto di vista analitico. I miei critici pensano che, nonostante la mia adesione al realismo politico, io abbia avanzato una proposta astratta e poco realistica, intrisa di un moralismo tanto più radicato quanto meno accetta di dichiararsi tale. Per questo l'idea di un "pacifismo debole" non potrebbe andare al di là di formulazioni suggestive ma difficilmente applicabili.
Ho cercato nell'edizione inglese del mio libro di venire incontro a questa critica, ristrutturando e ampliando la parte conclusiva di questo capitolo. Ma mi sono comunque limitato a fornire alcune indicazioni di massima senza articolare la mia proposta in un preciso progetto istituzionale. È una scelta deliberata che a mio parere rende più forte e non più debole l'idea di un "pacifismo debole". In realtà io non credo nella fecondità dell'ingegneria istituzionale fatta a tavolino, e tanto più se riguarda ambiti vastissimi, complessi e turbolenti come lo è oggi l'arena internazionale. Le biblioteche occidentali sono piene di trattati che progettano in tutti i possibili dettagli normativi una riforma delle istituzioni internazionali al fine di raggiungere l'obiettivo di una pace stabile e universale. Sono autentiche mappe della futura Cosmopolis prodotte dalla generosa fantasia di pensatori solitari: giuristi, politologi, filosofi, moralisti, teologi e visionari.
Il mio proposito è stato essenzialmente critico: mi sono posto degli interrogativi radicali ed ho tentato di rispondere a questi interrogativi realisticamente. Rivendico ad una filosofia politica realistica il compito di criticare il presente con puntigliosa libertà, senza per questo sentirsi obbligata a disegnare con pedanteria dottrinaria la mappa di un possibile mondo alternativo. È la critica degli idola, è la distruzione iconolclastica delle immagini sacre che può secondo me aprire orizzonti innovativi e favorire la percezione di alternative ancora latenti. Ma l'individuazione e la costruzione concreta delle alternative possibili non può che essere il risultato di una pluralità di contributi teorici, di molte sperimentazioni pratiche e di altrettanti fallimenti. E questo processo richiede processi politici molto lunghi perché è sottoposto ad una grande quantità di condizioni e di rischi emergenti dalla radicale contingenza del mondo.
Ho tentato di infrangere l'immagine di Cosmopolis mostrandone le incongruenze teoriche e i pericoli pratici: questo è stato il mio obiettivo prioritario. Solo subordinatamente ho proposto un punto di vista diverso: la proposta anticosmopolitica di un "pacifismo debole". E in via puramente congetturale ho accennato infine ad un'ipotesi istituzionale di intervento limitato. Nel proporre questo "cambiamento di paradigma" mi sono ispirato alla polemica condotta da Hedley Bull contro i western globalist. Per costoro un'autorità politica globale dovrebbe impegnarsi non solo a garantire la pace, ma anche la giustizia distributiva, l'equilibrio ecologico, la tutela dei diritti dell'uomo, il contenimento demografico, lo sviluppo economico. È evidente che obiettivi di questo tipo possono essere perseguiti soltanto con gli strumenti politico-militari di cui dispongono le grandi potenze. Per garantire un "ordine internazionale minimo" - essenzialmente per coordinare entro un reticolo di "regimi giuridici" i particolarismi politici ed economici degli stati e per attivare circuiti decentrati di diplomazia preventiva - sarebbero invece sufficienti, questa è la mia ipotesi, istituzioni molto più leggere e quindi molto meno sottoposte all'egemonia delle grandi potenze. Mi pare che Giandomenico Picco, che è stato uno dei più autorevoli funzionari del Palazzo di Vetro prima delle sue polemiche dimissioni nel 1992, abbia sostenuto recentemente qualcosa del genere. In diretta polemica con Boutros-Ghali, Picco ha proposto che le Nazioni Unite ridiventino un centro di attività diplomatica, autorevole anche sul piano morale, anziché operare sempre più come un super-Stato che si affida quasi esclusivamente al potere del denaro e delle armi.
Questo non significa, ovviamente, che la pace possa realizzarsi in modo spontaneo. Non significa che i "rituali di pacificazione" non debbano incarnarsi in strutture permanenti, che debbano affidarsi alla provvisorietà del volontariato internazionale rifiutando ogni contatto con le organizzazioni governative, o che debbano praticare una sorta di non-violenza istituzionale. Significa, e con questo tento di rispondere all'obiezione di Bobbio, che nella prospettiva del "pacifismo debole" non è pregiudizialmente necessario un superamento del pluralismo degli Stati sovrani per dar vita, come egli scrive, "all'autorità superiore di uno Stato mondiale, unico e universale". Al contrario, è necessario un decentramento del potere internazionale e, semmai, una moltiplicazione delle unità politiche statali. Il pacifismo debole che propongo è dunque tale non perché muove dall'assunzione del carattere "naturale" dell'aggressività umana e della inevitabilità della guerra per ragioni biologiche: ho più volte criticato questa assunzione metafisica e deterministica. Lo è perché crede, in base all'esperienza internazionale degli ultimi secoli, che per neutralizzare le forme estreme di ostilità oggi potrebbe essere più efficaci modalità di intervento preventive, flessibili e decentrate.
Anche con queste precisazioni aggiuntive non mi aspetto minimamente che le tesi di questo libro, al di là della loro maggiore o minore forza argomentativa, possano essere condivise da tutti i miei lettori. Ho suggerito un "cambiamento di paradigma" nell'interpretazione dei rapporti internazionali che so bene non essere valutativamente neutrale. Sono pronto a riconoscere che altri può guardare ai fenomeni e alle tendenze che io considero allarmanti con maggiore pacatezza o con assoluta tranquillità. O li potrà addirittura considerare dei progressi verso la prospettiva di un mondo più pacifico e ordinato perché sottoposto, come è inevitabile che sia, alla disciplina dei più forti. E qualcuno potrà persino ritenere che i più forti siano, e non a caso, anche i più civili e i più razionali. Assumendo questo punto di vista si può sicuramente continuare a sostenere che nel mio libro io ho intrapreso una battaglia donchisciottesca contro dei "mulini a vento" cosmopolitici.

*Tratto dalla rivista "Teoria Politica" Fasc. 2/3, Vol. 15, Ed. Franco Angeli, 1997.

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