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Il
vero cristiano è anarco-capitalista
di
Gugliemo Piombini
Non tutti i cristiani accettano la compatibilità tra i valori della propria
morale e quelli del capitalismo liberale. Ancora meno sono coloro che accolgono
la ben più radicata tesi che qui si cerca di dimostrare, e cioè
che l'anarco-capitalismo è l'unica forma di organizzazione sociale con
cui il cristianesimo non si trova in conflitto.
Per quanto la civiltà greca e romana avessero accolto concezioni filosofiche
proto-liberali, concretizzatesi in istituzioni giuridiche rispettose dei diritti
della persona, non si può negare che fu il cristianesimo a introdurre,
rispetto alle religioni precedenti, una fede di carattere fortemente individualistico.
L'enfasi sulla salvezza individuale, l'uguaglianza di tutti gli uomini e la
condanna della violenza rappresentano altrettanti elementi a favore del riconoscimento
dei diritti naturali dell'individuo in un universo in larga parte permeato da
quegli opposti valori pagani, eroici e guerrieri, così rimpianti da Nietzsche.
Sappiamo in realtà che il cristianesimo fu, a differenza della dottrina
libertaria fondata sui diritti naturali, un messaggio essenzialmente apolitico,
mirante ad indicare non tanto ciò che l'autorità può o
non può fare, quanto una filosofia di vita cui il buon cristiano su deve
uniformare nei suoi comportamenti quotidiani. È certo, comunque, che
la morale predicata da Gesù Cristo non può accettare come legittima,
in nessun caso, l'aggressione contro la persona o i beni altrui.
Il rifiuto dell'uso della forza e il richiamo al pacifismo sono nelle parole
di Cristo così radicali, che non solo viene condannato l'atto che dà
inizio alla violenza, ma viene anche sconsigliato l'uso della forza come risposta
ad una precedente aggressione, secondo il famoso precetto di "porgere l'altra
guancia".
Qualsiasi forma di coercizione dell'uomo sull'uomo è quindi in contrasto
con l'insegnamento evangelico, e anche l'aiuto ai più bisognosi, così
enfatizzato dai cristiani, soggiace a questa regola, perché mai il Messia
ha auspicato forme di assistenza che, invece di sgorgare dallo spontaneo sentimento
di carità delle persone, si fondassero sull'uso della forza legale o
extralegale: come la redistribuzione della ricchezza o la messa in comunione
obbligatoria dei beni. Per questa ragione l'esistenza delle imposte, e quindi
dello Stato stesso, molto difficilmente sembra accordarsi con la novella cristiana.
Le imposte, infatti, violano in pieno il divieto di aggressione perché
si fondano sulla minaccia di usare la violenza fisica contro i contribuenti,
individui pacifici e per nulla aggressivi. Nel vangelo secondo Matteo (17,24
ss.) compare un'interessante discussione tra Gesù e Simon-Pietro sulle
tasse: arrivati a Cafarnao Gesù e i suoi discepoli vengono fermati dagli
esattori, che chiedono loro l'imposta speciale dovuta da tutti gli israeliti
adulti come contributo per la ricostruzione del tempio. Simone chiede a Gesù
se è giusto soggiacere al pagamento della tassa. Gesù risponde:
"I re della terra da chi esigono i tributi e le tasse? Dai loro sudditi
o dagli stranieri sottomessi? "Dagli stranieri", risponde Simone.
"Allora noi che siamo sudditi - replica - Gesù non dovremmo pagare
per questo tributo". Successivamente, però, Gesù per evitare
altre noie decide di pagare, con una specie di miracolo, estraendo una moneta
dalla bocca di un pesce appena pescato. Gesù avrebbe preferito evitare
di sottostare all'estorsione, e ha escogitato lo strano pagamento solo per poter
continuare la propria predicazione senza incidenti. L'episodio dimostra chiaramente
che per Gesù le tasse non hanno alcuna giustificazione morale, e si pagano
solo perché il conquistatore ha la forza di imporle al vinto.
Di tutti i pensatori, il grande Lev Tolstoj è stato quello che con maggior
vigore ha messo in luce l'essenza radicalmente antistatalista insita nella dottrina
cristiana: "La dottrina della rassegnazione, del perdono e dell'amore",
scriveva nella sua opera "Il Regno di Dio è in voi, non può
conciliarsi con lo Stato, con il suo dispotismo, con la sua violenza, con la
sua giustizia crudele e con le sue guerre". Anzi, "la promessa di
soggezione a qualsivoglia governo è la negazione assoluta del cristianesimo,
perchè promettere anticipatamente di essere sottomessi alle leggi emanate
dagli uomini, significa tradire il cristianesimo, il quale non riconosce, per
tutte le occasioni della vita, che la sola legge divina dell'amore".
L'ordinamento sociale fondato sull'autorità - continua Tolstoj - non
può essere giustificato: il cristianesimo, nel suo vero significato,
distrugge lo Stato. Esso fu compreso fin dal principio ed è perciò
che Gesù cristo fu crocifisso". La sua dottrina, riconoscendo tutti
gli uomini figli di Dio, scorgendo in tutti un medesimo principio divino, non
può consentire "il dominio dell'uomo sull'uomo", e abolisce
così "tutte le leggi dei dominatori attuate mediante la violenza".
Per Tolstoj, quindi, "la sorgente del male è nello Stato",
e "il governo è sempre, nella sua essenza, forza che viola la giustizia".
Infatti, "dominare vuol dire violentare, violentare vuol dire fare ciò
che non vuole colui sul quale è commessa la violenza". Anche quando
il potere governativo fa sparire le violenze interne, "introduce nella
vita degli uomini delle violenze nuove, sempre più grandi, in ragione
della sua durata e della sua forza".
La suprema violenza contro l'uomo è rappresentata dalla guerra, sempre
provocata dai governi, e dal suo prologo: il servizio militare, "l'ultimo
grado della violenze necessaria al mantenimento dell'organizzazione sociale,
è il limite estremo che possa raggiungere la sottomissione dei sudditi".
Con accenti che oggi potremo definire rothbardiani, Tolstoj afferma poi che
la principale, se non unica, causa della mancanza di libertà deriva dalla
"superstizione dello Stato". La gente, cioè, ha sempre creduto
che senza Stato vi sarebbe la fine della società: "Tutto ha continuato
così per centinaia e migliaia di anni ed i governo si sono sempre sforzati
e si sforzano di mantenere i popoli in questo errore". I valori cristiani,
al contrario, "distruggono internamente tutti i principi sui quali riposa
lo Stato", che risulta impotente di fronte a che rifiuta "il giuramento,
le imposte, la partecipazione alla giustizia, il servizio militare": tutte
funzioni che implicano l'esercizio della violenza, alle quali non bisogna prender
parte, perché "il cristiano non disputa con nessuno, non attacca
nessuno, non adopera violenza con nessuno". Il potere - scrive Tolstoj
nel suo saggio "Agli uomini politici" del 1903 - che sia nelle mani
di Luigi XIV o di un comitato di salute pubblica, d'un direttorio o di un console,
di un Napoleone o di un Luigi XVIII, d'un sultano, di un presidente, dell'imperatore
della Cina o di un primo ministro, ovunque vi sia un potere di alcuni uomini
su altri non vi potrà essere libertà, ma soltanto oppressione
di questi ad opera di quelli. E perciò il potere deve essere distrutto".
Questo vale anche per il potere democratico, dato che "neppure il dominio
della maggioranza sulla minoranza non può in alcun modo garantire un'amministrazione
equa perché non esiste alcuna ragione per credere che la maggioranza
possa essere più sensata della minoranza". Parole che ogni moderno
libertario condividerebbe. In conclusione, tutti sono pronti a riconoscere che
i principi della morale cristiana fanno parte integrante del patrimonio della
civiltà occidentale, ma pochi sono coloro che si accorgono che questi
valori sono in irriducibile contrasto con le istituzioni statali entro le quali
l'uomo occidentale vive negli ultimi secoli.
L'anarchico cristiano Tolstoj ha il merito di aver messo in luce la contraddizione
tra coercizione statale, in tutte le sue forme, e precetti evangelici. Se accettiamo
l'idea che l'inizio dell'uso della violenza è immorale, e che dunque
l'assioma libertario di non aggressione coincide, nel suo significato ultimo,
con l'insegnamento di Cristo, allora esiste un solo ordinamento sociale coerente
con i principi enunciati: l'anarco-capitalismo.
(Tratto dal V numero di Enclave,
rivista libertaria, edita da Leonardo Facco Editore )
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