Note libertarie di teoria della guerra
No
Welfare NoWarfare*
interventi
di Carlo Lottieri e
Murray N. Rothbard
Per la
tradizione liberale esiste uno stretto collegamento tra la libertà
e la pace, tra la tutela dei diritti individuali e il rigetto
di ogni forma di imperialismo. Quando nel sedicesimo secolo le
Province Unite si sganciarono dal dominio spagnolo e costruirono
una società basata sulla tolleranza e sul libero scambio, all’ingresso
del porto di Amsterdam venne scritto a caratteri cubitali il motto
Pax et commercium. E qualcosa di simile si può dire per l’America
delle origini, un Paese nato ugualmente a seguito di una guerra
d’indipendenza, la quale fu pure una lotta contro la fiscalità
eccessiva, l’uso arbitrario del potere, l’erosione dei diritti
individuali. Quanti vogliano cogliere la centralità del rapporto
tra guerra e statalismo (e quindi, anche tra pace e mercato) oggi
però devono fare i conti con l’opera di Murray N. Rothbard, che
non solo fu per quasi mezzo secolo il più radicale difensore del
progetto di una società di mercato, ma anche uno degli scrittori
più critici verso la politica estera americana: condannando ogni
prospettiva “interventista” o, se si preferisce, bellicista.
Questa attenzione ai temi della pace e della guerra da parte dell’autore
di The Ethics of Liberty non può stupire, d’altra parte, specie
se si considera che egli sottolineò sempre l’esistenza di un legame
fortissimo tra il welfare (l’interventismo economico) ed il warfare
(l’interventismo militare). In sintesi, la tesi libertaria è che
il controllo statale sull’economia e sulla società si rafforza
grazie alle situazioni di emergenza che ogni conflitto armato
fatalmente crea: con la conseguenza che la vita, la libertà e
la proprietà finiscono per essere sempre più esposte a varie forme
di minacce ed aggressioni. Ogni stato di guerra produce un’economia
socialista, che è tale anche quando non viene definita così. Ma
per Rothbard è vero ugualmente il contrario. Uno Stato che si
dilata ed arriva a controllare una larga parte della vita economica
diviene prigioniero di una prospettiva “colbertista” e mercantilista,
finendo prima o poi per lanciarsi in politiche espansionistiche.
Nel momento in cui un Paese è sotto il controllo della classe
politica, questa giunge a disporre di un micidiale potenziale
aggressivo che, prima o poi, utilizzerà. A tal punto, la stessa
vita economica viene raffigurata non più come interazione tra
individui, ma quale scontro tra “blocchi” e quella che un tempo
era la libera concorrenza tra soggetti ed imprese, diventa solo
un altro modo di combattersi. Con una progressiva interferenza
dei poteri pubblici nella vita culturale e nell’informazione e,
soprattutto, con un controllo crescente dell’istruzione, l’avvento
di uno Stato a vocazione totalitaria e di un sistema giacobino
di manipolazione delle coscienze apre fatalmente la strada all’interventismo
militare. L’istruzione pubblica produce non soltanto “cittadini”
ed “elettori”, ma anche docili “soldati” pronti ad uccidere.
La nascita della moderna
ideologia libertaria si
può rinvenire nella formulazione di Ayn Rand: “Nessun uomo può
usare per primo la forza fisica contro gli altri…Gli uomini hanno
il diritto di usare la forza fisica solo come autodifesa
e solo contro coloro i quali hanno dato inizio all’uso
della violenza.”
Dopo un periodo di “convivenza” all’interno del
Partito Repubblicano in funzione
anti-New deal, nel 1969, a St. Louis, in occasione
del meeting dell’organizzazione giovanile repubblicana,
la YAF (Young Americans for Freedom), si scontrarono i
fautori del libero mercato e dei diritti individuali e la parte
più conservatrice del partito, maggiormente statalista e più incline
a posizioni patriottiche, che nel bel mezzo della guerra del Vietnam
tendevano a radicalizzarsi. Quando un esponente libertario salì
sul palco e bruciò la cartolina di chiamata alle armi alla maniera
degli obiettori della sinistra radicale, il confrontò degenerò
quasi in rissa, e non è un caso che la posizione più intransigente
che i libertari assunsero in quegli anni fu proprio quella contro
la coscrizione obbligatoria, posizione che di lì a poca si rivelò
vincente, visto che nel 1975 la coscrizione fu abolita e l’esercito
divenne un corpo formato da professionisti volontari.
*
Paragrafo estratto da “No
Welfare, No Warfare” di Carlo Lottieri,
La
guerra*
I libertari “si oppongono alla guerra e all’ingrandimento
dello stato nazione, sono favorevoli alla pace, al libero commercio,
alla libera immigrazione e agli scambi culturali pacifici tra
le genti di tutte le nazioni”.
Visto che l’ideale libertari sarebbe l’abolizione
dello stato, “in un mondo puramente libertario non vi sarebbe
alcuna politica estera perché non vi sarebbe alcuno Stato, alcun
governo detentore di un monopolio di coercizione su determinate
aree”. Ma, realisticamente, Rothbard considera il
fatto che noi viviamo invece in un mondo di stati-nazione, e dal
momento che non vi è nulla che fa supporre che una tale realtà
stia per cambiare nell’immediato, è necessario per un libertario
convivere con la politica estera e sviluppare una teoria circa
l’approccio più opportuno nei confronti di tale politica. Se per
i libertari “l’obiettivo è ridimensionare il ruolo dello Stato,
per quel che concerne gli affari esteri, l’obiettivo è lo stesso;
impedire al governo di interferire negli affari di altri governi
o paesi. L’isolazionismo politico e la coesistenza pacifica
– l’astenersi da qualsiasi interferenza con un'altra nazione –
sono, dunque, il corrispettivo libertario dell’invocazione di
politiche ispirate al laissez-faire in patria”. Rothbard tiene a precisare che la posizione
libertaria è diversa da quella dell’isolazionismo di tipo economico:
il libertario è “favorevole al non intervento politico negli
affari delle altre nazioni”, ma è favorevole all’internazionalismo
economico e culturale nel senso di libertà pacifica di commercio,
d’investimento e di scambio
tra tutti i cittadini di tutti i paesi”.
Se l’obiettivo del libertario è in generale ridurre
quanto più possibile l’area di azione dello Stato, il suo livello
di ingerenza nella vita e nella proprietà degli individui, ovviamente
questo significa “il totale rifiuto della guerra”. Ognuno dunque
dovrà esercitare una pressione presso il proprio governo, affinchè
questo si astenga sempre da qualunque intervento militare e, nell’eventualità in cui dovesse scoppiare
una guerra una guerra, l’atteggiamento del libertario dovrebbe
essere teso a limitare al massimo le conseguenze per i civili.
Un tempo i diritti degli Stati neutrali e le leggi di guerra miravano
a mantenere i conflitti all’interno degli Stati belligeranti,
evitando il coinvolgimento di quelli che si erano astenuti dalle
ostilità, rispettando la neutralità e cercando di coinvolgere
il meno possibile i civili. Oggi la potenza distruttiva delle
armi nucleari ha svuotato questi principi del loro originario
significato, dal momento che vi sono armi in grado di annullare
intere popolazioni. Ma che cosa dire di uno Stato che decida di
entrare in guerra per difendere uno stato aggredito? Rothbard
semplicemente considera “perniciosa l’idea che se un governo viene
aggredito da un altro, è obbligo morale degli altri governi del
mondo unirsi per difendere lo stato vittima”. Per uno stato, entrare in guerra, seppure
per difenderne un altro, significa mettere a repentaglio la vita
di quei cittadini che esso dovrebbe proteggere; implica il totale
stravolgimento dei diritti degli individui che vivono in quello
Stato che decidesse di intraprendere una guerra difensiva. In
tale contesto si inserisce la critica di Rothbard all’intervento
degli Stati Uniti nella guerra di Corea, voluto dal presidente
Truman e da questi considerato “un’azione di polizia”, per respingere
un’aggressione, la critica alla guerra del Vietnam e all’intervento
nella guerra del Golfo. Rothbard rifiuta l’idea di una missione
liberatrice degli Stati Uniti, idea che a partire dagli anni ’40,
ha portato a vedere nelle azioni americane all’estero una difesa
necessaria, rifiuta di dare “una veste pietistica e moralistica”
alla politica estera americana. Governi che decidano di aprire
delle ostilità a favore di un altro Stato “diventano a loro volta
aggressori di civili innocenti; a tutti gli effetti diventano
sterminatori di massa”. Occorre sottolineare che per Rothbard
la guerre tra Stati sono lotte tra soggetti aggressori, dal momento
che ogni Stato è un illegittimo usurpatore. Il problema della
guerra non è tanto se uno stato sia aggredito o aggressore, il
vero problema è che i civili innocenti vengono coinvolti in un
cataclisma.
*Estratto
da Murray N. Rothbard e l’anarco-capitalismo americano di R. A.
Modugno, Ed. Rubbettino, p. 145-148
Anarchia
e pace*
Qualora un’intera nazione, ad esempio gli Stati
Uniti, decidesse di abolire il governo all’interno dei suoi confini,
come potrebbe difendersi da eventuali attacchi da parte degli
Stati esistenti? Innanzitutto Rothbard osserva che per una nazione
sarebbe molto improbabile trovarsi in conflitto con un’area territoriale
priva di governo, pacifica e non interventista. Ma anche supponendo
che uno stato volesse conquistare tale territorio, secondo Rothbard
sarebbe molto più difficile impadronirsi di un’are priva di apparato
governativa, che non di una che ne fosse dotata. “La ragione principale
per cui una nazione vittoriosa può governare una nazione conquistata,
- afferma Rothbard – consiste nel fatto che quest’ultima ha un
apparato di Stato esistente che può trasmettere e mettere in pratica
gli ordini dei vincitori imposti alla popolazione sottomessa”.
Ma, in mancanza di essi, un aggressore straniero dovrebbe obbligare
alla resa ciascun singolo individuo e questa sarebbe un’impresa
ben più ardua che non esautorare il ristretto gruppo al potere. Un paese che fosse puramente libertario e
senza stato, a detta di Rothbard “non costituirebbe una minaccia
per nessuno”, dal momento che “non si dedicherebbe all’aggressione
contro nessuno. Non essendo più una nazione-Stato, di per sé minacciosa,
vi sarebbero poche probabilità di un attacco da parte di un altro
paese”. sarebbe molto difficile, per un assalitore,
tentare di imporre il suo dominio su una zona senza Stato: gli
eventuali aggressori dovrebbero fronteggiare la guerriglia che
si diffonderebbe sul territorio. E “nessuna forza di occupazione
può sottomettere troppo a lungo un popolo determinato a resistere”.
La guerriglia ha una tale forza “proprio perché scaturisce non
da un governo dittatoriale, ma dalla gente stessa, che lotta per
la propria indipendenza e libertà contro uno Stato straniero”. Dunque per Rothbard, non solo un paese privo
di governo sarebbe pacifico, un luogo nel quale ogni individuo
sarebbe semplicemente impegnato nel libero scambio con gli altri,
ma sarebbe anche un territorio molto difficile da conquistare,
sia per la mancanza dell’apparato governativo attraverso il quale
imporre gli ordini, eventualmente con il supporto dell’esercito,
sia per la resistenza che le persone opporrebbero ad un eventuale
usurpatore della libertà.
È evidente che Rothbard non è contrario all’uso
della forza a scopo difensivo, in caso di aggressione da parte
di un altro paese, egli è contrario alla guerra tra Stati. Per
Rothbard l’uso della forza è sempre illegittimo se a farvi ricorso
sono gli stati, ma non è affatto illegittimo se vi ricorrono i
singoli individui per una spontanea difesa della propria libertà.
Dunque, sottolinea Rothbard, la politica estera libertaria non
implica affatto che “nessun individuo abbia il diritti di ricorrere
all’uso della forza per difendersi dagli attacchi violenti”.
*Estratto
da Murray N. Rothbard e l’anarco-capitalismo americano di R. A.
Modugno, Ed. Rubbettino, p. 151-153
Stato
in guerra*
Riguardo alla tirannia interna, essa è l’inevitabile
compagna della guerra tra Stati, una tirannia che solitamente
continua ad aleggiare per lungo tempo dopo la fine delle ostilità.
Randolph Bourne ha compreso che “la guerra è la fortuna dello
Stato”. È in guerra che lo Stato si realizza pienamente: ingigantisce
il proprio potere, il suo orgoglio, il suo dominio assoluto sull’economia
e sulla società. Il mito che consente allo Stato di ingrassarsi
con la guerra è il canard che afferma che la guerra è una
difesa dei sudditi da parte dello Stato. I fatto
dimostrano esattamente il contrario. Infatti, se la guerra fa
la fortuna dello Stato, essa rappresenta anche il suo pericolo
più grande. Uno Stato può morire solo in seguito alla sconfitta
in guerra o a una rivoluzione. In guerra, quindi, lo Stato mobilita
affannosamente la popolazione per combattere per sè contro
un altro Stato, con il pretesto di combattere per la popolazione.
La società diventa militarizzata e statizzata, diventa un gregge,
cerca di uccidere i propri presunti nemici, sradicando e sopprimendo
ogni dissenso nei confronti dello sforzo bellico, tradendo a cuor
leggero la verità in nome del teorico interesse pubblico. La società
diventa un acquartieramento di truppe, con i valori e il morale,
come ha detto una volta Albert J. Nock, di un “esercito in marcia”.
*
Estratto da L’etica della libertà
di M. N. Rothbard,
Liberlibri p. 311-312.