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La
froza del "pacifismo debole".
In difesa di un libro controverso*
di Danilo Zolo
Nelle pagine che seguono cercherò di rispondere ad alcune
delle molte critiche che sono state rivolte al mio libro Cosmopolis,
apparso presso Feltrinelli nell'autunno 1995. terrò particolarmente
presenti i rilievi che mi sono stati espressi, in forma epistolare
o nel corso di dibattiti pubblici, da alcuni degli interlocutori
principali del mo libro, come Norberto Bobbio, Antonino Cassese
e Richard Falk.
Le obiezioni cui sono andate incontro la mia critica del modello
cosmopolitico e la mia proposta alternativa di un "pacifismo
debole" possono esser compendiate neo tre punti seguenti:
1. nel mio libro io attribuisco alla guerra del Golfo il rilievo
di una svolta epocale nelle relazioni internazionali: la qualifico
addirittura come la "prima guerra globale cosmopolitica".
Do invece un rilievo minimo alla guerra di Corea del 1950, il cui
modello potrebbe essere invece considerato per molti aspetti analogo
a quello della guerra del Golfo o almeno come una sua importante
anticipazione. E non solo ignoro molti altri conflitti che insanguinano
l'Asia meridionale e l'Africa subsahariana, ma trascuro di analizzare
la guerra della ex-Jugoslavia. Dalle vicende della guerra del Golfo
ho inferito conseguenze teoriche che sono contraddette o comunque
rese problematiche dalle indicazioni teoriche che si possono ricavare
dalla guerra bosniaca. Qui il ruolo delle grandi potenze è
stato molto diverso e militarmente assai meno rilevante rispetto
alla guerra del Golfo;
2. il bersaglio polemico centrale del mio libro è costituito
ed enfatizzato ad arte. C'è perciò nel mio libro una
ridondanza polemica e, soprattutto, una sfasatura critica. In realtà
non esiste oggi alcun pericolo che le istituzioni internazionali
assumano la forma di un Leviatano planetario, capace di governare
dispoticamente il mondo, magari attraverso il terrore nucleare.
Oggi non esiste alcuno stato che sia in grado di realizzare qualcosa
del genere, o che sia interessato a farlo. Quanto agli Stati Uniti,
essi non si mostrano affatto interessati ad una simile prospettiva.
Ad una loro vocazione imperiale si oppongono il "complesso
vietnamita"che ancora li affligge (cui ora si è aggiunta,
dopo il fallimento della spedizione in Somalia, la "sindrome
di Mogadiscio"), la preoccupazione ossessiva per la perdita
di vite americane e il diffuso spirito democratico. Il cosmopolitismo,
nel significato che io do a questo termine, è al più
una teoria astratta proposta da alcuni pensatori poco realisti.
I pericoli mortali contro cui questo libro io ingaggio una vera
e propria colluttazione teorica non sono dunque che dei classici
"mulini a vento";
3. il libro mantiene solo in parte le sue promesse (questa è
la critica più diffusa). Mentre la pars destruens è
relativamente ampia e analiticamente argomentata, la pars construens
è appena abbozzata. La nozione di "weak pacifism"
è essa stessa "debole" e congiunge paradossalmente
assunzioni realistiche con aspettative che rasentano l'utopia. Da
una parte c'è la considerazione dell'aggressività
umana come una pulsione inarrestabile e, quindi, l'accettazione
del conflitto e della guerra come mali inevitabili, se non addirittura
come fattori evolutivi. Dall'altra c'è l'ottimistica speranza
che pratiche di pacificazione spontanea, non istituzionalizzate
o debolmente istituzionalizzate, possono esercitare quegli effetti
di attenuazione dei conflitti che i risultati di pacificazione sembrano
conseguire fra i primati antropomorfi. Oltre a ciò - questo
rilievo specifico mi è stato rivolto da Norberto Bobbio -
la proposta di un " pacifismo debole". Esso non pretende
di eliminare la guerra una volta per tutte, ma si affida ad una
forza militare centralizzata come terzo super partes incaricato
di contenere e regolare i conflitti, non di sopprimere la guerra.
Anche il pacifismo istituzionale muove dalla considerazione del
carattere naturale dell'aggressività umana.
Cercherò di rispondere brevemente nei tre paragrafi a ciascuna
di queste importanti critiche.
La guerra
di Corea, la guerra del Golfo Persico e la guerra nella ex-Jugoslavia
Ho sostenuto e continuo a ritenere che la guerra del Golfo e non
la guerra di Corea debba essere considerata la prima guerra "cosmopolitica".
È vero che la guerra di Corea è stata formalmente
combattuta dagli Stati Uniti in nome (e sotto la bandiera) delle
Nazioni Unite e con una pretesa di legalità internazionale.
E tuttavia essi non ricevettero alcuna delega in questo senso dalla
comunità internazionale.
L'apparenza di un consenso "cosmopolitico" a sostegno
della posizione statunitense fu dovuta, come è noto, ad uno
stratagemma diplomatico. Gli Stati Uniti approfittarono della temporanea
assenza del delegato dell'URSS in seno al Consiglio di Sicurezza
per decidere unilateralmente la spedizione militare in soccorso
della Corea del Sud invasa dall'esercito nordcoreano. Inoltre, nel
1950 le Nazioni Unite mancavano di una reale universalità
istituzionale, poiché comprendevano meno di sessanta Stati.
La guerra di Corea è stata, agli inizi degli anni cinquanta,
essenzialmente un episodio cruento di quell'antagonismo bipolare
fra il "mondo libero" e il "mondo comunista"
che avrebbe alimentato nei decenni successivi la guerra fredda.
Al contrario, la guerra del golfo, pur voluta e condotta anch'essa
prevalentemente dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, ha
goduto del sostegno esplicito o della tacita accettazione della
quasi totalità degli Stati del pianeta, inclusa l'Unione
Sovietica e i paesi socialisti. A differenza della guerra di Corea,
la guerra del Golfo è stata realmente condotta da un'amplissima
coalizione internazionale che ha inteso sanzionare con la forza
uno stato che aveva platealmente violato la sovranità di
un altro Stato membro delle Nazioni Unite, invadendone il territorio.
Da questo punto di vista, se non certo da quello dei mezzi usati
e dalle finalità perseguite, si può dire che la guerra
del Golfo è stata un'"operazione di polizia" volta
a ripristinare l'ordine mondiale. E questa è stata la motivazione
addotta dagli Stati Uniti per giustificare la loro spedizione militare
entro la cornice della global security e del new world order.
Quanto alle conseguenze prodotte dalla guerra del Golfo, il mio
giudizio non è molto diverso da quello che è stato
espresso da Richard Falk e che ho ampiamente illustrato e commentato
nel secondo capitolo del mio libro. Anche a mio parere la guerra
del Golfo, sebbene sia stata una guerra molto rapida e sia stata
altrettanto rapidamente rimossa dalla memoria occidentale, ha esercitato
conseguenze negative di lungo periodo per la pratica e per la teoria
delle relazioni internazionali. (Non insisto qui sulle devastazioni
e sul sacrificio di centinaia di migliaia di persone innocenti che
la guerra ha provocato e continua a provocare a causa di un embargo
inutilmente spietato. E non insisto neppure sulla permanente instabilità
dell'intera area mediorientale, come hanno segnalato i recenti attentati
contro le basi militari statunitensi in Arabia Saudita).
A partire dalla guerra del Golfo si è instaurata una prassi
che, al di là degli stessi limiti della struttura istituzionale
delle Nazioni Unite, distorce l'esercizio della principale funzione
che la carta attribuisce al consiglio di sicurezza: quella del mantenimento
della pace. Come ha sostenuto Luigi Condorelli, il Consiglio di
Sicurezza, anziché impegnarsi in iniziative di peacemaking
con i mezzi diplomatici o coercitivi previsti dalla carta, ha consegnato
(meglio: è stato indotto a consegnare) alle grandi potenze
delle moderne "lettere da corsa". Ha cioè firmato
delle deleghe in bianco a favore degli Stati che si sono mostrati
interessati a (o hanno preteso di) condurre operazioni militari
di peace enforcing e di imposizione armata della democrazia. Esemplari
sono i casi della Somalia, del Ruanda, e di Haiti. In questo modo
la patente di legalità internazionale che di volta in volta
è stata concessa dal Consiglio di Sicurezza ha semplicemente
trasformato, per così dire, dei pirati in corsari. Ma con
ciò le Nazioni Unite non sono riuscite né a prevenire
lo scoppio dei conflitti armati, né a contenerli efficacemente
e tempestivamente - penso in particolare al duplice genocidio ruandese
- , né, soprattutto, ad opporsi all'uso discrezionale della
forza da parte delle grandi potenze, impegnate a promuovere, incuranti
di qualsiasi aspetto normativo, o propri "interessi vitali".
Gli interventi militari di questi "terzi parziali" hanno
spesso aggiunto, ex post, violenza alla violenza, distruzioni alle
distruzioni.
La guerra del Golfo ha dunque avviato un processo di ulteriore svuotamento
dell'autorità delle Nazioni Unite. Oggi esse appaiono più
che mai deboli, dipendenti, poco credibili e oppresse dalla crisi
finanziaria cui le costringe, fa gli altri, l'amministrazione statunitense
che si rifiuta di versare le ingenti quote di cui è debitrice.
Gli Stati Uniti si sono spinti sino a imporre io nuovo Segretario
generale, Kofi Annan, attraverso un esplicito ricatto finanziario.
Il Consiglio di Sicurezza - dell'Assemblea Generale non ha più
senso parlare - è sempre più una sorta di scatola
vuota che le massime potenze militari e industriali possono riempire
a piacere di contenuti corrispondenti alle loro strategie geopolitiche.
E vengo alla vicenda della ex-Jugoslavia. Ho dedicato nel mio libro
pochi riferimenti al conflitto bosniaco perché mi è
sembrato imprudente tentare un'interpretazione della guerra mentre
essa era ancora in corso. Oggi, dopo che a Parigi sono stati formalmente
firmati gli accordi di Dayton, la guerra bosniaca pare avviata verso
la sua conclusione e le strategie che in questi anni sono state
perseguite dai suoi principali protagonisti sembrano più
chiaramente decifrabili.
Molti osservatori occidentali hanno sostenuto che sarebbe stato
necessario intervenire rapidamente e con la massima energia per
disarmare i contendenti e dirimere manu militari le loro controversie
etniche e territoriali. All'inerzia delle Nazioni Unite, all'impotenza
dell'Unione europea e alle reticenze degli Stati Uniti è
stata attribuita la responsabilità morale, oltre che politica,
di non aver fermato subito la guerra. Un immediato, massiccio intervento
militare, simile a quello del Golfo Persico, si sostiene, avrebbe
risparmiato la vita di buona parte delle 250000 vittime che il conflitto
ha mietuto nel corso di oltre tre anni. Si sarebbero soprattutto
impediti gli orrori della "pulizia etnica" che taluni
hanno paragonato alla barbarie nazista. E si sarebbe risparmiato
il lungo martirio di Sarajevo.
A conferma di questa tesi si è sostenuto che la guerra si
è improvvisamente conclusa nell'inverno del 1995 quando gli
aerei della Nato hanno finalmente iniziato a replicare con durezza
allo stillicidio dei bombardamenti serbi contro la capitale bosniaca
e gli Stati Uniti hanno fatto capire che non avrebbero tollerato
più a lungo la guerra. L'energico anche se tardivo intervento
del gendarme occidentale avrebbe ricondotto alla ragione gli slavi
balcanici, costringendoli a mettere fine alle loro violenze primitive.
Ho molti dubbi su questa interpretazione. Li ho soprattutto perché
essa sembra trascurare le profonde radici che questa guerra affonda
nella storia dei Balcani, una storia che mi permetto di ricordare
qui rapidissimamente visto che viene normalmente ignorata. La rivalità
fra serbi e croati e la tendenza della maggioranza serba ad egemonizzare
il processo di unificazione dei Balcani si erano nettamente profilate
già nel corso dell'Ottocento. La Costituzione di San Vito
che nel 1921 aveva dato vita alla monarchia parlamentare della Jugoslavia
unificata aveva riconosciuto apertamente alla Serbia il ruolo di
"Prussia dei Balcani". Ed è a partire da quel momento
che lo Stato jugoslavo a egemonia serba è stato lacerato
da tensioni etniche e religiose che il centralismo statale, prima
monarchico e poi comunista, ha esasperato e vanamente represso.
Quando il potere centralistico di Belgrado si è indebolito
lo sfacelo è stato inevitabile. Ciò è avvenuto
sia nel 1941, con la dissoluzione della monarchia, sia ala scomparsa
del Maresciallo Tito e alla crisi della sua "Federazione popolare".
Quest'ultima si era imposta nel 1946, grazie alla vittoria del movimento
partigiano guidato da Tito e sostenuto dal blocco comunista, a conclusione
di una guerra civile che per cinque anni aveva opposto ai serbi
ortodossi gli ustascia croati. Quest'ultimi erano guidati dall'ultranazionalista
cattolico Ante Pavelic ed avevano goduto fin dagli inizi dell'appoggio
dell'Asse nazi-fascista. La guerra civile aveva causato, anche se
nessuno oggi sembra ricordarsene, oltre un milione di morti soltanto
fra la popolazione serba.
Come nel 1941, anche dopo la fine del regime dispotico del Maresciallo
Tito l'esplosione della guerra civile è apparsa subito inevitabile.
Ed è apparso altrettanto inevitabile che il conflitto fra
le due principali nazionalità jugoslave trascinasse con sé
un intrico di rivendicazioni etniche da parte delle minoranze represse
o emarginate dalla costrizione centralistica della dittatura: sloveni,
bosniaci, musulmani, albanesi, macedoni, valacchi, montenegrini,
italiani, bulgari e ungheresi. Il conflitto si è fatto feroce
e incontrollabile soprattutto tra i segmenti etnici delle principali
nazionalità jugoslave presenti in Bosnia e nella città
di Sarajevo e cioè nell'area dove l'intreccio multiculturale
era più fitto, la distanza culturale e religiosa fra i gruppi
era più accentuata per la presenza della minoranza musulmana
e la pressione centralistica del vecchio regime era stata più
forte. Le atrocità della "pulizia etnica" e gli
eccessi del nazionalismo serbo e croato - e in parte anche di quello
musulmano - devono essere fermamente condannati. Occorre tuttavia
riconoscere che, dopo una fase iniziale caratterizzata dall'esplosione
aggressiva del nazionalismo serbo, il motore del conflitto è
stato il riscatto dell'identità etnica e la conquista dell'autonomia
nazionale da parte di popolazioni lungamente oppresse da regimi
dispotici. Se dopo oltre tre anni di lutti e di distruzioni la guerra
sembra oggi esaurita ciò non si deve alle pressioni esterne,
la cui inefficacia è già provata dalla lunghezza e
durezza del conflitto. La guerra è molto probabilmente finita
perché l'intera area della ex-Jugoslavia e in particolare
la Bosnia-Erzegovina hanno cessato di essere un tessuto sociale
multietnico a causa della violenta polarizzazione imposta dalle
nazionalità più forti.
Entro questa ampia cornice storica vanno interpretate, a mio parere,
le strategie messe in campo dalle potenze occidentali, in particolare
dalla Germania e dagli Stati Uniti. La Germania di Kohl, con l'intento
di espandere la propria egemonia economico-culturale in direzione
sia dell'est che del sud-est europeo, ha costantemente operato,
senza correre alcun rischio militare, a favore dello smantellamento
dell'unità jugoslava e del ridimensionamento del potere serbo.
Questo spiega, ad esempio, perché essa abbia immediatamente
riconosciuto, assieme alla diplomazia vaticana, l'indipendenza della
Slovenia e della Croazia, nonostante la facile previsione che ciò
avrebbe alimentato i timori e inasprito le reazioni del nazionalismo
serbo.
La strategia degli Stati Uniti, assecondata dagli alleati occidentali,
è emersa chiaramente nella fase finale del conflitto. L'obiettivo
sembra essere stato quello di assicurarsi a costi molto contenuti
e perciò senza fretta - i Balcani non hanno certo l'importanza
strategica ed economica del Medio Oriente - il controllo dell'area
europea un tempo sottoposta all'influenza sovietica. Il vettore
centrale di questa strategia geopolitica è stata in una prima
fase la trasformazione della Nato, organismo di parte e figliazione
diretta della guerra fredda, nel braccio armato delle Nazioni Unite
per le operazioni militari nella ex-Jugoslavia. In una seconda fase
si è passati alla completa emarginazione delle Nazioni Unite
dallo scacchiere europeo: la prospettiva strategica che si è
venuta delineando è stata quella di attribuire alla Nato
le funzioni di peacemaking che la Carta delle Nazioni Unite assegna
formalmente al Consiglio di Sicurezza. Con questa strategia si sono
allineate anche la Francia e la Spagna che hanno prontamente aderito
al Comando militare unificato della Nato ed hanno messo a sua disposizione
contingenti armati da inviare in Bosnia. (E all'ultimo momento anche
l'Italia ha inviato qualche migliaia di soldati per guadagnarsi
un posto, per quanto modesto, al tavolo delle grandi potenze che
si spartiranno la torta della ricostruzione postbellica).
Questa metamorfosi ha trovato il suo suggello nelle operazioni di
diplomazia coercitiva che hanno condotto agli accordi di Dayton
fra i governi della Croazia, della Serbia e della Bosnia-Erzegovina
e poi alla loro conclusiva formalizzazione a Parigi. A Dayton, che
è una base militare statunitense e non una sede decentrata
del Palazzo di Vetro, era addirittura assente, perché non
invitato, il rappresentante delle Nazioni Unite, Kofi Annan. A Parigi
il Segretario delle Nazioni Unite, Boutros Ghali, era semplicemente
uno degli invitati a fare da cornice alla cerimonia.
In conclusione penso che si possa sostenere che gli Stati Uniti,
con a fianco la Germania e le altre potenze occidentali, hanno modulato
i loro interventi diplomatici, politici e militari nel conflitto
bosniaco in funzione di una strategia di rafforzamento della presenza
occidentale nell'area dei paesi slavi del sud e dell'est. In questa
strategia hanno incluso un uso strumentale e alla fine la completa
esclusione delle Nazioni Unite. La guerra nella ex-Jugoslavia non
porta affatto, come qualcuno ha sostenuto, i segni di una rinuncia
da parte degli Stati Uniti al ruolo di unico arbitro delle controversie
internazionali. Anzi, il presidente Clinton, anche per ragioni di
politica interna, sta recitando la sua parte di garante diretto
e "bilaterale" degli accordi di pace con uno slancio e
una visibilità senza precedenti.
La pace di Dayton è sicuramente, come ha lividamente dichiarato
lo stesso presidente francese, una pax americana. Sia il forte intervento
di George Bush nel Golfo Persico, sia il "debole" intervento
di Bill Clinton nei Balcani appartengono insomma al medesimo disegno:
quello della global security e del new world order. Si tratta di
un ordine garantito dall'egemonia politico-militare degli Stati
Uniti e sostenuto dalla supremazia tecnologica ed economica dei
paesi industrializzati.
Una battaglia
contro i mulini a vento?
È possibile che in alcuni passaggi del mio libro io abbia
dato l'impressione di credere nella minaccia di un Leviatano internazionale,
capace di realizzare l'unificazione imperiale del pianeta. In realtà
io non ho mai lontanamente pensato - ne ho mai sostenuto - che ci
troviamo di fronte a un pericolo di questo tipo. E non ho neppure
mai sospettato che alcuna grandi potenze, guidate dagli Stati Uniti,
stiano concertando una sorta di colpo di Stato planetario per abolire
il pluralismo degli Stati e imporre al mondo un'unica struttura
di potere accentrato e gerarchico. Sono convinto, al contrario,
che nessuna superpotenza sarebbe oggi in grado di svolgere una funzione
di unificazione e pacificazione imperiale nel mondo. Nessun paese
dispone della superiorità tecnologica e delle risorse economiche
e militari che gli consentano di proporsi un obiettivo tanto ambizioso.
E allora, a che cosa mi riferisco quando alludo alla prospettiva
del "governo mondiale" e la critico sia sul piano teorico
che su quello politico?
Mi riferisco essenzialmente a tre tendenze in atto su scala planetaria.
Mi riferisco anzitutto, come ho accennato in alcune pagine dell'introduzione
e del secondo capitolo, ad un fenomeno di grande concentrazione
del potere internazionale: un fenomeno che ha avuto inizio con il
crollo dell'impero sovietico e la fina del bipolarsimo. Andato in
frantumi l'equilibrio bipolare fra le due superpotenze nucleari,
i meccanismi di distribuzione del potere hanno cominciato a funzionare
in modo ancora più asimmetrico. Oggi l'intero pianeta gravita
attorno ad una sola orbita politica, economica e culturale: le potenze
industriali con al centro gli Stati Uniti.
Con la sola, importante eccezione di alcune potenze economiche dell'area
del Pacifico, anche lo scenario internazionale prevedibile per il
prossimo decennio non sembra presentare altre alternative a questo
processo di concentrazione. Non ci sono per ora indizi di una possibile
inversione di tendenza che promuova una graduale diffusione del
potere internazionale fra una molteplicità di centri o di
aree geopolitiche in equilibrio fra loro. Per questo mi sembra pertinente
l'immagine di Cosmopolis. E in questo senso qualcuno ha sostenuto,
ricorrendo ad una diversa metafora, che "la terra è
ridiventata piatta". Il rullo compressore che l'ha appiattita
sono i nuovi missionari, i nuovi mercanti e i nuovi militari che
con i loro modelli di vita, le loro merci, le loro monete e le loro
armi occidentali hanno invaso il "villaggio globale".
Mi riferisco, in secondo luogo, alla tendenza da parte di un ristretto
numero di potenze militari - sostanzialmente le potenze occidentali
- il praticare un crescente interventismo "umanitario"
e cioè a regolare con la forza i conflitti sociali e le crisi
politiche interne ai paesi più deboli. A questa strategia
è stata rapidamente riconvertita la Nato e a questa strategia
sono state subordinate, con funzioni di mera legittimazione formale,
le Nazioni Unite. A partire dalla guerra del Golfo si è instaurata
una prassi che ha portato ad una progressiva espansione del ruolo
formale delle Nazioni Unite - in realtà delle grandi potenze
- sino al superamento del principio westfaliano della non ingerenza
negli affari interni degli Stati. Basti pensare agli interventi
armati di peace enforcing e, per così dire, di democracy
enforcing in Iraq, in Somalia, in Ruanda, ad Haiti e in Bosnia.
Si sono moltiplicati gli interventi dei caschi blu e sono vertiginosamente
aumentate la spese militari delle Nazioni Unite. Si sono costituiti
tribunali militari internazionali per la ex-Jugoslavia e per il
Ruanda ed è stato costruito all'Aja il primo carcere delle
Nazioni Unite. Recentemente, alle truppe Nato inviate in Bosnia
per l'operazione Ifor è stato affidato anche il compito di
arrestare le persone incriminate dalla Corte dell'Aja (che sono
in larghissima parte di nazionalità serba).
Mi riferisco, in terzo luogo, alla crescente divaricazione in termini
di sviluppo economico e di "sviluppo umano" fra i paesi
industrializzati, inclusi i NICs del Pacifico, da una parte e, dall'altra,
i paesi che occupano vaste aree dell'Asia, dell'Africa subsahariana
e dell'America centro-meridionale. Questa tendenza è favorita
dai processi di globalizzazione in corso, in particolare nei settori
della finanza, delle grandi manifatture, delle tecnologie informatiche
e delle comunicazioni. Nonostante la retorica dell'interdipendenza
globale come preludio all'unificazione morale e spirituale del pianeta,
i processo di occidentalizzazione del mondo stanno scavando un fossato
sempre più ampio fra un'èlite di paesi ricchi e un
alto numero di paesi in ritardo sul triplice quadrante della modernizzazione
industriale, tecnologica e burocratica.
Come ho accennato in alcune pagine del quinto capitolo del mio libro,
la crescente differenziazione dei ritmi dello "sviluppo umano"
nelle diverse aree continentali del pianeta è in molti casi
favorita dai processi di globalizzazione dell'economia internazionale.
Nonostante le loro formali dichiarazioni di adesione ai principi
liberali della multilateralità e della non-discriminazione,
le maggiori potenze commerciali praticano complesse strategie nelle
quali la competizione mercantilistica fra Stati, il regionalismo
economico e il protezionismo settoriale convivono con politiche
di internazionalizzazione forzata delle economie più deboli.
L'apertura dei mercati viene imposta nei settori dove la concorrenza
globale favorisce i più forti, mentre altrove si preferisce
giocare la carta del new protectionism. E si può aggiungere
che le istituzioni economiche internazionali - in primis la Banca
Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale - hanno favorito e
talora esasperato queste tendenze.
Sono questi i fenomeni che a mio parere rendono legittima la preoccupazione,
espressa con anticipo lungimirante da autori come Stephen Toulmin
o come Hedley Bull, che il mondo moderno si stia avviando verso
un assetto cosmopolitico, e sono queste tendenze a mio parere danno
senso al mio tentativo, riuscito o meno che sia, di criticare le
tesi cosmopolitiche sul terreno etico, giuridico ed istituzionale.
Realismo
politico e "pacifismo debole"
Sono il primo a riconoscere che la mia proposta di un "pacifismo
debole" è essa stessa debole da un punto di vista analitico.
I miei critici pensano che, nonostante la mia adesione al realismo
politico, io abbia avanzato una proposta astratta e poco realistica,
intrisa di un moralismo tanto più radicato quanto meno accetta
di dichiararsi tale. Per questo l'idea di un "pacifismo debole"
non potrebbe andare al di là di formulazioni suggestive ma
difficilmente applicabili.
Ho cercato nell'edizione inglese del mio libro di venire incontro
a questa critica, ristrutturando e ampliando la parte conclusiva
di questo capitolo. Ma mi sono comunque limitato a fornire alcune
indicazioni di massima senza articolare la mia proposta in un preciso
progetto istituzionale. È una scelta deliberata che a mio
parere rende più forte e non più debole l'idea di
un "pacifismo debole". In realtà io non credo nella
fecondità dell'ingegneria istituzionale fatta a tavolino,
e tanto più se riguarda ambiti vastissimi, complessi e turbolenti
come lo è oggi l'arena internazionale. Le biblioteche occidentali
sono piene di trattati che progettano in tutti i possibili dettagli
normativi una riforma delle istituzioni internazionali al fine di
raggiungere l'obiettivo di una pace stabile e universale. Sono autentiche
mappe della futura Cosmopolis prodotte dalla generosa fantasia di
pensatori solitari: giuristi, politologi, filosofi, moralisti, teologi
e visionari.
Il mio proposito è stato essenzialmente critico: mi sono
posto degli interrogativi radicali ed ho tentato di rispondere a
questi interrogativi realisticamente. Rivendico ad una filosofia
politica realistica il compito di criticare il presente con puntigliosa
libertà, senza per questo sentirsi obbligata a disegnare
con pedanteria dottrinaria la mappa di un possibile mondo alternativo.
È la critica degli idola, è la distruzione iconolclastica
delle immagini sacre che può secondo me aprire orizzonti
innovativi e favorire la percezione di alternative ancora latenti.
Ma l'individuazione e la costruzione concreta delle alternative
possibili non può che essere il risultato di una pluralità
di contributi teorici, di molte sperimentazioni pratiche e di altrettanti
fallimenti. E questo processo richiede processi politici molto lunghi
perché è sottoposto ad una grande quantità
di condizioni e di rischi emergenti dalla radicale contingenza del
mondo.
Ho tentato di infrangere l'immagine di Cosmopolis mostrandone le
incongruenze teoriche e i pericoli pratici: questo è stato
il mio obiettivo prioritario. Solo subordinatamente ho proposto
un punto di vista diverso: la proposta anticosmopolitica di un "pacifismo
debole". E in via puramente congetturale ho accennato infine
ad un'ipotesi istituzionale di intervento limitato. Nel proporre
questo "cambiamento di paradigma" mi sono ispirato alla
polemica condotta da Hedley Bull contro i western globalist. Per
costoro un'autorità politica globale dovrebbe impegnarsi
non solo a garantire la pace, ma anche la giustizia distributiva,
l'equilibrio ecologico, la tutela dei diritti dell'uomo, il contenimento
demografico, lo sviluppo economico. È evidente che obiettivi
di questo tipo possono essere perseguiti soltanto con gli strumenti
politico-militari di cui dispongono le grandi potenze. Per garantire
un "ordine internazionale minimo" - essenzialmente per
coordinare entro un reticolo di "regimi giuridici" i particolarismi
politici ed economici degli stati e per attivare circuiti decentrati
di diplomazia preventiva - sarebbero invece sufficienti, questa
è la mia ipotesi, istituzioni molto più leggere e
quindi molto meno sottoposte all'egemonia delle grandi potenze.
Mi pare che Giandomenico Picco, che è stato uno dei più
autorevoli funzionari del Palazzo di Vetro prima delle sue polemiche
dimissioni nel 1992, abbia sostenuto recentemente qualcosa del genere.
In diretta polemica con Boutros-Ghali, Picco ha proposto che le
Nazioni Unite ridiventino un centro di attività diplomatica,
autorevole anche sul piano morale, anziché operare sempre
più come un super-Stato che si affida quasi esclusivamente
al potere del denaro e delle armi.
Questo non significa, ovviamente, che la pace possa realizzarsi
in modo spontaneo. Non significa che i "rituali di pacificazione"
non debbano incarnarsi in strutture permanenti, che debbano affidarsi
alla provvisorietà del volontariato internazionale rifiutando
ogni contatto con le organizzazioni governative, o che debbano praticare
una sorta di non-violenza istituzionale. Significa, e con questo
tento di rispondere all'obiezione di Bobbio, che nella prospettiva
del "pacifismo debole" non è pregiudizialmente
necessario un superamento del pluralismo degli Stati sovrani per
dar vita, come egli scrive, "all'autorità superiore
di uno Stato mondiale, unico e universale". Al contrario, è
necessario un decentramento del potere internazionale e, semmai,
una moltiplicazione delle unità politiche statali. Il pacifismo
debole che propongo è dunque tale non perché muove
dall'assunzione del carattere "naturale" dell'aggressività
umana e della inevitabilità della guerra per ragioni biologiche:
ho più volte criticato questa assunzione metafisica e deterministica.
Lo è perché crede, in base all'esperienza internazionale
degli ultimi secoli, che per neutralizzare le forme estreme di ostilità
oggi potrebbe essere più efficaci modalità di intervento
preventive, flessibili e decentrate.
Anche con queste precisazioni aggiuntive non mi aspetto minimamente
che le tesi di questo libro, al di là della loro maggiore
o minore forza argomentativa, possano essere condivise da tutti
i miei lettori. Ho suggerito un "cambiamento di paradigma"
nell'interpretazione dei rapporti internazionali che so bene non
essere valutativamente neutrale. Sono pronto a riconoscere che altri
può guardare ai fenomeni e alle tendenze che io considero
allarmanti con maggiore pacatezza o con assoluta tranquillità.
O li potrà addirittura considerare dei progressi verso la
prospettiva di un mondo più pacifico e ordinato perché
sottoposto, come è inevitabile che sia, alla disciplina dei
più forti. E qualcuno potrà persino ritenere che i
più forti siano, e non a caso, anche i più civili
e i più razionali. Assumendo questo punto di vista si può
sicuramente continuare a sostenere che nel mio libro io ho intrapreso
una battaglia donchisciottesca contro dei "mulini a vento"
cosmopolitici.
*Tratto
dalla rivista "Teoria Politica" Fasc. 2/3, Vol. 15, Ed.
Franco Angeli, 1997.
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