|
Europa:
un continente in crisi di identità
di Carlo Zucchi
Come tutte le guerre, anche l'ultima tra Iraq e angloamericani ha
fatto le sue vittime. Se ne ha fatte meno del solito per quanto
riguarda i civili iracheni, ben di più ne ha fatte dal punto
di vista politico. ONU, NATO E UE sono uscite assai malconce, e
se i commenti si sono sprecati per l'ONU, un po' più sotto
silenzio sono passate le divisioni all'interno dell'UE.
Seppur legittima e motivata, la protesta dell'opinione pubblica
europea contro la guerra ha toccato punte di antiamericanismo che
devono far riflettere. Non più di 12 anni orsono, la prima
guerra contro l'Iraq durò due volte tanto e fece un numero
di vittime civili quasi mille volte superiori, eppure, oltre alle
rituali marce della pace dei pacifisti da combattimento della sinistra
marxista, le opinioni pubbliche europee non si mostrarono così
ostili come è avvenuto quest'anno. Se a tutto ciò
aggiungiamo che questa volta si andava a cacciare un tiranno unanimemente
odiato come Saddam Hussein e che l'11 settembre 2001 gli Stati Uniti
sono stati colpiti nel modo vile che sappiamo, è evidente
che il sentimento antiamericano si è notevolmente acuito.
Facendo un paragone tra il 1991 e oggi si può osservare come
in questi 12 anni l'antiamericanismo sia stato scientemente nutrito
da una sinistra post-marxista che, perso ogni progetto ideale costruttivo
con il crollo del muro di Berlino, sembra trovare la propria identità
soltanto nel demonizzare il nemico di sempre, ossia quegli Stati
Uniti che l'hanno svegliata dal sogno della rivoluzione proletaria.
Se allora, nonostante la guerra più cruenta, le proteste
furono molto minori, ciò fu dovuto al fatto che, con il crollo
del comunismo avvenuto soltanto due anni prima, i post-marxisti
erano ancora piuttosto spaesati.
Non sapendo più cosa realizzare, i neo-comunisti sanno perfettamente
cosa distruggere. In seguito al crollo dell'URSS il comunismo ha
trovato il modo di sopravvivere camuffandosi subdolamente con terminologie
nuove, e se il comunismo è finito nel discredito più
totale, le sue conseguenze e i suoi germi sono ormai stabilmente
tra noi, sotto forma di idee sbagliate e pregiudizi anacronistici
che hanno fatto breccia anche in chi è sempre stato visceralmente
anticomunista. Ma ancora di più, il comunismo ha lasciato
le sue venefiche scorie attraverso l'odio diffuso che ha inculcato
nelle menti e nei cuori di chi ha abbracciato questa ideologia;
odio che con il crollo del Muro è tutt'altro che scomparso
e che, anzi, sembra essersi nutrito del risentimento verso il mondo
una volta tramontato il sol dell'avvenir.
Con lo sviluppo del movimento no-global, poi, quella cultura sta
rialzando la testa sotto mentite spoglie (sono comunisti, ma lo
negano), e se il pericolo di un'invasione sovietica è scongiurato,
la penetrazione di ideologie che fanno leva sull'invidia e sulle
viscere di spostati, frustrati e incapaci, è altrettanto
pericolosa, in quanto tende a minare le fondamenta della civiltà
occidentale. L'ideologia no-global ha fatto da ponte tra antiamericanismo
e antisemitismo comunisti e antiamericanismo e antisemitismo panarabi,
tanto che si può dire senza troppa ipocrisia che le uniche
globalizzazioni finora riuscite sembrano essere quelle dell'antiamericanismo
e dell'antisemitismo. L'odio verso la civiltà ebraico-cristiana
alimentato dall'alleanza tra risentimento musulmano e risentimento
anticapitalista sembra aver trovato nell'Europa delle ideologie
e dell'immigrazione islamica un terreno quantomai fertile. Ma perché
l'Europa? Cosa la divide dagli Stati Uniti?
Ciò che oggi divide sempre più gli Stati Uniti dall'Europa
delle ideologie è proprio la questione legata ai valori di
fondo della società occidentale; valori che negli Stati Uniti
sono ancora presenti nel cuore della gente, in particolare nella
gente comune, mentre in Europa si denigra tutto quanto è
occidentale, e nemmeno dopo la caduta del comunismo, si è
compreso quanto il capitalismo degli ultimi due secoli abbia elevato
il nostro standard di vita, sia sotto l'aspetto materiale, sia sotto
quello morale.
L'abitudine tutta giacobina di giudicare i comportamenti umani in
base alle intenzioni (la via dell'inferno non è lastricata
di buone intenzioni?) e non in base alle conseguenze ha fatto sì
che ogni genocidio fatto in nome di nobili ideali riscuotesse molto
meno biasimo rispetto a imprenditori, che, pur perseguendo fini
egoistici, hanno creato benessere per tante persone. Fissare i propri
giudizi morali sulle intenzioni è tipico delle persone infantili,
mentre valutare le conseguenze delle proprie azioni è tipico
delle persone adulte e responsabili, e proprio la responsabilità
della persona è stato l'elemento centrale che il cristianesimo
ci ha insegnato nei secoli, prima che le ideologie irreligiose di
stampo statolatrico-illuministico creassero i presupposti per il
disastro morale che oggi abbiamo sotto i nostri occhi. Espropriati
a poco a poco (dallo Stato) della propria capacità decisionale,
gli europei non sono invecchiati, bensì regrediti all'età
infantile in cui non ci si assume responsabilità alcuna e
si critica chi, talvolta sbagliando (come gli USA), ci leva dai
guai, facendoci magari sentire pavidi e mollaccioni.
Ebbene, fino a che l'Europa non capirà da cosa deriva il
proprio benessere e la capacità di cooperazione dei propri
popoli, sarà sempre un continente debole, e come una casa
con fondamenta deboli, sarà destinata a crollare sotto il
peso delle intemperie. Purtroppo, però, i segnali non sono
incoraggianti. Il rifiuto di sottolineare le origini cristiane dell'Europa
nella futura costituzione dell'Unione Europea è un gran brutto
sintomo della crisi di identità del continente europeo.
Se è pur vero che l'intervento anglo-americano in Iraq ha
prestato il fianco a molte critiche più che giustificate,
non altrettanto giustificato è l'odio che la pattumiera intellettuale
europea ha scagliato verso gli Stati Uniti, colpevoli più
di aver scelto un presidente "di destra" che di aver scatenato
una guerra quantomeno criticabile. Il crollo del comunismo, purtroppo,
non ha portato un ricambio nella classe intellettuale europea. Troppi
comunisti riciclati, o non sufficientemente pentiti, sono ancora
al proprio posto nelle aule universitarie e nelle redazioni di giornali
e TV. Le idee sbagliate in circolazione sono ancora troppe. E persino
la Chiesa cattolica sembra essere pervasa da questa cultura, come
dimostrano fenomeni tipo la Teologia della liberazione, che, coniugando
vangelo e marxismo (e mitra), vent'anni orsono spopolò in
America latina, e che oggi sembra tornare in auge, sotto mentite
spoglie, proprio in Italia.
Inoltre, non può non saltare agli occhi che gli elementi
di spicco del terrorismo arabo (analogamente a quanto accadeva con
i terroristi filo-comunisti europei degli anni '70) non sono dei
poveracci, ma borghesi che hanno girato il mondo, e che lo stesso
Osama Bin Laden ha studiato a Londra e ha "subodorato"
quell'ideologia anticapitalista che nei campus universitari occidentali
sembra, purtroppo, non tramontare mai. Infatti, a essere presi di
mira l'11 settembre, non sono stati obiettivi religiosi, ma politico-militari
(Pentagono) e, soprattutto, economici, come le Twin Towers, autentico
simbolo del capitalismo occidentale. Se poi pensiamo che nel recente
passato anche molti leaders comunisti del terzo mondo si sono formati
in Europa, come Pol Pot che ha studiato alla Sorbona di Parigi,
il quadro è completo. Ciò che deve far riflettere,
è che proprio l'occidente (soprattutto l'Europa) ha partorito
dal suo seno coloro che rischiano di portarlo alla rovina. L'Europa,
specie nella sua versione più statolatrica rappresentata
da Francia e Germania (autentiche palle al piede dell'UE), sembra
lanciare segnali ostili come non mai verso gli Stati Uniti, forse
sapendo che se anche le cose si mettessero male, questi verrebbero
comunque in nostro aiuto. Questo conflitto tra risentiti marxisti
e musulmani da una parte e civiltà occidentale dall'altra
sembra riproporre nuovamente l'eterno conflitto tra oriente dispotico
e cultura ebraico-cristiana. Ma l'odio verso la nostra civiltà
immesso dalla cultura comunista si è ormai espanso come una
metastasi che ci ha indebolito a tal punto, che la colonizzazione
araba prossima ventura costituisce una minaccia assai preoccupante,
visto che dovremo risolvere da noi questo problema, e che gli americani,
con nostra somma gioia, non potranno intervenire a tirarci fuori
dai guai. Se l'ultima guerra in Iraq sarà foriera di conseguenze
positive o negative sarà il tempo a dirlo, ma l'occidente
deve prendere coscienza che i maggiori pericoli per il proprio futuro
non vengono dall'esterno, ma dalle proprie aule universitarie e
dalle proprie casematte ideologiche, che hanno esportato miseria
e morte in paesi che oggi si rivoltano contro di noi in nome di
ideali corrotti da nostre ideologie che continuano a sopravvivere,
nonostante prematuri certificati di morte.
|