"Come può accadere che le istituzioni che servono al benessere comune e sono estremamente significative per il suo sviluppo sorgano senza una volontà comune intenzionata a formarle?"

Carl Menger

"A society that does not recognize that each individual has values of his own which he is entitled to follow,
can have no respect for the dignity of the individual and cannot really know freedom.
"

F. A. von Hayek

 

Globale è bello

di Carlo Zucchi


Governare la globalizzazione. La globalizzazione è come un pullman che, se lasciato senza autista, può creare disastri, ma se opportunamente guidato porta pace e prosperità in ogni angolo del pianeta. Controllare il processo di globalizzazione sembra essere la nuova parola d'ordine del pensiero unico, dai marxisti alla destra ultranazionalista, passando per liberali con e senza la i finale. Ma siamo sicuri che governare la globalizzazione sia la cosa giusta da fare? E, soprattutto, chi spaventa la globalizzazione?
Così come, nel secolo scorso, Marx fece uso di parole come società e sociale intuendo che la parola Stato era ormai screditata, allo stesso modo, oggi, i governi cercano una nuova legittimazione agli occhi delle loro opinioni pubbliche, dopo che il crollo del comunismo ne ha screditato ruolo e immagine, specie in campo economico. Ci dicono che nessun commercio è possibile senza regole e perciò la presenza dello stato nazionale, non solo è necessaria, ma non più sufficiente, così sono state create altre organizzazioni, emanazioni degli stessi stati nazionali, quali l'Unione Europea, l'ILO (International Labour Office) o il WTO (World Trade Organization), il cui compito consiste nel regolare gli scambi internazionali con norme fissate in modo più o meno arbitrario da burocrati di cui nessuno sa il nome, autentici "gnomi di Zurigo" dell'età moderna.
Proprio ad una riunione del WTO, tenutasi a Seattle nel 1999, un variegato gruppo di associazioni, comprendente sindacalisti, pacifisti, intellettuali, attivisti new age, organizzazioni di estrema sinistra, ecc. dette vita a una giornata di guerriglia urbana che tenne in scacco le forze dell'ordine. Se è pur vero che le idee a cui si ispirano le organizzazioni contrarie al mercato globale sono nate nel 1992 a rio de Janeiro, è altrettanto vero che Seattle ne ha rappresentato l'evoluzione violenta, tanto che i disordini si sono susseguiti negli appuntamenti successivi di Genova 2000, Londra, Bologna, Praga, Goteborg e Genova 2001, dove ci scappò, purtroppo, anche il morto. Evoluzione violenta niente affatto casuale, dato che violenze e scontri di piazza attirano l'attenzione dei media, e a riprova di ciò sta il fatto che il movimento no-global ha preso il nome di "Popolo di Seattle", luogo del primo scontro violento, e non "Popolo di Rio" o "di Porto Alegre", capitale di riferimento del movimento. E persino la scelta di Firenze non si è sottratta a questa logica. Non inganni il fatto che i leader no-global lamentino che al vertice di Firenze si sia parlato di ordine pubblico e non dei contenuti del forum. Infatti, i temi di cui si discute, pur se interessanti, hanno poca presa sull'opinione pubblica, mentre l'ordine pubblico, specie in una città d'arte come Firenze, richiama l'attenzione sul movimento, come dimostra l'irruzione all'azienda Caterpillar dei disobbedienti, culminata con i primi piani del suo leader Luca Casarini. Cosa non si fa per apparire in televisione!
Ma cosa chiede, in realtà, il movimento no-global? Tobin Tax, cancellazione del debito, guerra ai paradisi fiscali e, soprattutto, "Stop alla dittatura dei mercati", denotano una chiara connotazione marxista, mentre la richiesta di "Democrazia partecipativa" denota altresì parecchia confusione mentale. Ciò che ispira questi movimenti non è un sentimento costruttivo, ma la voglia di distruggere il mondo (occidentale) che ha la colpa di averli ridestati da quel sonno utopico egualitario chiamato comunismo.
L'essenza totalitaria del movimento no-global si incarna in una mentalità hegeliano-marxista, secondo la quale i suoi membri possiedono gli strumenti per interpretare delle leggi della storia identificando la globalizzazione come l'ennesimo processo di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Da qui, un antagonismo anticapitalista i cui slogan millenaristi del tipo "Un altro mondo è possibile" o "Sostituire il mondo con un altro", testimoniano il rifiuto di cercare di comprendere una realtà ben più complessa di quella racchiusa nella dialettica fra oppressi (poveri del terzo mondo ed emarginati del mondo industrializzato) e oppressori (Stati Uniti, multinazionali, G8, speculatori finanziari e FMI). Il mondo diviso tra oppressi ed oppressori, tra buoni e cattivi ricalca la logica manichea tipica del giacobinismo più bieco di stampo marxista, e risulta funzionale al pensiero totalitario del movimento, per il quale chi dissente è un nemico assoluto che esiste soltanto per essere annientato in una logica di guerra assoluta. Come per Stalin furono i Kulaki, per i no-global, i nemici sono gli Stati Uniti, che, secondo la logica marxista, sono sempre e comunque oppressori, anche dopo l'11 settembre. Bin Laden? Un agente al servizio della CIA. L'11 settembre? Il grande inganno. Come i negazionisti dell'olocausto, questi signori si rifanno al complottismo più bieco, come i nazisti con gli ebrei. Per fortuna i mezzi a disposizione non sono gli stessi che aveva quel criminale di Hitler!
L'altra faccia del movimento è il terzomondismo. I mali del Terzo Mondo? Tutta colpa dei paesi ricchi. Così potrebbe riassumersi l'ideologia terzomondista. Come dice l'africanista italiana Anna Bono, "…La falsificazione della realtà in chiave anti-occidentale contamina gran parte della produzione africanistica, specie italiana, e, in misura minore, si riscontra in tutte le discipline sociali e umanistiche". Anche in questo caso, però, si può notare come anche il terzomondismo affondi le proprie radici nel marxismo-leninismo e al riguardo ci può esser utile rileggerci le Tesi sulla questione coloniale e nazionale espresse durante il II Congresso dell'Internazionale comunista a Mosca nel 1920:
"Le pretese relazioni di eguaglianza fra nazioni sovrane nascondono la soggezione in schiavitù della stragrande maggioranza della popolazione della terra che si trova nelle mani di una minoranza insignificante di nazioni capitaliste avanzate. È quella la caratteristica dell'era dell'imperialismo, del capitalismo finanziario…
La vittoria del socialismo sul capitalismo non potrà essere realizzata e condotta a buon fine senza l'unione del proletariato dei paesi capitalisti avanzati con le masse dei territori coloniali e dei paesi dipendenti. Una di quelle fonti principali cui il capitalismo attinge la sua forza è il dominio sulle colonie e sui paesi dipendenti. Senza il controllo di questi mercati e di questi campi di sfruttamento, i paesi capitalisti avanzati non potrebbero reggere a lungo. L'Inghilterra, cittadella dell'imperialismo, soffre di sovrapproduzione da un secolo in qua. Se non fosse per i suoi larghi possedimenti conquistati per fornire uno sbocco all'eccedenza della produzione e per trovarvi una fonte di materie prime per la sua industria, la struttura capitalistica dell'Inghilterra sarebbe già crollata da molto tempo sotto il proprio peso. È per aver messo le mani su centinaia di milioni di asiatici e di africani che l'imperialismo è riuscito sino a oggi a mantenere il proletariato inglese sotto il dominio della borghesia. I privilegi successivi conquistati grazie alle colonie sono il principale sostegno del capitalismo moderno e, fintanto che noi non priveremo il capitalismo di questa fonte di reddito, non sarà facile per il proletariato dei paesi capitalisti avanzati distruggere l'ordinamento capitalistico.
In questo modo, è la caduta dell'impero coloniale che causerà, congiuntamente all'inevitabile rivoluzione proletaria delle metropoli, anche la caduta del sistema capitalistico mondiale. È per tale motivo che l'Internazionale comunista deve allargare la sfera delle proprie attività, deve stabilire delle relazioni con le forze rivoluzionarie che aspirano ad espellere l'imperialismo dai territori coloniali e dai paesi dipendenti. Le due forze devono essere coordinate per garantire il trionfo della rivoluzione mondiale…"
Come dice anche il Porofessor Carlos Rangel: "Affermando in nome del socialismo che sia l'arretratezza dei paesi poveri, sia l'avanzamento di quelli ricchi, sono il risultato dello sfruttamento imperialista, si riesce di fatto ad aggregare senza alcuna fatica tutti coloro che nutrono sentimenti e opinioni anticapitaliste. E non si tratta soltanto di comunisti, di marxisti e neppure di socialisti: il terzomondismo attira anche, genericamente e per lo stesso motivo di base, tutti gli insoddisfatti e i frustrati. Gli handicappati della crescita, i provenienti da sacche di sottosviluppo e gli altri sfortunati, tutti quelli più o meno tentati dall'irrazionale, compresi alcuni cristiani (anche se non sono completamente irrazionali), temono nondimeno le implicazioni razionaliste e secolarizzatrici del capitalismo. Aggiungiamoci infine tutti coloro che, per una ragione o per l'altra, rifiutano o temono le conseguenze dello sviluppo scientifico e tecnologico, dell'industrializzazione e dell'urbanesimo accelerato. Ognuna di queste componenti non coglie il Terzo Mondo nella sua diversità primaria, ma come una massa indifferenziata di popoli e di territori che il capitalismo non ha ancora definitivamente contaminati e che, anche se non sono tutti in egual misura depositari di virtù e di valori che l'occidente ha distrutto e dimenticato, possono essere perlomeno mobilitati contro di lui. Da ciò il successo di un'inclinazione dell'animo - bisogna chiamarla così poiché non merita di essere considerata una teoria - , secondo la quale il terzomondismo, basato su due assiomi in rottura con l'evidenza: è una realtà omogenea e vi è, fra i suoi interessi e quelli delle democrazie capitaliste, una contraddizione insanabile."

Le cifre


Prima di chiederci perché questi movimenti avversino la globalizzazione, proviamo a chiederci cos'è. Ebbene, la globalizzazione è un processo di integrazione delle realtà mondiali e di crescente interazione e interdipendenza fra le parti del mondo. Oltre agli aspetti economici e finanziari, gli effetti di questo fenomeno si estendono a quelli culturali e scientifici. Pur con alti e bassi, ciò che noi chiamiamo globalizzazione ha sempre fatto parte della civiltà, come nell'alto medioevo, quando, una volta liberato dal dominio musulmano, il Mediterraneo fu teatro di un commercio a tal punto fiorente da creare rapporti fra occidente cristiano e mondo islamico, per non parlare degli imperi del levante tramite la celeberrima Via della Seta. Il tutto nonostante lo spirito di crociata che allora allignava nella Chiesa, spirito che andava sempre più indebolendosi, man mano che, grazie al commercio, le sorti dei vari mondi entravano a far parte di un comune sistema. Naturalmente, le guerre tra islam e occidente non si sono mai arrestate, ma le motivazioni erano sempre politico-religiose e venivano sempre malviste soprattutto dai commercianti - ciò che oggi chiameremmo attori globali - che si vedevano aumentare le imposte e diminuire il giro d'affari a causa dell'incertezza che le guerre recano ai commerci.
I progressi nel campo dei trasporti degli ultimi due secoli hanno poi impresso un'accelerazione notevole al fenomeno, se si pensa che secoli addietro, per andare in oriente e far ritorno occorreva un anno, mentre oggi si può raggiungere l'oriente in poche ore. Lo stesso accade nelle comunicazioni, che nei tempi antichi seguivano gli stessi ritmi degli spostamenti umani, mentre oggi possiamo inviare un'e-mail da una parte all'altra del mondo in pochissimi secondi. Relativamente ai costi, se nel 1860 un telegramma costava 70 $ di oggi a parola, inviare un documento di 20 pagine con la posta elettronica, non costa più di un centesimo di dollaro. Tutto questo ha permesso di infittire la rete dei contatti tra le persone, velocizzando in maniera esponenziale i flussi di informazioni così vitali all'efficienza dei mercati e alla riuscita degli affari.
Guardando le cifre, la vulgata no-global si lamenta del fatto che l'86% del PIL mondiale è posseduto dal 20 % della popolazione (occidente e dintorni), mentre il restante 80% della popolazione ne possiede il 14%. Invece di guardare a questa supposta ingiustizia in chiave meramente ideologica, non sarebbe più producente chiedersi prima il perché l'80% della popolazione mondiale non riesce a produrre più del 14% del PIL globale? Poi, questo 14% andrebbe calcolato su una quota di "prodotto" sempre crescente, il chè comporta che anche per i PVS* il progresso economico non manca. Infatti, riguardo alla lotta alla fame, il numero di chi soffre è passato dagli 840 milioni del 1990 a 777 del 1999, e, secondo le stime dell'ONU, dovrebbe ridursi di altri 200 milioni entro il 2015. In termini percentuali, ciò significa che nel 1950 la malnutrizione coinvolgeva la metà della popolazione del terzo mondo, percentuale scesa al 30% nel 1970 e al 19% oggi. Stesso discorso per la denutrizione infantile, che riguardava il 46,5% dei bambini sotto i 5 anni nel 1970, mentre oggi la percentuale è scesa al 27%. Il tutto, tenendo conto che dal 1960 ad oggi la popolazione è passata da 3 a 6,2 miliardi di abitanti. Il consumo di calorie giornaliero nei PVS è passato dalle 1900 del 1960 alle 2700 di oggi e tali miglioramenti sono stati ottenuti con un'estensione delle terre coltivate alquanto modesta, ossia passando da 1,4 miliardi di ettari del 1960 a 1,5 miliardi di ettari di oggi. Tutto questo grazie alla "rivoluzione verde" degli anni '70, che ha introdotto nel Terzo Mondo varietà di semi ad alto rendimento, fertilizzanti sintetici e pesticidi. Con l'ulteriore crescita della popolazione di altri 2 miliardi entro il 2025, l'inquinamento causato all'ambiente da fertilizzanti e pesticidi diverrà insopportabile, per cui, il passaggio alle biotecnologie (OGM - Organismi Geneticamente Modificati) sarà una tappa obbligata. Naturalmente, i no-global sostengono che gli OGM sono dannosi per salute e ambiente (il chè è assolutamente privo di riscontri), e creano dipendenza dei contadini dalle multinazionali, asserzione questa, puramente ideologica, se si pensa che, come mezzo secolo fa i contadini utilizzavano mezzi di produzione esterni al podere acquistando fertilizzanti e pesticidi, d'ora in avanti potranno acquistare sementi OGM.
Riguardo la povertà, nei PVS il numero di persone che vive con meno di 1 dollaro al giorno è diminuito di 125 milioni (dal 29% al 23%), nonostante una crescita della popolazione di 600 milioni. È inoltre significativo il fatto che alla riunione del WTO a Seattle nel 1999, Bill Clinton propose di intridurre un salario minimo si scala mondiale di 2 $ al giorno. Ebbene, furono proprio i rappresentanti dei PVS a bocciare la proposta, in quanto, come nel caso del Bangladesh, proprio un salario medio di 0,20 $ al giorno costituiva il requisito fondamentale affinchè le multinazionali andassero ad investire in quel paese arrecando non pochi benefici all'economia locale. La speranza di vita alla nascita è passata dai 26 anni del 1900 (nei paesi industrializzati era di 46) a 46 nel 1960 (64 nei paesi industrializzati), per poi raggiungere, nonostante la piaga dell'AIDS, i 64,5 oggi (78 nei paesi industrializzati). Come si può notare, la differenza tra paesi ricchi e poveri va diminuendo, passando dai 20 anni del 1900, ai 18 del 1960, ai 13,5 di oggi. Anche il reddito pro-capite nei PVS (anche se non ovunque) è notevolmente aumentato, raddoppiando quasi (da 1300 $ a 2500 $ annui) nei 23 anni che vanno dal 1975 al 1998, se pensiamo che due secoli fa a raddoppiare per la prima volta il proprio reddito pro-capite, il Regno Unito impiegò 58 anni, gli USA 47 e la Germania 43, mentre nel XX secolo, la Corea del Sud ha impiegato 11 anni, il Cile 10 e la Cina 9.
Il vero problema, quindi, è coinvolgere i paesi poveri nei processi di mercato, se si pensa che l'economia di quei paesi poveri che hanno accettato di partecipare alla globalizzazione è cresciuta del 4,5% annuo nei decenni '70 e '80, a differenza di quanto è accaduto ai paesi poveri che non si sono aperti al mercato, la cui crescita si è arrestata allo 0,7% annuo. Nel decennio 1990-2000, la Cina ha conseguito una crescita media annua del 10,3%, Singapore e Vietnam 7,9%, Irlanda 7,3%, Malaysia e Uganda 7%, e Cile 6,8%.
Riguardo ad altri temi cari ai no-global, ossia le multinazionali sfruttatrici e il debito estero, possiamo notare come nel 1994, nei PVS, lo stipendio medio dei dipendenti delle multinazionali è doppio rispetto a quello delle aziende locali (3400 $ contro 1700 $), mentre nei paesi industrializzati era superiore di una volta e mezzo circa (32400 $ contro 22600 $).
Per quanto concerne, invece, il debito estero, il rapporto debito/esportazioni è passato dal 144% del 1984 al 137% del 1999; un miglioramento c'è stato, ma assai poco significativo. Riguardo al rapporto debito estero per abitante/redito pro-capite, non tutti i paesi presentano situazioni simili: la Malaysia ha un rapporto di 2000 $/8209 $, lo Zambia di 600 $/756 $, la Corea del Sud di 2769 $/15712 $, la Guinea Bissau di 785 $/678 $, dal chè si desume che c'è modo o modo di far fruttare i propri debiti.
Per quanto concerne, infine, la disuguaglianza, il rapporto fra il 20% del reddito dell'umanità più povera e il 20% dell'umanità più ricca era di 1 a 30 nel 1960, è salito a 1 a 72 nel 1973, fino ad arrivare a 1 a 82 nel 1995. L'aumento della disuguaglianza, però, va letto nella giusta maniera, in quanto, mentre nelle società pre-capitaliste la poca disuguaglianza era indice di un largo strato di povertà, nella società moderna la ricchezza, pur non beneficiando tutti allo stesso modo, è talmente aumentata che le condizioni di tutti finiscono per migliorare, anche se in modo diseguale. Basti pensare che fra l'anno 1000 e l'anno 1700 il PIL mondiale è cresciuto appena da 130 a 160 $ pro-capite odierni, mentre negli ultimi 300 anni cresciuto da 160 a 6500 $. Tutti stanno meglio, anche se in modo diseguale.


Un po' di storia


Uno degli slogan dei no-global è "globalizzare la cultura, invece dei commerci". Siamo sicuri che ciò sia possibile? Il ruolo decisivo avuto dal commercio nella storia umana è spesso misconosciuto, ma è proprio grazie ad esso che si sono manifestati i maggiori cambiamenti nell'arte, nella scienza e nella tecnologia. La lingua inglese, oggi idioma del mondo degli affari, è giunto in Europa con la migrazione dei Germani, combinata con elementi di latino, imposto dai conquistatori imperiali provenienti da sud. L'alfabeto lo abbiamo ereditato dai fenici, mentre i numeri li abbiamo appresi dagli arabi, i quali, a loro volta, li hanno appresi dagli indiani. In tutti questi processi, il commercio è stata la "molla" iniziale che ha consentito di sviluppare rapporti che via via si sono estesi oltre l'ambito commerciale.
I primi avamposti nei paesi stranieri furono sempre appannaggio dei commercianti, il cui spirito di iniziativa li spingeva ad abbandonare la propria terra natia per insediarsi in altre città per divenire veri e propri mediatori culturali. Qui apprendevano lingua, usi e costumi dei loro ospiti, pur rimanendo lungo i confini della città ospitante. Non è forse un caso che nell'antica Grecia, Ermes era allo stesso tempo il dio del commercio e il dio delle pietre di confine che separavano una città dall'altra. Come mediatori culturali, i commercianti aiutavano e incoraggiavano gli scambi tra la società ospite e le persone della loro stessa origine che si spostavano lungo le vie commerciali, favorendo da prima gli scambi prettamente commerciali, per poi permettere una maggiore integrazione riguardo ad altri aspetti, così da creare i presupposti per la formazione di una civiltà sempre più ampia, la così detta società aperta dei giorni nostri.
Sin dall'antichità, quindi, l'uomo ha sempre avuto tendenza allo scambio occasionale di ciò che aveva in sovrappiù con ciò di cui necessitava maggiormente, ma i commercianti di professione hanno sempre subìto un forte ostracismo, a causa del mistero in cui è sempre stata immersa la loro attività; mistero dovuto al fatto che traevano guadagno dalla conoscenza che altri non avevano, conoscenza tanto più misteriosa, poichè spesso aveva a che fare con usanze straniere e terre sconosciute, talvolta fonti di leggende e storie strane. A questo va aggiunto il pregiudizio, tipico dell'istinto ereditato dal "piccolo gruppo", verso le attività che esulano dallo sforzo fisico, di per se meritorio e dai risultati più facilmente percepibili. Il fatto che il commercio, tramite l'attività del cervello piuttosto che dei muscoli, porti, con un mero passaggio di mano di un bene, a un guadagno in termini di valore di tutti i partecipanti allo scambio (e non necessariamente al guadagno di uno a spese di un altro) è quanto mai difficile da afferrare intuitivamente.
Così, tanti vedono il profitto come il frutto dell'inganno, in quanto la ricchezza così ottenuta è meno riconducibile a meriti "visibili", il che sconcerta molti, che diffidano di come i commercianti vengono in possesso di quelle informazioni che li rendono più competitivi, specialmente di quelle reperite in luoghi lontani.
Questi pregiudizi anticommerciali hanno impedito di vedere come ogni comunità umana abbia sempre cercato, man mano che progrediva, di allacciare rapporti commerciali sempre più stretti con altri gruppi e che i benefìci di tali rapporti si traducevano in aumenti di popolazione che inevitabilmente finivano per allargare il "piccolo gruppo", causando spesso diaspore che spingevano parte della popolazione a "colonizzare" lande di terra disabitate.
Questo processo di espansione commerciale e territoriale, ripetuto nei secoli, creò i presupposti per la nascita di quel "Mondo Finito", in cui non c'erano più terre da "scoprire", così che l'espansione territoriale lasciò via via il posto a una maggior intensificazione dei rapporti tra individui e tra Stati. Fu così che la Rivoluzione Industriale e l'applicazione dei principi di Adam Smith sulla divisione del lavoro - la cui efficacia aumenta all'aumentare dell'estensione del mercato - portò al fenomeno della divisione internazionale del lavoro, i cui benefìci si estesero a tutta la popolazione, lavoratori compresi, dei paesi coinvolti nei processi di scambio e non è un caso che tutte le forme di protezionismo commerciale, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, abbiano portato alla formazione di idee anticapitalistiche e alla nascita dei totalitarismi del Novecento.
Contrariamente a quanto asserito da Marx & Engels, i profitti crescenti degli imprenditori testimoniavano l'aumentato potere d'acquisto dei lavoratori, la cui maggior produttività non era dovuta alla propria abilità, ma all'uso di strumenti sempre più sofisticati, frutto degli investimenti effettuati dagli stessi imprenditori.
Oggi che la caduta del muro di Berlino e i progressi della tecnologia informatica ci consentono di comunicare a grandi distanze, in poco tempo e a bassi costi, sembrano rinascere le condizioni per una ripresa del libero scambio internazionale e per infittire le relazioni tra soggetti da un capo all'altro del mondo, con grandi vantaggi soprattutto per i paesi poveri, resi tali da un occidente corrotto da idee protezioniste e stataliste, tipiche dei nemici dell'"etica del profitto".
Ciò che i suoi denigratori ignorano, è che il mercato svolge la funzione di diffusore di informazioni, consentendo ai suoi operatori di conoscere i prezzi dei fattori produttivi e le preferenze dei consumatori per meglio servirli, poiché, diversamente dalla democrazia, nel mercato si devono soddisfare i desideri di tutti e non solo della maggioranza, mentre si è sottoposti al giudizio del popolo in ogni istante e non solo nel giorno delle elezioni.


Perché in occidente

La globalizzazione è un fenomeno che ha le sue origini nel capitalismo occidentale Ma come mai in occidente e non altrove? Come intuito sia da Marx che da Max Weber, le civiltà orientali non sono state in grado di imboccare la via del libero mercato a causa del dispotismo burocratico-manageriale, forma di dominio che l'occidente non ha mai conosciuto se non in epoca tardo-romana, quando l'ingerenza dello Stato nella vita privata dei cittadini portò all'ipertrofico sviluppo della burocrazia e alla progressiva militarizzazione della società. Ma l'impronta decisiva alla civiltà occidentale venne data dalla "città medievale", il cui rapporto con lo Stato fu assai diverso dalle città orientali. Se queste ultime furono soggiogate da uno Stato dispotico e soffocante, le prime, grazie alla debolezza dello "Stato" feudale, riuscirono a conquistarsi quella autonomia che permise loro di fare uscire l'Europa da un'economia di mera sussistenza e da una produzione (autarchica) orientata al consumo, e dare inizio a una produzione orientata alla vendita, tipica di un'economia di mercato. Altro aspetto fondamentale della società medievale fu la scissione tra potere temporale e potere spirituale, scissione che dette luogo a una situazione di perenne conflitto latente, ma che ebbe l'involontaria (seppur benefica) funzione di impedire che si creasse un sistema accentrato di potere in cui sovrano fosse allo steso tempo supremo sacerdote. Senza questo clima di anarchia, sia politica, che religiosa, la città medievale, e con essa lo spirito mercantile, non avrebbero potuto nascere. Come sottolineò anche Adam Smith nella Ricchezza delle Nazioni, "A quei tempi, forse nessun sovrano europeo era in grado di proteggere in tutta l'estensione dei suoi domini la parte più debole dei sudditi dall'oppressione dei grandi signori. Coloro che la legge non poteva proteggere e che non erano abbastanza forti per difendersi da soli erano costretti a ricorrere alla protezione di qualche grande signore, e per ottenerla, diventare suo schiavo o vassallo, o ad aderire ad una lega di mutua difesa per la protezione reciproca. Come individui singoli gli abitanti dei comuni non erano in grado di difendersi, ma aderendo ad una lega di difesa con i loro vicini, essi erano capaci di opporre una resistenza non trascurabile. I signori disprezzavano gli abitanti dei borghi che non solo consideravano appartenenti a una diversa classe, ma come un gruppo di schiavi emancipati. La ricchezza dei borghigiani non mancò mai di suscitare la loro invidia e indignazione ed essi li saccheggiavano senza pietà o rimorso a ogni occasione possibile. Gli abitanti dei borghi, naturalmente, odiavano i signori. Anche il re li odiava e li temeva, ma sebbene forse li disprezzasse, non aveva alcuna ragione di odiare e temere i borghigiani. L'interesse reciproco li disponeva quindi a sostenere il re e disponeva il re a sostenerli contro i signori. Essi erano nemici dei suoi nemici, ed era suo interesse renderli più che poteva sicuri e indipendenti da quei nemici." Una sorta di sistema di pesi e contrappesi spontaneo e non-istituzionalizzato, senza il quale, forse, non si sarebbe avvertita nei secoli XVII e XVIII, l'esigenza di dar vita a costituzioni che mirassero a controbilanciare i poteri dello Stato.
Ma la città medievale non era soltanto la sede dell'industria e del commercio, una sorta di enclave, nel modo di produzione curtense, ma anche un centro politico che rappresentò un contro-potere indipendente che, grazie alla sua autonomia, scardinò progressivamente le strutture politiche, economiche e mentali dell'edificio feudale. A questo va aggiunto quel fenomeno peculiare che fu il ius mercatorum, privo di qualsiasi consacrazione legale e nato dall'applicazione spontanea del trial and error con il quale i borghesi regolarono, a livello continentale, le loro transazioni. Tutt'altro che incolti, i mercatores, non trovando alcun aiuto nel sapere giuridico della chiesa, in molti casi procedettero partendo da zero, in altri riportando alla luce il diritto romano, che ha permeato, seppur con le dovute differenze tra stato e stato, la cultura giuridica occidentale fino ai giorni nostri. Questo "sistema dell'egoismo disciplinato" offriva ai nuovi ceti emergenti la possibilità di liberarsi dai condizionamenti ierocratici, in quanto "lasciava un larghissimo margine alla loro libertà in tutto ciò che era attività economica."
Attorno al XV secolo, però, iniziarono a formarsi gli Stati nazionali. Fernand Braudel sosteneva che "Lo stato moderno, che non ha costruito il capitalismo ma lo ha ereditato, talora agisce a suo favore, tal'atra ne ostacola i propositi; a volte gli permette di espandersi liberamente, ma in altri casi distrugge le sue risorse." Con la nascita dello Stato moderno, la borghesia fu costretta a chiudersi nella sfera economica, in quanto lo Stato disponeva di un apparato amministrativo relativamente ampio e professionalizzato, un sistema fiscale in grado di garantire la sua autonomia finanziaria e un esercito permanente. Tuttavia, i sovrani europei, a differenza dei despoti orientali hanno cura di favorire i commercianti e gli industriali garantendo la proprietà privata e la libertà contrattuale. Nonostante il potere invasivo, lo Stato moderno è costretto a collaborare con la borghesia, in virtù dell'esistenza di una miriade di corpi intermedi rappresentativi, come gli Stati Generali, le Assemblee di notabili e i Parlamenti cittadini, grazie ai quali la società civile difende se stessa e i suoi interessi. Inoltre, i sovrani capiscono che la crescita dell'economia fa aumentare i propri introiti sotto forma di maggiori entrate, così lo Stato moderno, con la sua azione, assiste il capitalismo nella sua opera di allargamento dei mercati. Né lo Stato, né le scoperte geografiche generano il capitalismo, ma sono gli attori dell'economia di mercato che sfruttano quanto lo Stato moderno mette loro a disposizione per portare a termine le scoperte geografiche e per espandere i commerci, delineando così un sistema finalizzato al primato dell'economia, ossia un sistema politico che, per poter prosperare, deve sottostare alle esigenze del commercio, perché ciò torna a proprio vantaggio. Vantaggio che si manifesterà in una superiorità tecnologica frutto della maggior accumulazione di risorse che solo un sistema di economia di mercato consente. A differenza degli Stati dispotici, in cui il sovrano può fare tutto ciò che vuole, i sovrani europei capiscono che devono rispettare le esigenze dell'economia per poter espandere il loro potere. Chi, come la Corona di Spagna, non si adegua è perduto. È il trionfo del primato dell'economia, quello che ha reso il mondo occidentale più prospero e che ne ha fatto il motore della globalizzazione dalla rivoluzione Industriale in poi.


Possibili rimedi

Secondo quanto affermato da Hernando de Soto, il problema del Terzo Mondo non è dovuto né alla mancanza di capitale, né alla mancanza di spirito imprenditoriale, bensì al collegamento tra mercato e legge, ossia la forma adeguata per rappresentare le attività patrimoniali. Molti paesi del Terzo Mondo, purtroppo, vivono di economia sommersa, il chè permette un giro d'affari assai ridotto, limitato a scambi con persone che già si conoscono e di cui si ha fiducia, mentre la mancanza di catasti e di titoli che attestino in maniera sufficientemente affidabile i titoli di proprietà non consentono l'accesso al credito e gli investimenti da parte di operatori esteri. Adeguare il sistema di regole all'economia reale è la grande sfida che attende i PVS, e non si pensi che sia un processo facile e immediato, visto che l'occidente ha impiegato ben due secoli per realizzarlo. Ad oggi, i fallimenti a cui sono andati incontro i PVS nel realizzare un adeguato sistema legale sono stati dovuti al fatto che le leggi sono state paracadutate dall'alto chiedendo agli operatori economici di adeguarsi, invece di andare loro incontro. De Soto cita l'esempio dell'Indonesia, dove il governo, in perfetta buona fede, ha creato un elitès di giuristi prodotta nelle migliori università, che, per quanto preparata, non riesce a comunicare con un'imprenditoria locale che si muove in un sistema di proprietà extralegale, che però è stabile e significativo per chi appartiene al gruppo, ma privo di informazioni per chi del gruppo non fa parte. Come ben rilevò Bruno Leoni, la legge deve essere scoperta prima di essere sistematizzata: "I romani e gli inglesi condividevano l'idea che il diritto è qualcosa da scoprire, piuttosto che da decretare e che nessuno è così potente nella società da essere in posizione da identificare la sua propria volontà con la legge del paese. Il compito di "scoprire" la legge era affidato nei loro paesi, rispettivamente, ai giureconsulti e ai giudici, due categorie paragonabili, almeno fino a un certo punto, agli esperti scientifici di oggi."
Secondo Padre Gheddo, missionario del PIME, per alleviare le sofferenza dei PVS, occorre non meno, ma più globalizzazione. L'esperienza ci dice che proprio i paesi esclusi dal processo di globalizzazione sono quelli rimasti più indietro. Ciò di cui hanno bisogno quei paesi, non è tanto una maggior quantità di denaro (che spesso finisce nelle tasche di dittatori corrotti e sanguinari), ma della presenza fisica di chi può insegnar loro a produrre maggior ricchezza, cercando di far leva sull'educazione, in quanto questi popoli non sono educati a produrre. La mancanza di educazione alla democrazia in africa, ha fatto sì che "i governi locali hanno trascurato le regioni rurali e l'agricoltura, privilegiando le città, le classi dirigenti e i militari" e riguardo l'educazione, un rapporto dell'UNICEF dice che in Tanzania, ad esempio, solo l'1% delle insegnanti delle elementari hanno titolo per poter insegnare e molte non hanno neanche finito le scuole elementari! Non ha quindi senso dare soldi e macchinari a chi non ha le cognizioni per adoperarli, occorre insegnar loro concretamente a farne buon uso andando in quei paesi, imparando la loro mentalità, le loro tradizioni, per capire quali sono le loro difficoltà nell'affrontare i necessari cambiamenti.


Bibliografia :

  • L'occidente e il Terzo Mondo, di Carlos Rangel, 1982 Ed. SugarCo
  • Appunti su globalizzazione e dintorni, di Rodolfo Casadei, Ed. Tempi
  • La presunzione fatale, di Friedrich von Hayek, 1997 Ed. Rusconi
  • Mercanti, commerci e cultura dall'antichità al XIX secolo, di Philip J. Curtin, Ed. Laterza
  • Saggio sulla genesi del capitalismo, di Luciano Pellicani, 1992 Ed. SugarCo
  • Il mistero del capitale, di Hernando De Soto, 2001 Ed. garzanti
  • Davide e Golia - I cattolici e la sfida della globalizzazione, di Padre Piero Gheddo e Roberto Beretta, 2002 Ed. San Paolo
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